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E se non fossimo la prima civiltà avanzata sulla Terra? Cosa dice davvero l’ipotesi siluriana

Annalisa TelliniPubblicato il 4 min di lettura
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prima civiltà Terra
Immagine di magnific

E se Homo sapiens non fosse la prima specie terrestre ad aver sviluppato una civiltà industriale? La domanda sembra uscita da un romanzo, ma nel 2018 è diventata il punto di partenza di un vero lavoro scientifico. Gavin Schmidt, climatologo del NASA Goddard Institute for Space Studies, e l’astrofisico Adam Frank dell’Università di Rochester pubblicarono sull’International Journal of Astrobiology uno studio provocatorio: se una civiltà industriale fosse esistita milioni di anni fa, saremmo ancora in grado di accorgercene oggi?

Perché si chiama “ipotesi siluriana”

Il nome può trarre in inganno. Non significa che gli scienziati sospettino realmente l’esistenza di una civiltà durante il Siluriano, periodo geologico compreso approssimativamente tra 444 e 419 milioni di anni fa. L’espressione è un riferimento scherzoso ai Siluriani della serie televisiva Doctor Who, una specie tecnologicamente avanzata che avrebbe abitato la Terra prima degli esseri umani. Schmidt e Frank utilizzarono il nome per un esperimento mentale rigoroso: capire quanto sarebbe riconoscibile una civiltà industriale scomparsa nel remoto passato.

Le città potrebbero praticamente scomparire

L’intuizione alla base dello studio è sorprendente: il pianeta è molto bravo a cancellare la propria superficie. Erosione, sedimentazione, tettonica e subduzione trasformano continuamente rocce e paesaggi. Il fondo oceanico, in particolare, viene riciclato dalla tettonica delle placche, tanto che le registrazioni sedimentarie oceaniche disponibili diventano molto più limitate andando indietro oltre il Giurassico. Anche sulla terraferma, superfici antichissime perfettamente conservate sono rare. Gli autori osservano quindi che, per un’ipotetica civiltà più vecchia di alcuni milioni di anni, trovare direttamente edifici, macchinari o fossili dei suoi abitanti potrebbe essere estremamente improbabile.

Dovremmo cercare l’impronta, non le rovine

Se grattacieli e strade possono scomparire, qualcosa potrebbe però rimanere nelle rocce. La nostra civiltà sta modificando il pianeta attraverso combustibili fossili, fertilizzanti, plastiche, metalli, estinzioni e alterazioni dei cicli del carbonio e dell’azoto. Una futura civiltà, milioni di anni dopo la nostra scomparsa, potrebbe quindi riconoscere l’umanità non trovando uno smartphone fossilizzato, ma individuando un’anomalia chimica in un sottile strato sedimentario. Schmidt e Frank si sono chiesti se la stessa strategia possa essere applicata al passato remoto della Terra.

Il problema è distinguere industria e natura

Qui emerge la difficoltà principale. Il record geologico contiene già episodi caratterizzati da rapido riscaldamento, grandi immissioni di carbonio, cambiamenti negli isotopi e alterazioni degli ecosistemi. Un esempio studiato dagli autori è il Massimo Termico del Paleocene-Eocene (PETM), avvenuto circa 56 milioni di anni fa. Alcune caratteristiche ricordano, almeno qualitativamente, quelle che potrebbe lasciare una civiltà industriale basata sui combustibili fossili. Ma esistono spiegazioni naturali per questi eventi, comprese intense attività vulcaniche e grandi emissioni di gas serra. Una somiglianza geochimica, quindi, non costituisce una prova di tecnologia antica.

Plastiche e molecole artificiali come fossili del futuro

Segnali più interessanti potrebbero essere sostanze difficili da spiegare attraverso processi naturali. Gli autori citano, per esempio, la possibilità di cercare nei sedimenti sottoprodotti persistenti delle plastiche o molecole organiche sintetiche, chiedendosi quanto potrebbero sopravvivere su scale temporali di milioni di anni. Anche anomalie nella distribuzione di determinati elementi potrebbero diventare indizi. Il problema è che non sappiamo quanto una civiltà extraterrestre – o ipoteticamente preumana – dovrebbe assomigliare alla nostra. Una società alimentata prevalentemente da fonti energetiche differenti potrebbe lasciare un’impronta geologica completamente diversa.

Non esiste alcuna prova di una civiltà preumana

È questo il punto essenziale spesso perso nei titoli sensazionalistici. L’ipotesi siluriana non sostiene che una civiltà avanzata sia realmente esistita prima dell’umanità. Schmidt e Frank avvertono esplicitamente che non bisogna attribuire eventi geologici inspiegati a ipotetiche civiltà senza evidenze positive: un’idea del genere diventerebbe facilmente impossibile da falsificare. Lo studio non presenta città sepolte, manufatti o tecnologie misteriose. Cerca invece di stabilire quali prove sarebbero necessarie per formulare scientificamente un’affermazione tanto straordinaria.

La vera domanda riguarda anche gli alieni

Il valore dell’ipotesi va infatti oltre la Terra. Se una civiltà tecnologica può lasciare una firma planetaria riconoscibile anche dopo la propria scomparsa, gli astronomi potrebbero cercare tecnofirme analoghe su altri mondi. Allo stesso tempo, l’esperimento mentale mette la nostra epoca in una prospettiva inquietante: l’industrializzazione umana occupa appena qualche secolo all’interno di centinaia di milioni di anni di vita complessa terrestre. La domanda “siamo stati i primi?” rimane quindi affascinante, ma la risposta scientifica attuale è chiara: non abbiamo prove di civiltà industriali precedenti alla nostra. L’ipotesi siluriana ci insegna qualcosa di diverso: quali tracce una civiltà lascia su un pianeta e quanto sia difficile riconoscerle dopo milioni di anni.