Infarto e ictus vengono associati soprattutto alla mezza età e alla vecchiaia, ma i processi che li favoriscono possono cominciare decenni prima della comparsa dei sintomi. A ricordarlo è un nuovo studio pubblicato su Circulation: Population Health and Outcomes, che ha analizzato 1.283 giovani adulti statunitensi con un’età media di appena 23 anni. Quasi l’80% dei partecipanti presentava almeno uno stadio della cosiddetta sindrome cardiovascolare-renale-metabolica (CKM). Soprattutto, chi si trovava negli stadi più avanzati mostrava maggiori segni di danno subclinico alle arterie carotidi, i grandi vasi che trasportano sangue verso il cervello.
Che cos’è la sindrome CKM
La CKM syndrome, definita dall’American Heart Association nel 2023, nasce dalla consapevolezza che cuore, reni e metabolismo non funzionano come compartimenti indipendenti. Obesità, glicemia elevata, ipertensione e malattia renale possono influenzarsi reciprocamente e, nel tempo, aumentare il rischio cardiovascolare. La classificazione procede dallo stadio 0, nel quale non sono presenti fattori di rischio CKM, fino allo stadio 4, corrispondente alla presenza di una malattia cardiovascolare clinica. Essere classificati negli stadi iniziali, quindi, non significa avere già una cardiopatia, ma presentare condizioni che possono favorirne lo sviluppo futuro.
Quasi quattro ragazzi su cinque presentavano almeno un problema
I numeri sono notevoli. Soltanto circa il 21% dei partecipanti si trovava allo stadio 0, senza fattori CKM identificabili. Circa il 40% era allo stadio 1, caratterizzato principalmente da eccesso o alterata distribuzione del tessuto adiposo; il 36% era allo stadio 2, nel quale entrano in gioco fattori metabolici o renali, mentre il 2,8% aveva raggiunto lo stadio 3, associato a un rischio cardiovascolare subclinico più elevato. Nessuno presentava lo stadio 4. In totale, quindi, quasi otto partecipanti su dieci si collocavano tra gli stadi 1 e 3 nonostante la giovanissima età.
Nelle carotidi compaiono già segnali misurabili
La parte più interessante dello studio riguarda ciò che i ricercatori hanno osservato direttamente nei vasi sanguigni. Attraverso esami delle carotidi sono stati valutati indicatori della struttura delle pareti arteriose, capaci di rivelare alterazioni prima che compaiano sintomi clinici. I partecipanti negli stadi CKM più avanzati tendevano a presentare pareti carotidee più spesse e altri segnali di lesione arteriosa precoce. Precedenti analisi della stessa coorte avevano mostrato che alcuni parametri dello spessore arterioso nei partecipanti, mediamente ventitreenni, raggiungevano valori che ci si sarebbe potuti aspettare in persone di circa 33 anni.
Ma “8 su 10 con arterie danneggiate” sarebbe una semplificazione
Il risultato richiede però una precisazione importante. Lo studio non afferma che l’80% dei giovani abbia già arterie gravemente danneggiate. Quasi l’80% presentava uno stadio CKM compreso tra 1 e 3; l’entità degli indicatori di danno arterioso aumentava invece con il progredire dello stadio. Non stiamo quindi parlando di ventenni destinati inevitabilmente ad avere un infarto. Si tratta piuttosto di segnali precoci e fattori di rischio che, se persistono per decenni, possono contribuire allo sviluppo dell’aterosclerosi e aumentare successivamente la probabilità di malattie cardiovascolari.
Peso, alimentazione e movimento entrano nell’equazione
I ricercatori hanno valutato anche la salute cardiovascolare utilizzando i Life’s Essential 8, otto parametri proposti dall’American Heart Association: alimentazione, attività fisica, esposizione alla nicotina, sonno, peso corporeo, colesterolo, glicemia e pressione arteriosa. All’aumentare dello stadio CKM, i punteggi complessivi tendevano a peggiorare. Nella coorte studiata, alimentazione e attività fisica risultavano particolarmente problematiche, mentre l’eccesso di adiposità rappresentava uno dei principali elementi alla base della classificazione CKM. Il messaggio è importante perché molti di questi fattori possono essere modificati molto prima che compaia una malattia cardiovascolare manifesta.
Lo studio non rappresenta tutti i ventenni
Prima di estendere questi numeri all’intera popolazione è necessaria cautela. Lo studio era trasversale, quindi fotografava associazioni presenti in un determinato momento senza dimostrare un rapporto di causa-effetto. Inoltre, la coorte comprendeva giovani provenienti da contesti urbani e includeva intenzionalmente una quota consistente di persone appartenenti a gruppi socioeconomicamente svantaggiati. Gli stessi autori sottolineano che il campione non può essere considerato rappresentativo di tutti i giovani adulti statunitensi, tantomeno di quelli di altri Paesi. Saranno necessari studi longitudinali per verificare come questi indicatori evolvano negli anni e quanto predicano effettivamente gli eventi cardiovascolari futuri.
La prevenzione cardiovascolare dovrebbe iniziare da giovani
La ricerca lascia comunque un messaggio difficile da ignorare: aspettare i 50 anni per preoccuparsi della salute cardiovascolare potrebbe essere troppo tardi. Aterosclerosi e alterazioni metaboliche si sviluppano lentamente e l’esposizione prolungata a pressione alta, glicemia, colesterolo e altri fattori può accumulare danni nel corso dei decenni. Per i ventenni l’obiettivo non è quindi vivere nell’ansia di un futuro infarto, ma sfruttare proprio la giovane età come occasione di prevenzione: movimento regolare, alimentazione equilibrata, niente fumo, sonno adeguato e controllo periodico dei principali parametri cardiovascolari. Perché le malattie del cuore possono manifestarsi tardi, ma la storia delle nostre arterie comincia a essere scritta molto prima.
