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L’odore dell’ombelico potrebbe rivelare Parkinson e declino cognitivo

Marco InchingoliPubblicato il 4 min di lettura
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Immagine di wayhomestudio su Magnific

Potrebbe sembrare una delle zone meno interessanti del corpo, e invece l’ombelico potrebbe trasformarsi in una piccola finestra sul nostro stato di salute. Uno studio pubblicato su Scientific Reports ha scoperto che i composti volatili raccolti in questa zona presentano profili differenti nelle persone con Parkinson, decadimento cognitivo lieve e Covid-19 rispetto ai volontari sani. Non significa che annusare il proprio ombelico permetta di scoprire una malattia. Gli scienziati hanno utilizzato una sofisticata tecnologia laser per riconoscere differenze chimiche impercettibili all’olfatto umano.

Perché proprio l’ombelico?

La scelta è meno bizzarra di quanto sembri. Il corpo produce continuamente composti organici volatili, o VOC, molecole che evaporano facilmente e derivano da metabolismo, sebo, sudore e attività microbica. Alimentazione, farmaci, ambiente e condizioni di salute possono modificarne la composizione. I ricercatori hanno scelto tre punti facilmente accessibili — parte anteriore del naso, conca dell’orecchio e ombelico — perché relativamente protetti dall’esposizione diretta a profumi, cosmetici e altri contaminanti esterni. L’ombelico, inoltre, può raccogliere sebo, cellule cutanee, sudore e microrganismi, producendo una complessa miscela chimica.

Lo studio ha coinvolto soltanto 24 persone

L’esperimento era volutamente piccolo e pensato come prova di principio. Sono stati reclutati 24 partecipanti: sei persone sane, sei con malattia di Parkinson, sei con decadimento cognitivo lieve e sei con Covid-19. I ricercatori hanno strofinato per circa dieci secondi tamponi sterili nelle tre regioni corporee, per poi congelare i campioni e analizzarli. Numeri così ridotti non permettono naturalmente di sviluppare un test diagnostico affidabile, ma sono sufficienti per verificare se la tecnologia riesca a individuare schemi chimici meritevoli di ulteriori ricerche.

Un laser ha “annusato” ciò che noi non possiamo percepire

Il cuore dell’esperimento è una tecnica chiamata spettroscopia fotoacustica basata su laser, o LPAS. I campioni vengono attraversati da aria purificata, che trasporta le molecole volatili verso lo strumento. Quando queste assorbono specifiche lunghezze d’onda della luce infrarossa, l’energia produce minuscole variazioni di pressione rilevabili come onde acustiche. Analizzando molte lunghezze d’onda, il sistema costruisce una sorta di impronta spettrale della miscela di VOC. Gli scienziati hanno quindi utilizzato un’analisi statistica per verificare se le impronte appartenenti alle diverse condizioni formassero gruppi riconoscibili.

L’ombelico ha prodotto alcuni dei risultati più interessanti

Le differenze più evidenti sono emerse nei campioni provenienti dal naso e dall’ombelico. In particolare, le firme ottenute dall’ombelico mostravano una separazione tra i gruppi, con una distinzione particolarmente evidente tra volontari sani e persone con decadimento cognitivo lieve. Anche Parkinson e Covid-19 producevano configurazioni riconoscibili nell’analisi esplorativa. Sorprendentemente, gli autori hanno osservato che un numero molto ridotto di lunghezze d’onda — appena cinque — poteva conservare una parte importante della separazione tra i campioni, prospettiva interessante per sviluppare in futuro strumenti più semplici.

Il Parkinson aveva già mostrato di possedere un odore particolare

L’idea che una malattia neurologica possa modificare l’odore corporeo non nasce con questo esperimento. Il caso più famoso è quello di Joy Milne, una donna dotata di un olfatto eccezionalmente sensibile che raccontò di aver percepito sul marito un particolare odore muschiato anni prima della diagnosi di Parkinson. Successive ricerche hanno effettivamente trovato nel sebo delle persone con Parkinson un diverso profilo di molecole volatili. Uno studio del 2025 ha individuato 55 caratteristiche chimiche significativamente differenti analizzando il volatiloma del sebo di persone con Parkinson, controlli e soggetti con disturbo comportamentale del sonno REM isolato.

Ma l’odore dell’ombelico non è un test per il Parkinson

È il punto più importante per interpretare correttamente la ricerca. Ventiquattro persone sono troppo poche per stabilire sensibilità, specificità e affidabilità diagnostica di un metodo. Età, farmaci, alimentazione, microbioma cutaneo, igiene e numerosi altri fattori potrebbero modificare i VOC. Inoltre, il decadimento cognitivo lieve non equivale necessariamente a una futura demenza: è una condizione clinica eterogenea che può avere evoluzioni differenti. Gli stessi autori considerano il lavoro una dimostrazione preliminare e sottolineano la necessità di campioni molto più grandi. Oggi, inoltre, non esiste ancora un sistema di biomarcatori validato che sostituisca la valutazione clinica nella diagnosi precoce del Parkinson.

Un semplice tampone potrebbe diventare un sensore della salute

La vera promessa non è dunque imparare ad annusare le malattie, ma trasformare l’insieme delle molecole emesse dal corpo in un biomarcatore misurabile. Un tampone cutaneo sarebbe economico, rapido, indolore e facilmente ripetibile. Se studi molto più ampi dimostrassero che determinate firme chimiche compaiono precocemente e sono specifiche per una malattia, la spettroscopia potrebbe un giorno affiancare altri strumenti di screening. Per il Parkinson l’interesse è particolarmente forte perché i processi neurodegenerativi possono precedere di anni i classici sintomi motori. Per ora l’ombelico non può dirci se svilupperemo Parkinson o demenza. Ma questa piccola ricerca suggerisce qualcosa di affascinante: il metabolismo potrebbe lasciare sulla pelle tracce chimiche di ciò che sta accadendo molto più in profondità nel nostro organismo.

Immagine di wayhomestudio su Magnific