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La scienza del cazzeggio: perché perdere tempo fa bene

Federica VitalePubblicato il 6 min di lettura
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Foto di Jill Wellington da Pixabay

Per anni ci siamo comportati come se ogni minuto dovesse avere uno scopo. Lavorare, studiare, allenarsi, rispondere ai messaggi, organizzare la giornata, ottimizzare il tempo. Anche il riposo è diventato qualcosa da programmare, possibilmente inserendo nell’agenda attività capaci di farci sentire produttivi. Eppure esiste una forma di tempo che continua a essere guardata con sospetto: il cazzeggio, quel periodo apparentemente inutile in cui non stiamo facendo nulla di particolarmente importante, giocherelliamo con qualcosa, guardiamo fuori dalla finestra, facciamo una passeggiata senza meta o ci concediamo una distrazione. Proprio questa inattività, però, potrebbe avere una funzione psicologica tutt’altro che trascurabile.

La ricerca psicologica e neuroscientifica ha mostrato infatti che il cervello non lavora esclusivamente quando siamo concentrati su un compito. Quando smettiamo di impegnarci intenzionalmente in un’attività, la mente continua a elaborare informazioni, collegare idee, recuperare ricordi e costruire associazioni. La creatività non nasce sempre dalla concentrazione assoluta: talvolta emerge proprio quando l’attenzione si allenta e lasciamo spazio a pensieri che non avevamo programmato.

Quando distrarsi aiuta a pensare meglio

Una delle ragioni per cui una pausa può essere utile riguarda il modo in cui funziona l’attenzione. Restare concentrati per molto tempo sullo stesso compito comporta un costo cognitivo: la nostra capacità di mantenere elevati livelli di attenzione non è infinita. Continuare a insistere quando siamo mentalmente stanchi non significa necessariamente ottenere risultati migliori. Al contrario, può aumentare gli errori, rallentare il ragionamento e rendere più difficile trovare soluzioni originali.

Una distrazione breve e non troppo impegnativa, invece, può permettere alla mente di cambiare temporaneamente registro. È il motivo per cui una soluzione può arrivare mentre siamo sotto la doccia, camminiamo, cuciniamo o facciamo qualcosa di apparentemente irrilevante. Non è necessariamente un colpo di genio improvviso: spesso il cervello ha continuato a lavorare sul problema mentre noi stavamo facendo altro.

Il punto, quindi, non è sostenere che distrarsi sia sempre utile. Una sequenza infinita di notifiche, video brevi e contenuti consumati passivamente può produrre l’effetto opposto. Il cazzeggio benefico non coincide necessariamente con lo scrolling compulsivo: esiste una differenza tra concedersi uno spazio mentale libero e riempire ogni secondo vuoto con nuovi stimoli.

Anche giocherellare può avere una funzione

C’è poi un comportamento che gli adulti tendono a considerare particolarmente poco serio: giocherellare. Una penna tra le dita, scarabocchiare mentre ascoltiamo qualcuno, muoverci sulla sedia, manipolare un piccolo oggetto durante una telefonata. Tutto questo può sembrare il segnale di una persona distratta, ma non sempre significa che l’attenzione sia completamente altrove.

Alcune forme di attività automatica e poco impegnativa possono infatti accompagnare l’elaborazione mentale, soprattutto durante compiti ripetitivi o situazioni nelle quali mantenere un livello costante di attenzione è difficile. Il movimento può diventare una sorta di valvola di sfogo per l’energia e contribuire a evitare quella sensazione di immobilità mentale che, dopo molte ore, può trasformarsi in stanchezza.

Naturalmente non significa che sia opportuno giocherellare durante una riunione importante o mentre qualcuno ci sta raccontando qualcosa di delicato. Il contesto conta. Ma l’idea che ogni gesto non direttamente produttivo sia necessariamente inutile è probabilmente troppo semplicistica.

La creatività ha bisogno anche di vuoto

Il rapporto tra noia, distrazione e creatività è particolarmente interessante. Quando non siamo continuamente occupati, la mente può iniziare a vagare. È il cosiddetto mind wandering, il divagare mentale che spesso associamo proprio ai momenti nei quali non abbiamo un obiettivo immediato.

