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La donna che visse con un delfino per insegnargli a parlare

Federica VitalePubblicato il 6 min di lettura
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delfini (1)
Foto di illusion-X da Pixabay

Una casa quasi completamente trasformata in una piscina, una giovane donna che vi trascorre gran parte delle sue giornate e un delfino chiamato Peter come compagno di esperimento. Potrebbe sembrare la trama di un film surreale, ma negli anni Sessanta accadde davvero a St. Thomas, nelle Isole Vergini americane. L’obiettivo era ambizioso: capire se un delfino potesse imparare a riprodurre il linguaggio umano e, soprattutto, se fosse possibile costruire una forma di comunicazione tra due specie profondamente diverse.

Al centro di questa singolare vicenda c’era Margaret Howe Lovatt, una giovane donna senza una formazione scientifica specifica, ma profondamente affascinata dagli animali. La sua esperienza alla cosiddetta Dolphin House, struttura collegata alle ricerche del neuroscienziato John Lilly, sarebbe diventata uno degli episodi più controversi e sorprendenti della storia degli studi sull’intelligenza dei cetacei.

Un laboratorio nato da una domanda fantascientifica

Per comprendere l’esperimento è necessario tornare al clima culturale e scientifico dell’epoca. Erano gli anni della Guerra fredda, della corsa allo spazio e delle prime grandi riflessioni sulla possibilità che nell’universo esistessero altre forme di intelligenza.

In quel contesto, studiare animali capaci di comunicare attraverso una grande varietà di suoni poteva assumere un significato che andava ben oltre la semplice zoologia. I delfini producevano fischi, clic e vocalizzazioni estremamente articolate e possedevano capacità cognitive che, già allora, apparivano fuori dal comune.

Il neuroscienziato John Lilly si era interessato ai cetacei dopo aver assistito, nel 1949, alla vicenda di una balena pilota spiaggiata. Da quel momento iniziò a concentrarsi sul cervello, sull’intelligenza e sui sistemi di comunicazione degli animali marini, arrivando a formulare un’ipotesi radicale: se i delfini erano capaci di apprendere e imitare suoni, forse avrebbero potuto imparare anche alcuni elementi del linguaggio umano.

L’idea era affascinante e si inseriva in un più ampio interesse per la comunicazione con forme di intelligenza non umane, in un periodo nel quale persino la possibilità di dialogare con una civiltà extraterrestre veniva discussa seriamente in alcuni ambienti scientifici.

La casa allagata dove vivevano uomo e delfino

Quando Margaret Howe Lovatt entrò in contatto con il progetto, rimase affascinata dalla possibilità di partecipare direttamente alla ricerca. La Dolphin House ospitava tre delfini e Lovatt iniziò a lavorare soprattutto con un giovane maschio chiamato Peter.

L’idea che propose era radicale rispetto ai tradizionali metodi di addestramento. Invece di limitarsi a entrare in contatto con l’animale per brevi sessioni, Lovatt avrebbe dovuto trascorrere con lui una parte enorme della giornata.

Una porzione dell’edificio venne quindi modificata e riempita con circa mezzo metro d’acqua marina, creando un ambiente nel quale la donna potesse muoversi accanto al delfino. La conseguenza fu una situazione decisamente insolita: Lovatt viveva praticamente immersa nell’acqua per gran parte del tempo, lavorando, mangiando e interagendo con Peter.

L’esperimento puntava sulla ripetizione e sull’interazione quotidiana. Lovatt pronunciava parole e suoni davanti al delfino, cercando di stimolarne la capacità di imitazione. Il modello ricordava, per certi aspetti, il modo in cui un adulto interagisce con un bambino durante l’acquisizione del linguaggio: ascolto, ripetizione, associazione e continua esposizione ai suoni.

Peter imparò davvero a parlare?

La risposta è molto più complessa di quanto suggerisca la storia.

