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I cuori anziani possono “ringiovanire” quando vengono trapiantati in persone più giovani

Federica VitalePubblicato il 4 min di lettura
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Immagine di magnific

L’età scritta sulla carta d’identità del donatore potrebbe non raccontare tutta la storia di un cuore trapiantato. Una nuova ricerca suggerisce infatti che l’organo possa modificare alcuni indicatori della propria età biologica dopo essere entrato nel corpo del ricevente. La scoperta più sorprendente riguarda i cuori provenienti da donatori anziani: quando vengono trapiantati in organismi più giovani, alcuni loro marcatori molecolari si spostano verso un profilo più giovane. Al contrario, cuori giovani inseriti in organismi anziani sembrano invecchiare più rapidamente. Il risultato suggerisce che l’età di un organo possa essere almeno in parte modificabile dall’ambiente nel quale vive.

Età cronologica ed età biologica non sono la stessa cosa

Un cuore di 60 anni appartiene necessariamente a una persona che ha vissuto 60 anni, ma le sue cellule non devono per forza presentare tutte le caratteristiche biologiche attese a quell’età. Gli scienziati distinguono per questo l’età cronologica dall’età biologica, stimabile attraverso diversi indicatori molecolari. Tra i più studiati ci sono gli orologi epigenetici, che analizzano particolari modificazioni del DNA chiamate metilazioni. Questi segni cambiano prevedibilmente durante l’invecchiamento e permettono di stimare quanto “vecchio” appaia biologicamente un tessuto. Sono proprio strumenti di questo tipo che i ricercatori hanno utilizzato per osservare ciò che accade dopo un trapianto.

L’esperimento ha permesso di separare cuore e organismo

Nei modelli animali, i ricercatori hanno eseguito trapianti tra individui di età differenti, seguendo successivamente i cambiamenti molecolari del tessuto cardiaco. I cuori giovani trasferiti in animali anziani hanno mostrato un’accelerazione di alcuni indicatori dell’invecchiamento nell’arco di pochi mesi. Quando l’esperimento veniva invertito, accadeva qualcosa di ancora più interessante: i cuori provenienti da animali anziani e trasferiti in riceventi giovani mostravano una diminuzione della loro età biologica stimata. Gli autori hanno integrato le misure epigenetiche con altre analisi molecolari per verificare se il fenomeno andasse oltre un singolo biomarcatore.

Il cambiamento sembra avvenire proprio nell’organo trapiantato

Un dettaglio rende l’esperimento particolarmente interessante. I cambiamenti osservati non sembravano semplicemente riflettere un ringiovanimento o un invecchiamento generale dell’intero organismo. Le variazioni erano concentrate soprattutto nel cuore trapiantato, mentre il cuore originario e altri tessuti del ricevente non mostravano lo stesso andamento. Anche l’espressione dei geni risultava coerente con un rimodellamento locale. Ciò suggerisce che il nuovo ambiente sistemico — sangue, ormoni, metaboliti, segnali immunitari e altri fattori circolanti — possa modificare progressivamente lo stato biologico delle cellule dell’organo ricevuto.

Indizi simili sono comparsi anche nei pazienti

Naturalmente un topo non è un essere umano. Per questo gli scienziati hanno esaminato anche biopsie e dati clinici di pazienti sottoposti a trapianto cardiaco al Brigham and Women’s Hospital. Anche in questi campioni l’età biologica dei cuori trapiantati risultava maggiormente collegata all’età del ricevente di quanto ci si aspetterebbe considerando soltanto quella del donatore. Le osservazioni cliniche andavano quindi nella stessa direzione degli esperimenti animali. Tuttavia il numero e la natura dei campioni umani non permettono ancora di concludere che qualsiasi cuore anziano possa essere ringiovanito semplicemente trapiantandolo in una persona giovane.

Ma che cosa potrebbe ringiovanire davvero un cuore?

La domanda più affascinante riguarda il meccanismo. Il sangue trasporta migliaia di proteine, ormoni, metaboliti e molecole immunitarie, molte delle quali cambiano con l’età. Un organo trapiantato viene improvvisamente immerso in un ambiente completamente nuovo. Studi precedenti hanno mostrato quanto i segnali della senescenza possano propagarsi: nei topi, per esempio, trapiantare organi anziani in riceventi giovani aumentava marcatori di senescenza anche in tessuti distanti, probabilmente attraverso fattori circolanti e DNA mitocondriale. Il nuovo lavoro suggerisce che possa esistere anche il processo opposto, nel quale un ambiente giovane contribuisce a rimodellare biologicamente un tessuto anziano.

La scoperta potrebbe cambiare anche il modo di valutare i donatori

Le implicazioni potrebbero essere importanti per i trapianti cardiaci, dove la disponibilità di organi rimane limitata e l’età del donatore pesa nella valutazione. Un’analisi statunitense di 39.868 trapianti eseguiti tra il 2006 e il marzo 2024 mostra che soltanto il 2,6% utilizzava cuori provenienti da donatori sopra i 55 anni. Curiosamente, nello stesso studio la combinazione cuore di donatore anziano-ricevente giovane non risultava associata a un aumento statisticamente significativo della mortalità, mentre il quadro era meno favorevole nei riceventi anziani. Questi dati non dimostrano un effetto di ringiovanimento, ma rafforzano l’interesse verso una valutazione degli organi che consideri anche la loro condizione funzionale e biologica, non soltanto gli anni del donatore.

Non abbiamo ancora scoperto una “fontana della giovinezza”

È fondamentale, però, non trasformare un risultato sperimentale in una promessa clinica. Il nuovo lavoro è un preprint e deve ancora essere sottoposto pienamente alla revisione scientifica tra pari. Inoltre ringiovanimento epigenetico non significa necessariamente che un cuore abbia recuperato integralmente tutte le caratteristiche strutturali e funzionali di un organo giovane. Età del donatore, aterosclerosi, fibrosi, ischemia e condizioni cardiovascolari continuano a essere elementi fondamentali nella selezione degli organi. La scoperta apre però una domanda straordinaria: se un cuore anziano può diventare molecolarmente più giovane entrando in un organismo giovane, allora una parte dell’invecchiamento potrebbe non essere scritta irreversibilmente nelle cellule, ma dipendere dai segnali che il corpo invia loro ogni giorno.

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