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Perché Van Gogh mangiava la vernice gialla? La spiegazione scientifica

Federica VitalePubblicato il 2 min di lettura
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Van Gogh mangiare vernice gialla
Foto di <a href="https://unsplash.com/it/@artchicago?utm_content=creditCopyText&utm_medium=referral&utm_source=unsplash">Art Institute of Chicago</a> su <a href="https://unsplash.com/it/foto/un-dipinto-di-un-campo-erboso-con-alberi-3m7YpBz3I7Y?utm_content=creditCopyText&utm_medium=referral&utm_source=unsplash">Unsplash</a>

Vincent van Gogh è conosciuto per i suoi paesaggi vibranti e gli autoritratti intensi. Ma dietro i colori esplosivi si celava un uomo tormentato, segnato da disturbi mentali e comportamenti autodistruttivi. Uno dei più inquietanti riguarda l’ingestione di vernice gialla e trementina, un atto che ha alimentato leggende e interrogativi per generazioni.

Un gesto estremo, ma non casuale

Per molti anni si è pensato che Van Gogh mangiasse la vernice gialla nella speranza che il suo colore lo rendesse felice, o addirittura nel tentativo di suicidarsi. Tuttavia, nuove ipotesi neuroscientifiche suggeriscono qualcosa di più profondo: un desiderio biochimico di terpeni, composti aromatici naturali contenuti in piante, alcolici, vernici e solventi.

I terpeni, oggi conosciuti anche per il loro ruolo in aromaterapia e cannabis terapeutica, influenzano l’umore e le percezioni sensoriali. Van Gogh non sapeva cosa fossero, ma probabilmente ne era attratto in modo compulsivo, guidato da un bisogno neurochimico che sfociava in comportamenti di pica, un disturbo che porta a ingerire sostanze non commestibili.

Un “fiuto” per il dolore e la chimica

Van Gogh consumava in grandi quantità assenzio, liquore ad alta gradazione con notevoli tracce di terpeni, e infilava trementina tra i suoi vizi più pericolosi, fino a tentare di berla direttamente dalla bottiglia. Viveva circondato da solventi e colori tossici, con un’esposizione cronica a piombo e sostanze neurotossiche che avrebbero potuto aggravare (o generare) episodi psicotici.

Tutti questi segnali delineano una costellazione complessa di patologie psichiatriche: si è ipotizzato disturbo bipolare, epilessia, psicosi alcolica, sifilide cerebrale. Ma nessuna diagnosi ha mai restituito pienamente il dolore che attraversava la sua mente.

La vernice gialla come grido silenzioso

Mangiare vernice non era un vezzo poetico, ma un gesto disperato, ossessivo, e forse inconsapevole. Il giallo — simbolo di luce, sole, speranza — è onnipresente nei suoi quadri. Ma quando il colore entra nel corpo come veleno, l’arte si confonde con la follia, e la bellezza diventa tossica.

Un genio che dipingeva per respirare

Nel manicomio di Saint-Rémy, Van Gogh trovò una relativa quiete. Proprio lì nacquero capolavori come La notte stellata. Ma il bisogno di libertà lo portò a lasciare la clinica, e due mesi dopo, si sparò. Morì a 37 anni, lasciando opere oggi inestimabili, ma che allora nessuno comprava.

Le sue ultime parole, secondo chi gli fu accanto, furono: “La tristezza durerà per sempre”.

Eppure, nei suoi quadri, la luce non ha mai smesso di brillare.

Foto di Art Institute of Chicago su Unsplash