Peter riuscì effettivamente a produrre alcuni suoni simili a vocalizzazioni umane, ma non arrivò mai a utilizzare un linguaggio umano nel senso proprio del termine. Non sviluppò un vocabolario comparabile a quello di una persona e non fu dimostrata una vera capacità di comprendere e utilizzare una lingua umana secondo le regole della comunicazione.

L’esperimento, quindi, non riuscì a realizzare il suo obiettivo più ambizioso. Rimase tuttavia interessante per ciò che suggeriva sulle capacità di apprendimento e imitazione dei delfini.

Il problema era anche metodologico. Studiare una possibile forma di linguaggio interspecifico richiedeva distinguere con estrema precisione tra imitazione di un suono, associazione a uno stimolo e comprensione del significato. Riprodurre una vocalizzazione umana, infatti, non equivale necessariamente a comprendere ciò che quella vocalizzazione significa.

Quando la ricerca prese una direzione controversa

La vicenda della Dolphin House divenne ancora più controversa per le scelte compiute da Lilly. Nel corso delle sue ricerche, lo scienziato sperimentò anche l’utilizzo dell’LSD su alcuni delfini, nel tentativo di comprendere se gli stati alterati di coscienza potessero influenzare la comunicazione o il comportamento.

Peter non fu incluso in questi esperimenti, ma il progetto nel suo complesso iniziò progressivamente a perdere credibilità e sostegno. Le aspettative iniziali erano enormi, mentre i risultati concreti rimanevano molto più limitati.

A complicare ulteriormente il lavoro contribuì anche il comportamento dello stesso Peter. Il giovane delfino maschio mostrò un forte interesse sessuale nei confronti di Lovatt, rendendo alcune sessioni di apprendimento difficili da gestire e interferendo con la concentrazione necessaria per l’esperimento.

La vicenda, raccontata oggi, viene spesso ridotta a un episodio curioso o scandaloso. In realtà evidenzia soprattutto quanto fosse ancora sperimentale e poco strutturata la ricerca sull’intelligenza animale in quel periodo.

La fine dell’esperimento

Con il passare del tempo, il progetto perse finanziamenti e lo stesso Lilly iniziò ad allontanarsi dalla ricerca finalizzata all’insegnamento del linguaggio ai delfini. La Dolphin House venne chiusa e gli animali furono trasferiti in una struttura di Miami.

Per Peter il trasferimento ebbe un esito drammatico. Il giovane delfino morì poche settimane dopo essere stato spostato nel nuovo laboratorio, mentre Lovatt rimase a St. Thomas. In seguito acquistò una propria Dolphin House e continuò a occuparsi di delfini, costruendo nel frattempo la propria vita familiare.

La fine dell’esperimento non cancellò però la sua particolarità. La storia di Lovatt rimase una delle più insolite testimonianze del tentativo, compiuto negli anni Sessanta, di superare il confine tra comunicazione animale e linguaggio umano.

Cosa ci ha lasciato davvero quell’esperimento

A distanza di decenni, la domanda iniziale conserva ancora parte del suo fascino: quanto può essere complessa la comunicazione di un’altra specie e quanto siamo realmente capaci di comprenderla?

La ricerca contemporanea ha mostrato che i delfini possiedono sistemi comunicativi sofisticati, capacità di apprendimento e comportamenti sociali complessi. Questo, però, non significa che il loro sistema di comunicazione sia semplicemente una versione diversa del linguaggio umano.

La storia di Margaret Howe Lovatt e Peter racconta dunque qualcosa di più profondo di una donna che viveva in una casa allagata insieme a un delfino. Racconta il momento in cui la scienza iniziò a interrogarsi seriamente sulla possibilità che l’intelligenza non umana potesse avere forme di comunicazione che ancora non eravamo in grado di decifrare.

E forse il vero fallimento dell’esperimento non fu non aver insegnato a Peter a parlare. Fu scoprire quanto fosse difficile, per gli esseri umani, stabilire se un animale stesse davvero imparando il nostro linguaggio oppure se fossimo noi, ancora una volta, a interpretare il suo comportamento attraverso categorie esclusivamente umane.

Foto di illusion-X da Pixabay