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Parliamo sempre meno: cosa perdiamo quando smettiamo di conversare?

Federica VitalePubblicato il 6 min di lettura
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parliamo meno conversare
Foto di Trinity_Elektroroller da Pixabay

C’è un momento della giornata nel quale, forse senza rendercene conto, possiamo accorgerci di quanto siamo diventati silenziosi.

Entriamo in un negozio e paghiamo alla cassa automatica. Ordiniamo il pranzo attraverso un’app. Chiediamo a un assistente digitale di trovare un’informazione. Scriviamo un messaggio invece di telefonare. Lavoriamo da casa senza incontrare colleghi. Ci spostiamo seguendo le indicazioni del navigatore e non abbiamo più bisogno di domandare a qualcuno quale strada prendere.

Sono tutte comodità che hanno reso la nostra vita più veloce ed efficiente. Ma, sommate una all’altra, stanno modificando qualcosa di meno evidente: la quantità di occasioni quotidiane nelle quali siamo costretti a parlare con un’altra persona.

Secondo una ricerca citata dal Washington Post, tra il 2005 e il 2019 il numero medio di parole pronunciate ogni giorno sarebbe diminuito del 28%, con una riduzione particolarmente marcata tra i più giovani. Il dato va letto con cautela e non significa semplicemente che “non sappiamo più parlare”: racconta piuttosto una trasformazione delle modalità attraverso cui trascorriamo le nostre giornate.

Perché oggi, per moltissime attività, la voce non è più necessaria.

La tecnologia non ci ha tolto le parole: ci ha tolto alcune occasioni per usarle

È una differenza importante.

Non viviamo necessariamente in un mondo nel quale le persone hanno meno pensieri, meno emozioni o meno cose da raccontare. Abbiamo semplicemente costruito strumenti che permettono di fare moltissime cose senza dover instaurare una relazione, anche minima, con qualcuno.

Un tempo una commissione poteva significare entrare in un negozio, salutare, chiedere, ascoltare una risposta, eventualmente fare una domanda diversa da quella che avevamo immaginato. Oggi può bastare qualche tocco sullo schermo.

La tecnologia ha eliminato una quantità enorme di piccole conversazioni che sembravano irrilevanti.

Il saluto al barista. La domanda al vicino. Due parole con il conducente dell’autobus. Una battuta con il collega mentre si prende un caffè. Una breve conversazione con uno sconosciuto durante un’attesa.

Piccoli scambi senza particolare importanza, eppure tutt’altro che inutili.

Parlare è un esercizio mentale

Una conversazione dal vivo richiede molto più di quanto sembri.

Mentre parliamo dobbiamo scegliere le parole, costruire una frase, ascoltare ciò che l’altra persona sta dicendo, interpretare il tono della sua voce, osservare l’espressione del viso, capire se ci sta seguendo, modificare quello che stiamo dicendo sulla base della sua reazione.

Non è un monologo.

È un continuo processo di adattamento reciproco.

Quando una persona ci guarda perplessa, magari cambiamo spiegazione. Se sorride, continuiamo. Se appare infastidita, possiamo correggere il tono. Se improvvisamente si commuove, abbandoniamo ciò che stavamo dicendo per occuparci di quello che sta accadendo in quel momento.

Una conversazione è quindi anche una forma di allenamento cognitivo e sociale: ci obbliga a uscire dalla nostra traiettoria mentale e a confrontarci con quella di qualcun altro.

Il messaggio scritto non è la stessa cosa

Naturalmente scrivere non significa comunicare meno.

Un messaggio può contenere pensieri profondi, emozioni, ironia, affetto e persino una maggiore elaborazione rispetto a una conversazione improvvisata. La comunicazione digitale ha inoltre permesso di mantenere rapporti che altrimenti sarebbero molto più difficili da coltivare.

Ma la comunicazione mediata non replica necessariamente tutte le caratteristiche dell’interazione faccia a faccia.

Nel testo possiamo avere tempo per pensare, cancellare, correggere, riscrivere. Nella conversazione dobbiamo invece gestire l’imprevisto.

E l’imprevisto è una parte fondamentale delle relazioni.

