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Perché guardare un tramonto ci fa stare bene: parla la scienza

Federica VitalePubblicato il 5 min di lettura
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guardare tramonto stare bene
Foto di sun jib da Pixabay

Ci sono momenti in cui sembra sufficiente fermarsi. Un tramonto che incendia il cielo, il mare che cambia colore, la luce dell’alba che entra lentamente dalla finestra: per qualche minuto il telefono rimane in tasca, i pensieri rallentano e ciò che normalmente occupa la nostra attenzione sembra perdere importanza. Non è soltanto una sensazione poetica. La scienza sta studiando proprio quel particolare stato emotivo che può comparire quando ci troviamo davanti a qualcosa di immensamente bello, vasto o difficile da spiegare.

Gli psicologi lo chiamano awe, una parola inglese traducibile con “meraviglia” o “stupore reverenziale”. È l’emozione che può comparire davanti a un paesaggio spettacolare, a un cielo stellato, a una montagna, al mare o anche davanti a un’esperienza artistica capace di farci sentire improvvisamente piccoli rispetto a qualcosa di molto più grande di noi.

E proprio questa sensazione sembra avere effetti interessanti sul nostro modo di stare al mondo.

Quando la meraviglia interrompe il rumore della mente

L’elemento caratteristico dell’awe è una temporanea modifica del modo in cui percepiamo noi stessi. Di fronte a qualcosa che ci appare immensamente grande o sorprendente, l’attenzione tende a spostarsi dai problemi personali verso ciò che abbiamo davanti.

È come se, per qualche istante, il normale flusso dei pensieri venisse interrotto. Le preoccupazioni non necessariamente scompaiono, ma possono apparire meno ingombranti.

È questo uno degli aspetti che rende interessante lo studio della meraviglia in relazione al benessere psicologico. Alcune ricerche hanno associato le esperienze di awe a una diminuzione dello stress percepito e dell’ansia e a una maggiore sensazione di connessione con il mondo circostante.

Non significa che un tramonto possa curare un disturbo d’ansia o sostituire un percorso psicologico. Il punto è molto più semplice: alcune esperienze possono modificare temporaneamente il modo in cui dirigiamo l’attenzione e interpretiamo ciò che ci circonda.

La natura è una delle fonti più potenti di meraviglia

Non è un caso che la natura occupi un posto centrale nelle ricerche sull’awe. Un cielo stellato, una cascata, una montagna imponente o l’orizzonte del mare possiedono una caratteristica comune: possono superare la dimensione abituale della nostra esperienza quotidiana.

Un tramonto, in particolare, combina diversi elementi contemporaneamente. C’è la vastità del cielo, il cambiamento continuo dei colori, la luce che diminuisce progressivamente e la percezione del tempo che scorre. Non stiamo semplicemente osservando un’immagine: stiamo assistendo a un fenomeno che cambia davanti ai nostri occhi.

Questa dimensione dinamica può favorire uno stato di attenzione più concentrata, molto diverso da quello prodotto dal continuo passaggio da una notifica all’altra.

Dieci minuti senza scroll possono essere già qualcosa

Il confronto con lo smartphone è quasi inevitabile. Gran parte della nostra giornata è caratterizzata da una continua frammentazione dell’attenzione: messaggi, notifiche, video brevi, notizie e contenuti che si susseguono senza lasciare molto spazio alla pausa.

Guardare un tramonto richiede invece un’azione apparentemente opposta: non fare quasi nulla.

Non c’è un contenuto da consumare rapidamente, non c’è necessariamente qualcosa da commentare e non bisogna passare al video successivo. La luce cambia lentamente e ci costringe, almeno in parte, ad adeguarci al ritmo dell’esperienza.

Questo non significa che bastino dieci minuti davanti al mare per cancellare lo stress accumulato durante la giornata. Ma interrompere volontariamente il flusso digitale e dedicare qualche minuto a un’esperienza capace di catturare completamente l’attenzione può rappresentare una piccola forma di pausa mentale.

La meraviglia potrebbe influenzare anche il corpo

Gli effetti dell’awe non sono stati studiati soltanto dal punto di vista psicologico. Alcune ricerche hanno osservato possibili associazioni tra esperienze di meraviglia e alcuni indicatori fisiologici, compresi livelli più bassi di determinate citochine coinvolte nei processi infiammatori.

È un campo di ricerca ancora in evoluzione e sarebbe scorretto trasformare queste osservazioni in una conclusione del tipo “guardare il tramonto riduce l’infiammazione”. I meccanismi biologici sono molto più complessi e gli studi disponibili non autorizzano una simile semplificazione.

Il dato interessante è piuttosto che le emozioni positive e le esperienze di meraviglia sembrano avere interazioni con diversi aspetti della nostra risposta fisiologica, aprendo nuove domande sul rapporto tra emozioni, comportamento e salute.

E poi c’è la luce, che parla direttamente al nostro orologio biologico

Nel caso dell’alba e del tramonto esiste però un altro elemento particolarmente importante: la luce naturale.

Il nostro organismo possiede un sistema interno di regolazione temporale, il cosiddetto ritmo circadiano, che contribuisce a coordinare sonno, vigilanza e numerosi processi biologici. L’alternanza tra luce e buio rappresenta uno dei principali segnali ambientali utilizzati dall’organismo per mantenere sincronizzato questo orologio biologico.

La luce del mattino, in particolare, può contribuire alla regolazione del ciclo sonno-veglia, mentre la progressiva diminuzione della luminosità serale segnala all’organismo il passaggio verso la fase notturna.

Per questo l’esperienza di osservare un’alba o un tramonto non è soltanto estetica. È anche un momento nel quale il corpo entra in contatto con uno dei segnali ambientali fondamentali che regolano i nostri ritmi biologici.

Non è il tramonto a “guarirci”

C’è però una distinzione importante da mantenere. In un’epoca nella quale qualsiasi comportamento salutare rischia di trasformarsi rapidamente in una promessa miracolosa, sarebbe sbagliato attribuire alla meraviglia poteri che la ricerca non ha dimostrato.

Un tramonto non risolve una depressione, non elimina un disturbo d’ansia e non sostituisce il sonno, l’attività fisica, le relazioni significative o, quando necessario, il supporto di un professionista.

Può però offrire un’esperienza breve di disconnessione, favorire una diversa qualità dell’attenzione e regalarci la possibilità di uscire, anche soltanto per pochi minuti, dalla prospettiva ristretta dei nostri problemi.

Ed è forse proprio questo il suo valore.

Il lusso di fermarsi

In fondo, la parte più interessante della storia non riguarda nemmeno il tramonto. Riguarda la nostra capacità, sempre più rara, di fermarci senza dover produrre qualcosa.

Guardare il cielo cambiare colore non serve a niente in senso pratico. Non aumenta la produttività, non risponde alle email e non fa avanzare la lista delle cose da fare. Eppure può ricordarci che non tutto ciò che facciamo deve necessariamente avere uno scopo immediato.

La meraviglia nasce spesso proprio quando smettiamo di controllare e iniziamo semplicemente a osservare.

Perciò, la prossima volta che il cielo si tinge di rosso, arancio o rosa, forse vale la pena lasciare il telefono in tasca per qualche minuto. Non perché un tramonto possa risolverci la vita, ma perché ogni tanto abbiamo bisogno di ricordarci che esiste qualcosa di più grande del flusso incessante dei nostri pensieri.

E forse dieci minuti trascorsi a guardarlo sono, semplicemente, dieci minuti nei quali siamo davvero presenti.

Foto di sun jib da Pixabay