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Tristezza, ansia e insonnia d’estate: la SAD non è solo invernale

Federica VitalePubblicato il Aggiornato il 6 min di lettura
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SAD-estate
Foto di Raychel Cunningham da Pixabay

Quando l’estate non fa stare bene

L’estate, nell’immaginario collettivo, è associata a vacanze, leggerezza, sole e socialità. È la stagione in cui dovremmo sentirci più energici, uscire di più, incontrare persone e approfittare delle giornate lunghe.

Ma per alcune persone accade esattamente il contrario.

Arrivano tristezza, ansia, irritabilità, insonnia, stanchezza e difficoltà di concentrazione. Il paradosso è che questi sintomi possono essere ancora più difficili da riconoscere proprio perché compaiono nella stagione che culturalmente dovrebbe rappresentare il benessere.

E così può insinuarsi una domanda: «Perché sto male proprio adesso che dovrei stare bene?»

La risposta non è necessariamente nella mancanza di gratitudine per l’estate o nella “voglia di vacanze”. Anche la stagione calda può rappresentare, per alcune persone, un periodo di maggiore vulnerabilità psicologica.

E la cosiddetta SAD, Seasonal Affective Disorder, non è necessariamente legata soltanto ai mesi invernali.

La SAD può comparire anche in estate

Il disturbo affettivo stagionale è una forma di depressione caratterizzata dalla comparsa ricorrente dei sintomi in determinati periodi dell’anno, con una remissione negli altri mesi.

La forma più conosciuta è quella invernale, generalmente associata alla riduzione della luce naturale e a cambiamenti nei ritmi circadiani. Ma esiste anche una forma meno frequente che compare durante la primavera o l’estate.

La SAD estiva può presentarsi con caratteristiche differenti rispetto a quella invernale. Possono comparire insonnia, agitazione, irritabilità, diminuzione dell’appetito, perdita di peso, ansia e una sensazione generale di malessere.

Questo non significa, però, che ogni tristezza estiva o qualche notte insonne siano automaticamente un disturbo affettivo stagionale.

La diagnosi richiede una valutazione clinica e soprattutto la presenza di un pattern stagionale ricorrente.

Ma il fenomeno apre una riflessione più ampia: l’estate può influenzare il nostro equilibrio psicofisico anche attraverso meccanismi che non hanno necessariamente a che fare con una depressione stagionale.

Il caldo mette alla prova anche il cervello

Uno dei primi elementi da considerare è il caldo.

Quando le temperature aumentano, il corpo deve lavorare maggiormente per mantenere stabile la propria temperatura interna. La termoregolazione richiede energia e può interferire con il sonno, la qualità del riposo e la sensazione soggettiva di benessere.

Il problema diventa particolarmente evidente durante le notti tropicali, quando la temperatura rimane elevata anche dopo il tramonto.

Dormire male una notte può essere fastidioso. Dormire male per diversi giorni consecutivi può invece produrre conseguenze più profonde: maggiore irritabilità, difficoltà di concentrazione, stanchezza e una maggiore vulnerabilità allo stress.

Si crea così un possibile circolo vizioso:

caldo → sonno disturbato → stanchezza → maggiore irritabilità → maggiore stress → ulteriore difficoltà a dormire.

Non è necessario avere una patologia per risentirne. Il sonno è infatti uno dei principali regolatori del funzionamento emotivo.

L’insonnia può diventare il problema invisibile dell’estate

L’estate modifica anche le nostre abitudini.

Si cena più tardi, si esce più spesso, si viaggia, si cambia letto, si dorme in ambienti diversi, si trascorrono più ore fuori casa. Le routine vengono sospese proprio quando il nostro organismo avrebbe bisogno di regolarità.

Anche la luce serale può contribuire a spostare in avanti l’orario del sonno.

Il risultato è che alcune persone arrivano a settembre dopo settimane di debito di sonno, senza rendersi conto che parte della loro irritabilità o del loro senso di esaurimento potrebbe essere collegata proprio alla qualità del riposo.

L’insonnia, inoltre, non riguarda soltanto il numero di ore dormite. Può manifestarsi attraverso difficoltà ad addormentarsi, risvegli frequenti o risveglio precoce, accompagnati dalla sensazione di non aver recuperato abbastanza.

L’estate impone anche di essere felici

C’è però un altro aspetto, meno fisiologico e più psicologico.

L’estate è accompagnata da una vera e propria narrazione sociale della felicità.

