Salta al contenuto
News

La retina può “imparare” di nuovo a vedere: così l’optogenetica riaccende le cellule sopravvissute alla cecità

Federica VitalePubblicato il 4 min di lettura
Condividi
retina optogenetica cecità
Immagine di wirestock su Magnific

Nelle malattie degenerative della retina come la retinite pigmentosa, la perdita progressiva di coni e bastoncelli può condurre a una grave compromissione della vista e, nei casi avanzati, alla cecità. Eppure l’occhio non diventa necessariamente un circuito completamente spento. Molti neuroni situati negli strati più interni della retina, comprese cellule bipolari e gangliari, possono sopravvivere anche dopo la scomparsa dei fotorecettori. Il problema è che hanno perso il sistema che normalmente cattura la luce. È proprio questa rete nervosa superstite che l’optogenetica cerca di sfruttare.

L’idea: trasformare altre cellule in nuovi sensori luminosi

L’optogenetica combina terapia genica e stimolazione luminosa. Attraverso vettori virali modificati, gli scienziati introducono nelle cellule retiniche geni che codificano proteine fotosensibili chiamate opsine. Una volta prodotte, queste proteine permettono a cellule che normalmente non funzionano come fotorecettori di reagire direttamente alla luce. In termini semplificati, è come installare nuovi sensori all’interno di un circuito nel quale quelli originali sono andati perduti. Il segnale generato può quindi essere trasmesso attraverso il nervo ottico verso il cervello.

La strategia può sfruttare cellule differenti

Non esiste però una sola optogenetica. Gli scienziati stanno cercando di capire quali cellule rappresentino il bersaglio migliore. Le cellule gangliari sono relativamente accessibili, ma attivarle significa bypassare buona parte dell’elaborazione normalmente svolta dalla retina. Le cellule bipolari, invece, si trovano più a monte del circuito e potrebbero conservare una parte maggiore dell’elaborazione retinica naturale. Un’altra possibilità è riattivare i cosiddetti coni dormienti: fotorecettori che hanno perso la capacità di rispondere alla luce ma il cui corpo cellulare è ancora presente. Nei modelli murini, opsine come eNpHR e Jaws sono riuscite a renderli nuovamente fotosensibili.

Non è più soltanto un esperimento sui topi

L’aspetto più importante è che questa tecnologia ha già raggiunto i pazienti. Uno studio clinico pubblicato nel 2025 ha sperimentato una opsina sintetica veicolata tramite un vettore AAV2 e progettata per raggiungere le cellule bipolari della retina. Quattro persone non vedenti con grave degenerazione retinica hanno ricevuto una singola iniezione intravitreale. Durante le 52 settimane successive i ricercatori hanno riportato miglioramenti in alcune misure della funzione visiva, nella discriminazione delle forme e nella mobilità. Il campione era minuscolo e lo studio non controllato, ma ha fornito un’importante prova clinica di principio.

Un altro trial ha coinvolto persone con retinite pigmentosa avanzata

Nel 2026 sono stati pubblicati anche i risultati di uno studio di fase I/IIa su AGN-151597, precedentemente conosciuto come GS030-DP, un’altra terapia optogenetica sperimentale destinata a persone con retinite pigmentosa avanzata. Questi esperimenti si inseriscono in un settore ormai entrato in una vera fase di sviluppo clinico. La grande promessa dell’approccio è che, a differenza di molte terapie geniche tradizionali, non deve necessariamente correggere la specifica mutazione responsabile della malattia: tenta invece di aggirare il danno rendendo nuovamente utilizzabile ciò che resta del circuito visivo.

Ma vedere di nuovo non significa recuperare immediatamente la vista normale

La parola “visione” può essere ingannevole. Rendere una cellula sensibile alla luce non ricrea automaticamente la straordinaria complessità di una retina sana. Colori, contrasto, movimento, adattamento alla luminosità e dettagli spaziali vengono normalmente elaborati attraverso circuiti estremamente sofisticati. Alcune opsine sperimentali richiedono inoltre una luce molto intensa, motivo per cui determinate strategie utilizzano occhiali o dispositivi capaci di catturare l’ambiente e proiettare sulla retina stimoli luminosi appropriati. Sensibilità, velocità della risposta e risoluzione rappresentano ancora importanti ostacoli tecnologici.

Anche il cervello deve imparare a interpretare il nuovo segnale

C’è poi un aspetto affascinante: il segnale prodotto da una retina optogenetica non è necessariamente identico a quello naturale. Il cervello deve quindi interpretare informazioni visive generate attraverso un circuito modificato. È qui che entra in gioco la plasticità neurale, cioè la capacità del sistema nervoso di adattarsi all’esperienza. Riabilitazione visiva e apprendimento potrebbero diventare componenti importanti delle future terapie. Non è dunque corretto immaginare un interruttore che restituisce istantaneamente una vista normale: il recupero potrebbe essere un processo nel quale occhio, tecnologia e cervello devono progressivamente imparare a lavorare insieme.

La sfida ora è trasformare lampi di visione in una vista davvero utile

L’optogenetica resta una terapia sperimentale. Occorre dimostrare sicurezza ed efficacia su numeri molto maggiori di pazienti, migliorare la sensibilità delle opsine, perfezionare i vettori virali e comprendere gli effetti immunitari e la durata dei benefici. Ma il principio su cui si basa rappresenta un cambiamento radicale: invece di tentare necessariamente di ricostruire i fotorecettori scomparsi, possiamo provare a riprogrammare le cellule rimaste. Per alcune forme di cecità degenerativa, quindi, la retina potrebbe non essere un circuito definitivamente perduto. Potrebbe essere un circuito ancora presente, silenzioso, al quale la scienza sta cercando di insegnare un nuovo modo di rispondere alla luce.

Immagine di wirestock su Magnific