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Provare cibi nuovi ti rende più attraente? Cosa dice la psicologia

Federica VitalePubblicato il 4 min di lettura
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Immagine di freepik

Quando conosciamo una persona per la prima volta, il nostro cervello raccoglie continuamente piccoli indizi per costruirne un’immagine.

Il modo di parlare, la postura, il tono della voce, ma anche gesti apparentemente banali, come ciò che ordina al ristorante.

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Personality and Individual Differences, le persone che si mostrano disponibili a provare cibi nuovi o insoliti vengono spesso percepite come più aperte mentalmente, più disinibite e persino più desiderabili, sia dal punto di vista romantico sia da quello sessuale.

Naturalmente questo non significa che ordinare il piatto più particolare del menu renda automaticamente più attraenti. Lo studio, però, mette in luce un interessante meccanismo psicologico con cui interpretiamo il comportamento degli altri.

Dal cibo alla personalità: un collegamento automatico

Perché una scelta culinaria dovrebbe influenzare il giudizio sulla personalità?

La spiegazione proposta dai ricercatori riguarda il modo in cui il cervello cerca continuamente scorciatoie per comprendere chi abbiamo di fronte.

Quando vediamo qualcuno assaggiare con curiosità un alimento sconosciuto, tendiamo inconsciamente a interpretare quel comportamento come un segnale di apertura verso le esperienze.

In altre parole, chi appare poco intimorito davanti a sapori insoliti viene spesso immaginato come una persona curiosa, flessibile e disponibile a sperimentare anche in altri aspetti della vita.

Si tratta di un’inferenza automatica che avviene senza che ce ne rendiamo conto.

Il ruolo del disgusto

Uno degli elementi centrali dello studio riguarda il disgusto, un’emozione fondamentale per la sopravvivenza.

Dal punto di vista evolutivo, il disgusto ci protegge da sostanze potenzialmente nocive, aiutandoci a evitare alimenti contaminati o pericolosi.

Tuttavia, la soglia del disgusto varia da persona a persona.

Alcuni individui provano facilmente repulsione davanti a cibi insoliti, mentre altri mostrano una maggiore disponibilità ad assaggiare sapori nuovi, ingredienti particolari o preparazioni provenienti da culture diverse.

Secondo i ricercatori, osservare una persona con una bassa sensibilità al disgusto alimentare porta inconsciamente a immaginare che sia meno rigida anche in altri ambiti della vita.

È un collegamento intuitivo, ma non necessariamente accurato.

Un classico esempio di bias cognitivo

Questo fenomeno rappresenta un esempio di bias cognitivo, cioè una scorciatoia mentale che utilizziamo per prendere decisioni rapide.

Il cervello tende infatti a generalizzare.

Osserva un comportamento in un determinato contesto e lo utilizza per attribuire caratteristiche molto più ampie alla persona.

Così, un semplice gesto come assaggiare un piatto insolito può trasformarsi, nella nostra mente, in un indizio di creatività, spontaneità o disponibilità a vivere nuove esperienze.

Naturalmente si tratta di una deduzione che può essere corretta… oppure completamente sbagliata.

Una persona può essere estremamente curiosa dal punto di vista intellettuale e preferire una cucina tradizionale, così come qualcuno può amare sperimentare a tavola ma essere molto prudente nelle relazioni.

L’effetto alone: quando un dettaglio influenza il giudizio

Questo meccanismo ricorda un fenomeno molto studiato in psicologia sociale: il cosiddetto effetto alone.

L’effetto alone si verifica quando una caratteristica positiva osservata in una persona influenza il giudizio anche su aspetti completamente diversi.

Per esempio, tendiamo spesso ad attribuire maggiore competenza a chi ci appare fisicamente attraente oppure maggiore affidabilità a chi sorride frequentemente.

Nel caso del cibo accade qualcosa di simile.

La disponibilità a sperimentare viene interpretata come una caratteristica generale della personalità, anche se deriva dall’osservazione di un unico comportamento.

Cosa ci dice questo studio sulle relazioni

La ricerca non suggerisce che esista un “menu dell’attrazione”.

Piuttosto, mostra quanto siano potenti le impressioni che costruiamo nei primi incontri.

Durante un appuntamento, una cena tra amici o un pranzo di lavoro, il cervello utilizza continuamente piccoli segnali per formulare ipotesi sull’altra persona.

Molte di queste valutazioni avvengono in pochi secondi e senza alcuna consapevolezza.

Sapere che esistono questi meccanismi può aiutarci a comprendere meglio come nascono alcune impressioni… ma anche a metterle in discussione.

La curiosità va oltre il piatto

Provare un alimento nuovo può certamente raccontare qualcosa di noi: curiosità, interesse per culture diverse, voglia di uscire dalle proprie abitudini.

Ma sarebbe un errore pensare che basti ordinare il piatto più insolito del ristorante per apparire automaticamente più affascinanti.

La personalità è molto più complessa delle scelte che facciamo davanti a un menu.

Ciò che rende interessante una persona è l’insieme delle sue esperienze, dei suoi valori, del modo in cui ascolta, comunica e si relaziona agli altri.

Un piatto può raccontare qualcosa, ma non tutta la storia

Lo studio offre uno spunto curioso su come funzionano le nostre percezioni.

Anche un gesto semplice come assaggiare un cibo sconosciuto può diventare un segnale che il cervello utilizza per costruire un’immagine dell’altro.

Questo ci ricorda una lezione importante della psicologia: spesso giudichiamo le persone partendo da pochi dettagli, attribuendo loro caratteristiche che potrebbero non avere.

La prossima volta che qualcuno ordinerà il piatto più insolito del menu, forse il vostro cervello inizierà automaticamente a immaginarlo come una persona più audace e aperta.

La scienza, però, invita a ricordare che si tratta soprattutto di un bias cognitivo: una scorciatoia mentale affascinante, ma non sempre affidabile.

Immagine di freepik