Non sappiamo esattamente cosa dirà l’altro. Non possiamo preparare ogni risposta. Dobbiamo tollerare qualche esitazione, qualche silenzio, una battuta che non comprendiamo, una risposta diversa da quella che speravamo.

In altre parole, dobbiamo essere presenti.

Le conversazioni insignificanti non sono affatto insignificanti

Forse il rischio più grande è proprio quello di considerare inutili le interazioni che non hanno un obiettivo.

Viviamo in una cultura nella quale tendiamo a valorizzare ciò che produce qualcosa. Una conversazione deve servire a prendere una decisione, ottenere un’informazione, risolvere un problema.

Ma gran parte della nostra socialità non funziona così.

Parliamo anche per stare insieme.

Il collega che racconta una cosa banale successa durante il fine settimana. La vicina che commenta il tempo. Il cassiere con cui scambiamo due parole. L’amico che ci telefona senza avere una ragione particolare.

Non sempre queste conversazioni cambiano la nostra vita.

Ma ci ricordano che non siamo soli dentro la nostra testa.

E quando parlare diventa opzionale?

È qui che la questione diventa più interessante.

Se una società costruisce progressivamente ambienti nei quali possiamo vivere, lavorare, acquistare, informarci e intrattenerci riducendo al minimo l’interazione con gli altri, non significa automaticamente che diventeremo più soli.

Ma significa che la relazione smette di essere incorporata nelle attività quotidiane.

Per incontrare qualcuno dobbiamo sempre più spesso sceglierlo.

E scegliere richiede energia.

Una conversazione spontanea, invece, può nascere senza programmazione. Non dobbiamo decidere di socializzare: succede mentre stiamo facendo qualcos’altro.

È una differenza piccola soltanto in apparenza.

Perché quando ogni relazione deve essere intenzionalmente organizzata, chi è stanco, timido, isolato o attraversa un periodo difficile può finire per avere sempre meno occasioni di contatto.

Il silenzio non è il problema

Naturalmente non dobbiamo trasformare il parlare in un obbligo.

Il silenzio è prezioso. Abbiamo bisogno di momenti senza conversazioni, senza notifiche e senza richieste. Abbiamo bisogno di stare soli e di ascoltare i nostri pensieri.

Il problema nasce quando il silenzio non è più una scelta, ma diventa la conseguenza di un ambiente nel quale non abbiamo quasi più bisogno degli altri.

E soprattutto quando cominciamo a confondere l’assenza di interazione con il benessere.

Possiamo essere connessi tutto il giorno e non aver avuto una vera conversazione.

Possiamo rispondere a decine di messaggi e non aver raccontato a nessuno come stiamo davvero.

Possiamo conoscere centinaia di persone attraverso uno schermo e attraversare una giornata senza incontrare lo sguardo di qualcuno.

Forse dovremmo recuperare le parole piccole

Non serve fare una rivoluzione contro la tecnologia.

Forse basta ricominciare a considerare importanti quelle piccole conversazioni che non producono nulla, se non il semplice fatto di esserci.

Salutare qualcuno. Fare una domanda invece di cercare subito la risposta online. Telefonare anziché mandare un messaggio, qualche volta. Fermarsi ad ascoltare una persona senza pensare contemporaneamente a cosa rispondere.

E soprattutto parlare anche quando non abbiamo niente di particolarmente brillante da dire.

Perché una relazione non si costruisce soltanto attraverso le grandi confessioni o le conversazioni profonde. Spesso nasce proprio dalla somma di tante parole apparentemente insignificanti.

Una frase sul tempo. Una risata. Una domanda improvvisa. Un racconto che non porta da nessuna parte.

Le relazioni hanno bisogno anche di parole inutili.

Forse, allora, la domanda non è soltanto se oggi pronunciamo meno parole rispetto a vent’anni fa.

La domanda più interessante è un’altra: quante occasioni di incontrare davvero un’altra mente stiamo perdendo perché non abbiamo più bisogno di parlare?

E forse, domani, potremmo cominciare proprio da una cosa semplicissima.

Alzare gli occhi dal telefono.

E dire qualcosa a qualcuno.

Foto di Trinity_Elektroroller da Pixabay