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Demenza, un programma di stile di vita migliora le capacità cognitive del 55% in più

Federica VitalePubblicato il 4 min di lettura
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demenza stile di vita
Immagine di gpointstudio su Magnific

E se per mantenere il cervello efficiente non servisse una singola abitudine, ma una combinazione organizzata di più interventi? È quanto suggerisce LatAm-FINGERS, un grande trial clinico randomizzato condotto in America Latina. I ricercatori hanno coinvolto 1.065 adulti tra 60 e 77 anni con un rischio elevato di demenza e prestazioni cognitive non ottimali. Dopo due anni, chi aveva seguito un programma intensivo e strutturato aveva ottenuto un miglioramento della cognizione globale del 55% maggiore rispetto a chi aveva ricevuto indicazioni più flessibili sullo stile di vita.

Lo studio ha coinvolto 11 Paesi dell’America Latina

La ricerca è particolarmente importante perché gran parte dei precedenti trial sulla prevenzione della demenza era stata condotta in Europa e Nord America. LatAm-FINGERS ha invece reclutato partecipanti in Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Ecuador, Messico, Perù e Uruguay, attraverso 12 centri. I volontari presentavano fattori associati a un maggiore rischio di declino cognitivo, compresi elementi cardiovascolari e legati allo stile di vita. Sono stati assegnati casualmente a due programmi differenti, consentendo un confronto sperimentale molto più robusto rispetto a un semplice studio osservazionale.

Il primo gruppo non ha ricevuto soltanto qualche consiglio

I 539 partecipanti assegnati all’intervento sistematico hanno seguito un programma decisamente impegnativo. Comprendeva esercizio fisico supervisionato, consulenza nutrizionale basata su una versione culturalmente adattata della dieta MIND, allenamento cognitivo computerizzato e monitoraggio dei fattori di rischio cardiovascolare. A questo si aggiungevano 38 incontri di gruppo nell’arco dei due anni, pensati anche per favorire socializzazione, motivazione e responsabilità personale. La dieta e l’attività fisica sono state adattate alle diverse culture: tra le opzioni comparivano, per esempio, tango, salsa, esercizio nei parchi e alimenti locali.

Il gruppo di confronto riceveva comunque indicazioni salutari

Questo dettaglio rende il risultato ancora più interessante. Le 526 persone del gruppo flessibile non conducevano una vita volutamente malsana e non rappresentavano un vero gruppo “senza trattamento”. Ricevevano educazione sanitaria e raccomandazioni generali su alimentazione, esercizio, attività cognitive e sociali e gestione del rischio vascolare. Durante i due anni partecipavano però soltanto a quattro incontri di gruppo e non ricevevano coaching, supervisione e obiettivi continuativi paragonabili a quelli dell’intervento sistematico. Lo studio ha quindi confrontato soprattutto due intensità diverse dello stesso approccio multidimensionale.

Il risultato: un miglioramento cognitivo superiore del 55%

Dopo due anni entrambi i gruppi mostravano benefici, ma il programma strutturato ha prodotto un miglioramento del 55% maggiore nel punteggio composito di cognizione globale. I ricercatori hanno osservato vantaggi significativamente maggiori anche nelle tre aree esaminate separatamente: memoria, funzioni esecutive e velocità di elaborazione delle informazioni. Il risultato è coerente con quello del trial statunitense U.S. POINTER, che aveva già mostrato come un intervento multidimensionale più strutturato potesse offrire un vantaggio cognitivo rispetto a un approccio autogestito.

Ma quel 55% può essere facilmente frainteso

Dire che le capacità cognitive sono aumentate “del 55%” può far immaginare trasformazioni spettacolari che lo studio non ha osservato. Il dato indica che il miglioramento misurato dal punteggio cognitivo composito è stato del 55% maggiore rispetto al gruppo flessibile. Non significa che memoria o intelligenza siano aumentate del 55% in termini assoluti, né che il rischio di Alzheimer sia diminuito del 55%. Per dimostrare quest’ultimo effetto sarebbe necessario seguire i partecipanti molto più a lungo e verificare quanti sviluppino effettivamente deterioramento cognitivo o demenza.

Perché combinare più abitudini potrebbe funzionare

La logica di LatAm-FINGERS parte da una considerazione semplice: la demenza non dipende da un solo fattore modificabile. Pressione arteriosa, metabolismo, sedentarietà, alimentazione, isolamento sociale e stimolazione cognitiva possono contribuire, con pesi differenti, alla salute cerebrale durante l’invecchiamento. Agire contemporaneamente su più fronti potrebbe quindi produrre effetti complementari. Ma il trial suggerisce anche qualcosa di meno ovvio: sapere cosa dovremmo fare potrebbe non essere sufficiente. Coaching, incontri frequenti, supervisione e sostegno sociale sembrano rendere molto più efficace la trasformazione delle raccomandazioni in comportamenti mantenuti nel tempo.

Non è una cura per l’Alzheimer, ma un risultato importante per la prevenzione

LatAm-FINGERS non dimostra che dieta ed esercizio possano curare o impedire con certezza l’Alzheimer. I partecipanti erano anziani a rischio di declino, non persone selezionate per una diagnosi di demenza, e il principale risultato riguardava le prestazioni cognitive dopo due anni. Tuttavia il fatto che un intervento culturalmente adattato abbia funzionato in comunità molto diverse rafforza l’idea che la prevenzione possa essere costruita attorno a fattori modificabili e non soltanto ai farmaci. La lezione forse più interessante è proprio questa: mangiare meglio, muoversi, allenare il cervello e controllare la salute cardiovascolare sembrano funzionare meglio quando diventano un programma concreto, continuativo e condiviso, anziché rimanere semplici consigli sulla salute.

Immagine di gpointstudio su Magnific