Viviamo in un’epoca nella quale anche il tempo libero sembra dover essere produttivo. Se leggiamo, dovremmo imparare qualcosa. Se guardiamo una serie, dovremmo almeno rilassarci. Se abbiamo cinque minuti liberi, probabilmente finiamo per controllare le email, rispondere a un messaggio o scorrere distrattamente lo smartphone.
E così anche il semplice non fare niente può diventare motivo di senso di colpa.
Eppure la scienza suggerisce che qualche momento apparentemente inutile potrebbe avere una funzione tutt’altro che inutile. Distrarsi, lasciare vagare la mente, giocherellare con qualcosa o concedersi una pausa possono infatti favorire alcuni processi cognitivi importanti, dalla creatività alla capacità di risolvere problemi.
Insomma, forse ogni tanto abbiamo bisogno proprio di… cazzeggiare.
Il cervello non è una macchina sempre accesa
Una delle convinzioni più radicate nella nostra cultura è che la concentrazione debba essere continua. Più tempo trascorriamo concentrati su un compito, più dovremmo essere efficienti.
Ma il cervello non funziona esattamente così.
L’attenzione prolungata ha un costo. Dopo un certo periodo, mantenere la concentrazione diventa più difficile e aumenta la probabilità di commettere errori, perdere informazioni o procedere in modo meccanico.
Una pausa mentale permette invece di interrompere temporaneamente questo sforzo.
Non significa necessariamente sdraiarsi sul divano per un’ora. Può essere anche qualcosa di molto più semplice: guardare fuori dalla finestra, fare due passi, scarabocchiare su un foglio, preparare un caffè o lasciarsi coinvolgere per qualche minuto da un’attività che non richiede particolare concentrazione.
Il punto è interrompere il circuito dello sforzo cognitivo continuo.
Quando la mente vaga nascono nuove idee
Una delle ragioni per cui il “cazzeggio” può essere interessante riguarda la creatività.
Quando siamo impegnati in un compito preciso, la nostra attenzione tende a concentrarsi sulle informazioni direttamente utili per raggiungere un obiettivo. Quando invece ci concediamo una fase di relativa libertà, i pensieri possono iniziare a collegarsi in maniera meno lineare.
È quella situazione familiare nella quale una soluzione arriva improvvisamente mentre siamo sotto la doccia, durante una passeggiata o mentre stiamo facendo qualcosa di apparentemente insignificante.
Non è necessariamente un caso.
Quando l’attenzione non è completamente occupata da un problema, il cervello può continuare a elaborare informazioni e associazioni anche sullo sfondo. La mente vaga, collega, rimescola.
Ed è proprio da queste connessioni inattese che può emergere un’idea nuova.
Il valore della noia
Anche la noia ha una reputazione decisamente peggiore di quanto meriterebbe.
Appena abbiamo qualche minuto vuoto, tendiamo a riempirlo. Smartphone, notifiche, video brevi, social network: qualsiasi cosa pur di non sperimentare quella sensazione di “non avere niente da fare”.
Ma eliminare completamente la noia significa anche eliminare quei momenti nei quali la mente non riceve continuamente stimoli dall’esterno.
La noia può diventare quindi una sorta di spazio di transizione. Non è necessariamente piacevole e non deve essere idealizzata, ma può creare le condizioni per cercare spontaneamente qualcosa di nuovo da fare, pensare o immaginare.
Il vuoto, qualche volta, serve proprio perché non è già occupato.
Anche giocherellare può aiutare
C’è poi un comportamento che spesso associamo alla distrazione: muovere una penna tra le dita, scarabocchiare, manipolare un oggetto, tamburellare con le dita.
A prima vista sembrano semplicemente segnali di disattenzione.
Non sempre, però, è così.
Piccoli movimenti ripetitivi possono avere una funzione di autoregolazione e, in alcune circostanze, aiutare a mantenere un livello di attivazione compatibile con il compito che stiamo svolgendo.
Questo non significa che durante una riunione sia sempre utile giocare con il cellulare o fare altro. Una distrazione può diventare facilmente una vera interruzione dell’attenzione.
La differenza sta nella quantità e nel tipo di attività: non tutto ciò che sembra distrazione è necessariamente distruttivo per la concentrazione.
Cazzeggiare non significa procrastinare
Qui arriva una distinzione fondamentale.
Fare una pausa non significa rimandare continuamente ciò che dobbiamo fare.
La procrastinazione consiste nel posticipare un compito nonostante sappiamo che rimandarlo potrebbe crearci problemi. Il cazzeggio, nella sua forma più funzionale, è invece una parentesi deliberata all’interno di un’attività.
Dieci minuti di pausa possono aiutare a recuperare energie.
Tre ore passate a evitare sistematicamente un compito difficile sono un’altra cosa.
Confondere le due situazioni rischia di trasformare un’idea interessante in una giustificazione per non fare ciò che dobbiamo fare.
E sul lavoro?
È forse qui che il concetto diventa più provocatorio.
In molti ambienti professionali la produttività viene ancora associata alla presenza costante davanti allo schermo, alle agende piene e alla sensazione di essere sempre occupati.
Ma essere occupati non equivale necessariamente a essere produttivi.
Una persona che lavora senza pause può trascorrere molte ore davanti a un compito ottenendo meno risultati rispetto a chi alterna periodi di concentrazione e momenti di recupero.
Anche una breve conversazione informale con un collega può avere una funzione inattesa: interrompere il carico cognitivo, ridurre la tensione e talvolta permettere di vedere un problema da una prospettiva diversa.
Il problema, quindi, non è perdere tempo.
È non sapere più distinguere tra tempo perso e tempo necessario per recuperare.
Il nostro cervello ha bisogno anche di spazi vuoti
Forse il vero insegnamento della cosiddetta “scienza del cazzeggio” è proprio questo: non tutto deve servire a qualcosa nell’immediato.
Viviamo in una cultura che tende a misurare il valore del tempo attraverso ciò che produciamo. Ma il cervello ha bisogno anche di momenti nei quali non deve necessariamente raggiungere un obiettivo.
Una passeggiata senza destinazione, una pagina scarabocchiata, una pausa davanti alla finestra, una conversazione leggera, qualche minuto passato a fantasticare: attività apparentemente irrilevanti possono diventare piccoli intervalli di decompressione mentale.
E forse dovremmo smettere di chiamarli tempo perso.
Perché a volte perdere qualche minuto è proprio il modo più intelligente di ritrovare attenzione, energia e creatività.
Il vero problema, allora, non è cazzeggiare. È non concedersi mai il permesso di farlo.
