I millennials hanno davvero un aspetto più giovane?
Da qualche tempo sui social circola una teoria difficile da ignorare: i millennials sembrano più giovani dell’età che hanno. Basta guardare le fotografie di persone tra i 30 e i 40 anni di oggi e confrontarle con quelle dei loro coetanei di qualche decennio fa per avere la sensazione che qualcosa sia cambiato.
Un quarantenne contemporaneo, almeno nell’immaginario collettivo, non corrisponde più necessariamente all’idea di “persona di mezza età” che apparteneva alle generazioni precedenti. Jeans, sneakers, capelli, trucco, modo di comunicare e persino il rapporto con la cura del corpo hanno contribuito a modificare profondamente la percezione dell’età adulta.
Ma c’è davvero qualcosa di biologico dietro questo fenomeno oppure siamo semplicemente diventati più bravi a sembrare giovani?
La risposta, probabilmente, è una combinazione delle due cose.
La protezione solare potrebbe essere una delle chiavi
Tra le spiegazioni più plausibili c’è un’abitudine che oggi appare quasi scontata, ma che non lo era affatto per le generazioni precedenti: la protezione solare.
I millennials sono cresciuti in un periodo nel quale la consapevolezza dei danni provocati dai raggi ultravioletti ha iniziato a diffondersi sempre di più. La crema solare non era più soltanto qualcosa da mettere in valigia prima di andare al mare, ma uno strumento da utilizzare per proteggere quotidianamente la pelle.
Ed è un cambiamento importante.
L’esposizione cronica ai raggi UV è infatti uno dei principali fattori ambientali associati al fotoinvecchiamento, cioè all’invecchiamento cutaneo provocato dall’esposizione solare. Rughe, perdita di elasticità, macchie e alterazioni della texture della pelle possono essere influenzate dall’esposizione accumulata nel corso degli anni.
Questo non significa che utilizzare l’SPF renda automaticamente giovani o che tutti i millennials abbiano protetto correttamente la propria pelle. Significa piuttosto che una generazione ha avuto accesso a informazioni sulla prevenzione che in precedenza erano molto meno diffuse.
Dalla crema solare alla skincare quotidiana
La protezione dai raggi UV è soltanto un tassello di un cambiamento più ampio: la normalizzazione della skincare.
Detergenti, creme idratanti, prodotti contenenti retinoidi o antiossidanti, sieri e protezioni solari fanno ormai parte della routine quotidiana di moltissime persone. La cura della pelle è diventata un vero e proprio settore culturale oltre che commerciale.
Anche l’idea di prevenzione è cambiata. Un tempo molti trattamenti venivano utilizzati soprattutto per intervenire su un segno dell’invecchiamento già comparso. Oggi l’approccio tende maggiormente a concentrarsi sulla prevenzione e sulla salute della pelle.
Naturalmente, anche in questo caso, non bisogna trasformare una tendenza in una certezza scientifica. La pelle di ogni individuo segue un percorso diverso e dipende da genetica, fototipo, esposizione solare, fumo, alimentazione, sonno, stress e moltissimi altri fattori.
Anche il modo di vestirsi cambia la percezione dell’età
C’è però una componente che non ha necessariamente a che fare con la biologia: l’abbigliamento.
Un adulto di 40 anni negli anni Ottanta o Novanta veniva rappresentato attraverso codici estetici molto diversi da quelli attuali. Completi più strutturati, camicie, scarpe formali e determinati tagli di capelli contribuivano a costruire visivamente l’immagine dell'”adulto”.
I millennials hanno progressivamente reso più sfumata questa distinzione.
Una persona di 35 o 40 anni può indossare sneakers, jeans, felpe, abiti casual e mantenere uno stile molto simile a quello che aveva a 25 anni. L’età anagrafica e l’aspetto sociale dell’età non coincidono più necessariamente.
Ed è proprio questo uno degli elementi che potrebbe alimentare la percezione secondo cui i millennials “non invecchiano”.
In realtà, forse, siamo noi ad aver modificato il modo in cui riconosciamo visivamente l’età.
Il volto non racconta più l’età come una volta
Anche il rapporto con l’estetica è profondamente cambiato.
Negli ultimi anni sono diventati sempre più accessibili trattamenti dermatologici ed estetici, dalle procedure più leggere fino a interventi più importanti. Se utilizzati con criterio e da professionisti qualificati, possono modificare alcuni aspetti dell’aspetto cutaneo.
Ma qui emerge un paradosso interessante.
L’idea di apparire più giovani attraverso interventi estetici non produce necessariamente sempre il risultato desiderato. Un volto eccessivamente trattato può infatti risultare meno naturale e, in alcuni casi, trasmettere una percezione di maggiore maturità, proprio perché rende evidenti gli interventi effettuati.
Questo è particolarmente interessante se confrontato con l’estetica contemporanea, nella quale la tendenza sembra essersi spostata verso risultati più discreti e volti meno “costruiti”.
E i filler usati molto presto?
Il dibattito riguarda anche le generazioni più giovani, che hanno avuto accesso molto presto ai social media e, di conseguenza, a una quantità enorme di immagini filtrate, ritoccate e costruite.
L’esposizione precoce a determinati canoni estetici può portare alcune persone a intervenire sul proprio volto prima ancora che siano comparsi significativi segni dell’invecchiamento.
Ma più trattamento non significa necessariamente più giovinezza.
L’effetto estetico dipende dalla tecnica, dalle quantità utilizzate, dall’anatomia individuale e soprattutto dall’obiettivo del trattamento. Per questo non è corretto generalizzare sostenendo che una generazione abbia “fatto troppo filler”: si tratta di comportamenti estremamente variabili da persona a persona.
Non dimentichiamo genetica e stile di vita
Se c’è una cosa che questa teoria rischia di semplificare troppo è il ruolo della genetica.
La velocità con cui compaiono rughe, perdita di elasticità e altri segni dell’invecchiamento varia enormemente tra gli individui. Anche esposizione solare, fumo, consumo di alcol, alimentazione, attività fisica, qualità del sonno e stress contribuiscono all’aspetto della pelle.
Persino due persone nate nello stesso anno possono apparire molto diverse.
Per questo parlare di “millennials che non invecchiano” è soprattutto una narrazione culturale, più che una categoria biologica.
Forse non sembrano più giovani: è cambiata l’idea di adulto
Ed è qui che la teoria diventa interessante.
Forse i millennials non hanno trovato il modo di fermare il tempo. Hanno semplicemente contribuito a cambiare il volto dell’età adulta.
A 35, 40 o persino 45 anni oggi si può avere uno stile di vita, un abbigliamento e un’immagine molto lontani da quelli associati alla stessa età qualche decennio fa.
La conseguenza è curiosa: quando guardiamo una fotografia di un quarantenne del passato, alcuni elementi visivi ci fanno immediatamente pensare “quarantenne”. Quando osserviamo un quarantenne di oggi, quegli stessi segnali possono non esserci.
E allora la domanda iniziale cambia.
Non è forse che i millennials sembrano più giovani della loro età, ma che abbiamo finalmente smesso di avere un’unica immagine possibile di cosa significhi essere adulti?
L’età resta scritta sulla carta d’identità. Sul volto, invece, la storia è molto più complessa.
