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Dopo un infarto il cuore può creare un “bypass naturale”: come funzionano le arterie collaterali

Annalisa TelliniPubblicato il 4 min di lettura
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Image by Pete Linforth from Pixabay

Quando una coronaria si chiude durante un infarto, il sangue smette di raggiungere correttamente una parte del muscolo cardiaco e ogni minuto può fare la differenza. Il cuore, tuttavia, possiede una rete di collegamenti tra le proprie arterie capace, in alcuni individui, di fornire una strada alternativa al flusso sanguigno. Sono i vasi coronarici collaterali, piccoli canali che collegano territori normalmente alimentati da arterie differenti. Quando un vaso principale si restringe o viene ostruito, queste connessioni possono aprirsi e ingrandirsi, funzionando come una sorta di “bypass naturale” attorno all’ostacolo.

Un bypass che esiste già prima dell’emergenza

Dire che il cuore “ricostruisce” il proprio bypass è suggestivo, ma richiede una precisazione. Molti vasi collaterali sono già presenti come connessioni molto piccole e possono essere quasi invisibili quando le coronarie funzionano normalmente. Se una grande arteria viene progressivamente ostruita, la differenza di pressione tra i due territori aumenta il flusso attraverso queste vie secondarie. Lo stimolo meccanico può innescare un processo chiamato arteriogenesi, durante il quale i vasi collaterali si rimodellano, aumentano di diametro e diventano capaci di trasportare quantità maggiori di sangue. Non nasce quindi necessariamente una nuova coronaria dal nulla: viene potenziata una rete di emergenza preesistente.

Alcuni vasi possono entrare in azione molto rapidamente

Una ricerca condotta su pazienti con malattia coronarica ha mostrato quanto questa rete possa essere sorprendentemente efficiente. Durante una temporanea occlusione provocata dal palloncino utilizzato nell’angioplastica, i ricercatori hanno misurato il sangue che continuava a raggiungere il miocardio. Anche in persone senza collaterali chiaramente visibili all’angiografia prima dell’occlusione, la loro rapida attivazione forniva mediamente circa il 64% della normale perfusione a riposo nella regione interessata. Significa che alcune connessioni apparentemente “dormienti” possono entrare rapidamente in funzione quando la principale strada del sangue viene improvvisamente chiusa.

Ma il vero potenziamento richiede tempo

Esiste però una differenza tra reclutamento immediato e sviluppo di una rete collaterale robusta. Quando una coronaria si restringe gradualmente, come accade nell’aterosclerosi, l’organismo può avere settimane, mesi o anni per ampliare le vie alternative. Per questo un’occlusione progressiva può talvolta essere accompagnata da collaterali molto sviluppate, mentre una trombosi improvvisa in una persona priva di una buona rete può provocare danni estesi. In alcuni casi le arterie collaterali riescono a portare sangue a valle di un’ostruzione completa, mantenendo vitale una parte del miocardio che altrimenti rimarrebbe senza ossigeno.

Non tutti possediamo lo stesso “bypass naturale”

La capacità di sviluppare questa circolazione varia enormemente tra le persone. Genetica, età e fattori cardiovascolari possono influenzare numero, diametro e capacità di rimodellamento dei vasi collaterali. Una revisione recente sottolinea proprio come differenze genetiche naturali possano contribuire alla grande variabilità osservata nella rete collaterale. Anche il cuore cambia con lo sviluppo: studi di imaging e modellazione hanno mostrato che le collaterali dei cuori neonatali di topo sono più numerose ed efficienti rispetto a quelle adulte, mentre nell’uomo adulto con occlusioni coronariche complete si osservano in media poche grandi collaterali funzionali.

Una buona rete potrebbe rendere l’infarto meno devastante

Questi vasi non sono soltanto una curiosità anatomica. Una meta-analisi pubblicata nel 2026 ha esaminato il rapporto tra circolazione collaterale e mortalità nei pazienti con infarto STEMI sottoposti ad angioplastica primaria, raccogliendo dati relativi a oltre 18.000 persone. In generale, una rete collaterale ben sviluppata viene considerata potenzialmente protettiva perché può mantenere una quota di perfusione quando l’arteria principale è ostruita, limitando l’ischemia e preservando parte della funzione ventricolare. L’entità del vantaggio clinico dipende però da numerosi fattori e le collaterali non riescono sempre a fornire sangue sufficiente.

Non significa che un infarto possa curarsi da solo

È proprio questo il punto più importante. Un bypass naturale non sostituisce l’angioplastica, lo stent o, quando necessario, il bypass coronarico chirurgico. Se compaiono dolore o pressione al torace, difficoltà respiratoria, sudorazione improvvisa o altri sintomi compatibili con un infarto, è necessario un intervento medico urgente. Il muscolo cardiaco privo di ossigeno comincia infatti a subire danni rapidamente. La circolazione collaterale può guadagnare tempo o limitare l’estensione dell’area ischemica, ma non garantisce una perfusione sufficiente né permette di prevedere chi sarà protetto.

La sfida è insegnare al cuore a potenziare queste strade

Per la medicina, il fenomeno apre una possibilità affascinante: stimolare terapeuticamente la crescita e il rimodellamento delle arterie collaterali. Se fosse possibile identificare i segnali molecolari che permettono ad alcune persone di costruire una rete particolarmente efficiente, un giorno potrebbero essere sviluppati trattamenti capaci di favorire questo processo nei pazienti con ischemia. Siamo ancora lontani dall’avere una terapia capace di creare a comando un bypass naturale, ma la biologia mostra che il principio esiste già. Il cuore non può ricostruire magicamente una coronaria distrutta; può però allargare strade secondarie e trasformarle in percorsi alternativi per il sangue, una capacità naturale che potrebbe diventare il modello per nuove strategie contro le malattie cardiovascolari.

Image by Pete Linforth from Pixabay