Questa modalità di pensiero può favorire collegamenti tra informazioni apparentemente lontane. Un’idea può nascere perché un ricordo ne richiama un altro, che a sua volta si collega a qualcosa letto giorni prima. In questo senso, lasciare uno spazio vuoto non significa necessariamente “non pensare”: significa permettere al pensiero di muoversi senza una direzione rigidamente stabilita.

È anche per questo che la noia non dovrebbe essere considerata sempre un nemico. Se ogni momento libero viene immediatamente riempito con uno smartphone, un podcast, una serie televisiva o una conversazione, rischiamo di non sperimentare più quella condizione nella quale la mente deve inventarsi da sola qualcosa da fare.

Il problema è quando il cazzeggio diventa fuga

Naturalmente esiste anche il rovescio della medaglia. Non tutto ciò che chiamiamo pausa è realmente riposante e non ogni distrazione produce creatività. Il confine diventa particolarmente importante quando il cazzeggio viene utilizzato sistematicamente per evitare un compito, una decisione o un’emozione.

Passare dieci minuti a guardare fuori dalla finestra può essere una pausa rigenerante. Passare due ore a cambiare continuamente applicazione perché non vogliamo iniziare qualcosa che ci mette in difficoltà è un’altra cosa. Nel secondo caso non stiamo necessariamente lasciando spazio alla mente: potremmo semplicemente essere dentro un meccanismo di evitamento.

La differenza non sta quindi soltanto nel tempo trascorso, ma nella funzione che quella pausa svolge. Cazzeggiare può essere recupero oppure procrastinazione, può liberare risorse cognitive oppure diventare un modo per non affrontare ciò che ci mette in difficoltà.

Persino sul lavoro non tutto deve essere produttivo

L’idea che ogni minuto lavorativo debba produrre qualcosa è particolarmente radicata. Eppure un ambiente nel quale le persone possono concedersi brevi pause, cambiare attività o avere momenti di informalità può essere più sostenibile di uno nel quale la concentrazione viene richiesta ininterrottamente.

Una pausa davanti a un caffè, due parole con un collega, una passeggiata breve o qualche minuto lontano dallo schermo non rappresentano necessariamente una sottrazione alla produttività. Il recupero fa parte della produttività, perché una mente affaticata non diventa più efficiente semplicemente continuando a lavorare.

Anzi, alcune delle conversazioni apparentemente inutili che avvengono negli ambienti di lavoro possono produrre effetti imprevedibili: permettono di condividere informazioni, creare relazioni, cambiare prospettiva e generare idee che difficilmente nascerebbero durante una riunione rigidamente strutturata.

Abbiamo dimenticato come si perde tempo

Forse il problema contemporaneo non è che cazzeggiamo troppo, ma che non sappiamo più annoiarci. Abbiamo riempito quasi ogni intervallo della giornata. In coda guardiamo il telefono, sull’autobus ascoltiamo qualcosa, mentre mangiamo scorriamo contenuti e prima di dormire cerchiamo ancora uno stimolo.

Così il tempo apparentemente vuoto è diventato quasi insopportabile. Appena non succede nulla, facciamo qualcosa perché accada. Eppure proprio quei piccoli intervalli potrebbero rappresentare uno spazio prezioso per il cervello: non necessariamente per produrre immediatamente un’idea brillante, ma per recuperare, divagare, elaborare ciò che abbiamo vissuto e semplicemente non essere continuamente sollecitati.

Forse, allora, la prossima volta che ci sorprenderemo a perdere tempo non dovremo sentirci immediatamente in colpa. Potremmo chiederci piuttosto che cosa sta facendo la nostra mente in quel momento. Perché qualche volta non stiamo sprecando tempo: stiamo semplicemente lasciando respirare il cervello.

Se vuoi, posso anche trasformarlo in una versione ancora più giornalistica e “da sito di psicologia”, con un titolo più acchiappa-click ma sempre elegante e scientificamente prudente.

Foto di Jill Wellington da Pixabay