Un vestito che si autoripara, può diventare idrorepellente, si biodegrada naturalmente e, in futuro, potrebbe persino modificare le proprie caratteristiche in base all’ambiente. Non è la trama di un film di fantascienza, ma il risultato di una ricerca pubblicata sulla rivista Science Advances.
Un gruppo di scienziati guidato da Ke Li, dell’Accademia Cinese delle Scienze, ha sviluppato un innovativo tessuto vivente utilizzando il fungo Cordyceps militaris, una specie nota per essere un parassita di alcuni insetti, ma innocua per l’uomo.
L’obiettivo non è creare semplicemente un nuovo materiale, bensì immaginare una generazione di tessuti capaci di comportarsi come sistemi biologici: adattarsi, rigenerarsi e ridurre l’impatto ambientale dell’industria tessile.
Che cos’è il Cordyceps militaris?
Il nome Cordyceps è diventato familiare al grande pubblico grazie alla serie televisiva The Last of Us, dove un fungo immaginario trasforma gli esseri umani in creature simili a zombie.
Nella realtà, però, Cordyceps militaris è molto diverso.
Si tratta di un fungo che cresce principalmente su larve e insetti e che non rappresenta un pericolo per le persone. Da anni viene studiato anche per le sue proprietà biologiche e per possibili applicazioni in campo biotecnologico.
In questo caso è stato utilizzato come “mattoncino” naturale per costruire un nuovo materiale tessile.
Come nasce un tessuto fatto di funghi
Il materiale non viene tessuto come il cotone né prodotto come una plastica sintetica.
I ricercatori hanno coltivato il fungo in laboratorio sotto forma di piccoli granuli.
Successivamente questi sono stati lavati e inseriti in appositi stampi, dove le ife – i sottilissimi filamenti che costituiscono il fungo – si sono intrecciate formando un foglio compatto e autosufficiente.
Per renderlo più morbido e flessibile è stato utilizzato il glicerolo, una sostanza che impedisce al materiale di diventare rigido e fragile.
Il risultato è un tessuto che ricorda più una pelle vegetale o un materiale non tessuto che un tradizionale tessuto in cotone.
Secondo gli autori dello studio, dopo il trattamento il materiale non presenta un odore marcato di fungo, ma soltanto un lieve aroma biologico facilmente eliminabile durante la lavorazione.
Può cambiare colore senza tinture chimiche
Uno degli aspetti più innovativi riguarda la colorazione.
Anziché utilizzare coloranti sintetici, il team ha impiegato lieviti geneticamente modificati in grado di produrre pigmenti naturali arancioni, blu e viola.
In questo modo il colore viene letteralmente “coltivato” all’interno del materiale.
Si tratta di un approccio che potrebbe ridurre l’utilizzo di alcune sostanze chimiche impiegate dall’industria tessile tradizionale, uno dei settori con il maggiore impatto ambientale.
Un tessuto che si pulisce e si protegge da solo
La vera novità è che il materiale può essere programmato biologicamente.
Aggiungendo diversi microrganismi, i ricercatori sono riusciti a modificare alcune delle sue proprietà.
In alcuni esperimenti il tessuto è diventato idrorepellente, facendo scivolare via le gocce d’acqua e facilitando l’autopulizia della superficie.
In altri casi è stato arricchito con Aspergillus niger, una muffa capace di produrre melanina, il pigmento che assorbe parte delle radiazioni ultraviolette.
Il risultato è un materiale con una maggiore protezione dai raggi UV ottenuta attraverso processi biologici anziché trattamenti chimici.
La caratteristica più sorprendente: si autoripara
L’aspetto che ha attirato maggiormente l’attenzione della comunità scientifica riguarda la capacità di autoriparazione.
Se il tessuto viene danneggiato, è possibile applicare sulla zona lesionata nuovi granuli vivi del fungo.
In presenza di umidità e nutrienti adeguati, le cellule possono riattivarsi e le ife ricrescono, ricostruendo gradualmente la parte danneggiata.
È un principio completamente diverso da quello dei materiali tradizionali.
Anziché sostituire il capo o cucire una toppa, il materiale sfrutta la naturale capacità biologica del fungo di rigenerare la propria struttura.
Una soluzione anche contro i rifiuti della moda?
L’industria della moda è responsabile ogni anno della produzione di enormi quantità di rifiuti tessili.
Uno dei principali vantaggi del nuovo materiale è la sua biodegradabilità.
Nei test di laboratorio il tessuto ha mostrato una degradazione quasi completa nel terreno in poco più di 40 giorni, riducendo drasticamente il problema dello smaltimento a fine vita.
Questo potrebbe rappresentare un’importante alternativa ai materiali sintetici derivati dal petrolio, che possono impiegare decenni o addirittura secoli per degradarsi.
Ma ci sono ancora diversi limiti
Nonostante l’entusiasmo, gli stessi ricercatori invitano alla prudenza.
L’abito realizzato con questo materiale è, per ora, un prototipo dimostrativo e nessuno lo ha ancora indossato.
Inoltre, la biodegradabilità che rappresenta uno dei suoi punti di forza potrebbe trasformarsi anche in una criticità.
Come osservano alcuni esperti indipendenti, un tessuto troppo sensibile all’umidità o agli agenti esterni rischierebbe di deteriorarsi prematuramente durante l’utilizzo.
Per questo motivo saranno necessari ulteriori studi per trovare il giusto equilibrio tra durata, sicurezza e sostenibilità.
Il futuro potrebbe essere nei materiali viventi
La ricerca sui materiali viventi è uno dei settori più promettenti della bioingegneria.
L’idea è sviluppare superfici capaci di modificare il proprio comportamento in risposta all’ambiente, proprio come fanno gli organismi naturali.
In futuro potremmo immaginare indumenti che aumentano l’impermeabilità quando piove, migliorano la traspirazione nelle giornate calde o si riparano automaticamente dopo piccoli danni.
Per ora si tratta di scenari ancora sperimentali, ma il lavoro pubblicato su Science Advances dimostra che questa direzione è scientificamente percorribile.
La moda del futuro potrebbe non limitarsi a essere sostenibile: potrebbe essere, letteralmente, viva.
Foto di Willi Heidelbach da Pixabay