Sui social compaiono fotografie di tramonti, viaggi, aperitivi, corpi abbronzati, feste e gruppi di amici. Le persone raccontano cosa stanno facendo e dove stanno andando.

Il problema non è naturalmente il viaggio o la fotografia di una vacanza. Il problema nasce quando quella rappresentazione diventa uno standard con cui confrontare la propria esperienza.

Se siamo a casa mentre gli altri sembrano divertirsi, possiamo iniziare a percepire la nostra estate come sbagliata.

E se siamo tristi, possiamo sentirci persino in colpa per esserlo.

È quello che potremmo chiamare il paradosso della felicità estiva: più una stagione viene rappresentata come il momento in cui tutti dovrebbero stare bene, più può diventare difficile ammettere di non stare bene.

Ansia da prestazione anche in vacanza

Persino la vacanza può trasformarsi in una forma di prestazione.

Bisogna partire, vedere posti nuovi, fare esperienze, uscire, incontrare persone, divertirsi. E soprattutto non sprecare l’estate.

Questa pressione può essere particolarmente forte nelle persone che hanno già una tendenza al perfezionismo o all’autocritica.

La vacanza, invece di rappresentare una pausa, diventa un altro progetto da realizzare nel modo migliore possibile.

E così nasce una domanda apparentemente innocua: «Mi sto divertendo abbastanza?»

Quando cominciamo a controllare continuamente se siamo felici, paradossalmente possiamo allontanarci proprio da quella sensazione.

Solitudine e confronto sociale

L’estate può inoltre amplificare la solitudine.

Le persone cambiano routine, gli amici partono, le attività abituali si interrompono e alcune città si svuotano. Per chi vive già una condizione di isolamento, questo cambiamento può rendere più evidente la propria solitudine.

Anche il confronto con chi sembra avere una vita sociale intensa può aumentare il senso di esclusione.

Ma ciò che vediamo online è soltanto una porzione della realtà.

Dietro una fotografia di una vacanza possono esserci stanchezza, conflitti, ansia, difficoltà economiche o semplicemente una giornata qualunque che non viene raccontata.

Il confronto, quindi, avviene spesso tra la nostra esperienza completa e la versione selezionata della vita degli altri.

Quando la tristezza merita attenzione

È importante non trasformare ogni malessere estivo in una diagnosi.

Una settimana difficile, qualche notte insonne o il desiderio di stare da soli possono essere normali reazioni a caldo, cambiamenti di ritmo o periodi particolarmente stressanti.

Diventa invece importante prestare attenzione quando i sintomi sono persistenti, intensi e interferiscono con la vita quotidiana.

Tristezza significativa, perdita di interesse, ansia intensa, irritabilità, alterazioni importanti del sonno o dell’appetito e difficoltà a svolgere le normali attività meritano un confronto con un professionista della salute mentale.

Nel caso della SAD, inoltre, è particolarmente importante osservare la ricorrenza stagionale dei sintomi: il fatto che lo stesso malessere si presenti sistematicamente nello stesso periodo dell’anno può essere un elemento clinicamente significativo.

Non dobbiamo per forza amare l’estate

Forse una delle cose più importanti da ricordare è proprio questa: non esiste un obbligo psicologico a stare bene d’estate.

Possiamo amare il mare e sentirci stanchi. Possiamo essere in vacanza e avere bisogno di solitudine. Possiamo non avere voglia di uscire. Possiamo trascorrere una giornata senza fare nulla e non averla “sprecata”.

Il benessere psicologico non coincide con l’essere continuamente felici.

A volte significa anche riconoscere ciò che sentiamo senza aggiungere un secondo livello di sofferenza, quello prodotto dal pensiero: «Non dovrei sentirmi così».

L’estate, dunque, non è necessariamente una trappola psicologica. Può diventarlo quando alle condizioni reali — caldo, sonno disturbato, cambiamenti di routine, solitudine — aggiungiamo l’aspettativa che debba essere per forza la stagione più bella dell’anno.

E forse la domanda da farci non è più «Perché non riesco a godermi l’estate?», ma una domanda molto più semplice e, psicologicamente, più utile:

«Di che cosa ho bisogno, in questo momento, per stare un po’ meglio?»

A volte la risposta non è una vacanza più bella, un’altra esperienza da fare o una fotografia da pubblicare.

Può essere semplicemente riposare, rallentare, chiedere aiuto o concedersi di non essere felici per forza.