Per anni abbiamo imparato che otto ore di sonno rappresentano la quantità ideale per un adulto. Un numero diventato quasi una regola, tanto da trasformarsi in un obiettivo quotidiano: sette ore sembrano poche, nove troppe, otto perfette. Ma la realtà è molto meno rigida. Il fabbisogno di sonno cambia da persona a persona e la ricerca più recente suggerisce che, per molti adulti, il punto di equilibrio potrebbe trovarsi anche al di sotto delle otto ore.
Questo non significa che sia arrivato il momento di dormire sei ore a notte. Al contrario, il messaggio degli studi è più articolato: durata, qualità, regolarità e momento del sonno sono elementi strettamente collegati e non possono essere ridotti a un unico numero.
Da dove arrivano le famose otto ore
L’idea delle otto ore non nasce da una precisa scoperta biologica. La sua diffusione è legata anche ai cambiamenti sociali e industriali dell’Ottocento, quando si affermò il modello della giornata suddivisa in otto ore di lavoro, otto di tempo libero e otto di riposo.
Con l’industrializzazione arrivarono inoltre l’illuminazione artificiale, orari di lavoro più rigidi e una progressiva distanza dai ritmi determinati esclusivamente dall’alternanza naturale tra luce e buio. Il sonno moderno, dunque, è anche il risultato di una trasformazione culturale.
Per capire quanto i nostri ritmi siano cambiati, alcuni ricercatori hanno osservato popolazioni caratterizzate da uno stile di vita meno condizionato dall’industrializzazione e dall’illuminazione artificiale.
Cosa ci raccontano le popolazioni preindustriali
Uno studio pubblicato nel 2015 su Current Biology aveva analizzato il sonno di tre popolazioni tradizionali: Hadza in Tanzania, San in Namibia e Tsimane in Bolivia. La durata media osservata era di circa 6,4 ore per notte, con differenze tra gruppi e stagioni.
Un dato interessante, ma che deve essere interpretato correttamente. Quelle 6,4 ore non rappresentano automaticamente il fabbisogno biologico ideale dell’essere umano. Il fatto che una popolazione dorma mediamente per un certo numero di ore non significa che quella stessa durata sia sufficiente o ottimale per ogni individuo.
Le persone osservate tendevano inoltre ad addormentarsi alcune ore dopo il tramonto e a svegliarsi intorno all’alba, raramente ricorrendo al sonno diurno. Il loro modello suggerisce quindi che il sonno non dipenda soltanto dal numero di ore trascorse a letto, ma anche dal rapporto con luce, buio e ritmi ambientali.
Il nuovo studio riapre la questione
Una recente revisione pubblicata su Brain Medicine ha ripreso proprio il tema dei modelli di sonno nelle società preindustriali e dei cambiamenti introdotti dalla modernizzazione. Il quadro che emerge non autorizza a stabilire una nuova cifra universale, ma suggerisce che l’industrializzazione possa aver modificato soprattutto la regolarità e la tempistica del sonno, oltre alla sua relazione con il ciclo naturale di luce e oscurità.
È un passaggio importante perché sposta la domanda. Non si tratta più soltanto di chiedersi “quante ore devo dormire?”, ma anche “quando dormo e quanto è regolare il mio sonno?”
Tra 6,4 e 7,8 ore: il dato che ha fatto discutere
Un altro studio, pubblicato a maggio su Nature, ha analizzato 23 indicatori collegati all’invecchiamento biologico attraverso dati di imaging, proteomica e metabolomica. Nella popolazione studiata, i valori più favorevoli sono stati osservati tra 6,4 e 7,8 ore di sonno, con differenze a seconda degli organi e del sesso.
Sia dormire meno di sei ore sia superare le otto ore risultavano associati a indicatori di maggiore età biologica.
Il dato è certamente interessante, ma non deve essere trasformato in una nuova formula magica. Lo studio mostra una correlazione, non dimostra che dormire 6,4 o 7,8 ore provochi un miglioramento dell’invecchiamento biologico. Inoltre, una parte importante delle informazioni sulla durata del sonno era basata su dati riferiti direttamente dai partecipanti.
In altre parole, non significa che chi oggi dorme otto ore debba puntare deliberatamente a sette.
La raccomandazione resta tra sette e nove ore
Per gli adulti, le indicazioni della National Sleep Foundation continuano generalmente a collocare il fabbisogno tra sette e nove ore per notte nella fascia 26-64 anni, sottolineando però la presenza di una variabilità individuale.
Ed è probabilmente proprio questa la questione centrale. Esiste una differenza sostanziale tra una persona che dorme naturalmente sette ore, si sveglia riposata e mantiene buone capacità di attenzione durante il giorno e una persona che dorme sette ore perché è costretta a farlo dagli impegni, ma trascorre la giornata affaticata e assonnata.
Il numero sul display dello smartphone non può raccontare da solo la qualità del nostro sonno.
Non conta soltanto quanto dormiamo
La ricerca sul sonno sta infatti prestando sempre maggiore attenzione alla regolarità del ritmo sonno-veglia. Andare a dormire e svegliarsi ogni giorno a orari molto diversi può rappresentare un elemento sfavorevole, anche quando il numero complessivo di ore sembra adeguato.
A interferire con il nostro orologio biologico contribuiscono anche la luce artificiale serale, il lavoro a turni, gli orari scolastici e professionali, il rumore, la temperatura e le abitudini sociali. Il nostro organismo possiede un sistema circadiano estremamente sensibile all’ambiente e la luce rappresenta uno dei principali segnali utilizzati per sincronizzarlo.
Questo spiega anche perché una notte trascorsa occasionalmente a dormire poco non debba essere vissuta come un’emergenza. È soprattutto la privazione cronica del sonno a rappresentare un problema.
La vera domanda non è “otto ore o no?”
La scienza, quindi, non sta cancellando le otto ore: sta semplicemente ridimensionando l’idea che rappresentino una soglia universale e immutabile.
Per la maggior parte degli adulti, sette-nove ore di sonno regolare rimangono un riferimento ragionevole. Alcune persone possono funzionare bene con una durata leggermente inferiore, altre necessitano di più tempo. Età, caratteristiche individuali, condizioni ambientali e stile di vita possono modificare il fabbisogno.
La vera domanda, allora, non dovrebbe essere soltanto quante ore abbiamo dormito, ma come ci sentiamo e come funzioniamo durante la giornata. Se ci svegliamo riposati, manteniamo una buona vigilanza e non abbiamo bisogno costante di compensare la stanchezza, probabilmente il nostro organismo sta ricevendo una quantità di sonno adeguata.
Perché dormire bene non significa inseguire un numero perfetto. Significa soprattutto costruire un ritmo che il nostro corpo possa sostenere nel tempo.
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