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Come riconoscere una bugia: il segreto è nelle parole

Federica VitalePubblicato il 6 min di lettura
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Foto di Myriams-Fotos da Pixabay

Abbassa gli occhi, si tocca il viso, muove nervosamente le mani, sbatte le palpebre più del solito. Per decenni abbiamo imparato ad associare questi comportamenti alla menzogna. Film, serie televisive e manuali di linguaggio del corpo hanno costruito l’immagine del bugiardo che, prima o poi, tradisce la propria falsità attraverso un gesto involontario.

La ricerca psicologica, però, racconta una storia molto meno semplice.

Non esiste un gesto universale capace di rivelare con certezza che una persona sta mentendo. Evitare il contatto visivo, apparire nervosi o muoversi continuamente non sono prove affidabili di una bugia. Una persona può essere agitata perché sta dicendo la verità, mentre qualcuno che mente può apparire perfettamente tranquillo.

Secondo gli studiosi della menzogna, per individuare eventuali incongruenze è molto più utile prestare attenzione a ciò che viene detto, a come viene costruita una storia e soprattutto a cosa accade quando arrivano domande impreviste.

Mentire è un lavoro mentale complesso

Inventare una storia plausibile non è necessariamente semplice. Chi mente deve costruire una versione degli eventi, ricordare quello che ha già raccontato, evitare di contraddirsi e contemporaneamente controllare la reazione dell’interlocutore.

Deve inoltre tenere fuori dalla narrazione la versione reale dei fatti.

Tutto questo aumenta quello che gli psicologi chiamano carico cognitivo. La mente deve occuparsi contemporaneamente di numerose operazioni e questo può rendere più difficile mantenere una narrazione coerente quando la persona viene sottoposta a domande non previste.

È proprio qui che potrebbe trovarsi una delle chiavi per individuare una menzogna: non nel fatto che qualcuno si tocchi il naso, ma nella fatica necessaria per mantenere una storia inventata.

Più che guardare il corpo, bisogna ascoltare la storia

Una delle indicazioni più interessanti provenienti dalla ricerca è quindi quella di spostare l’attenzione dal comportamento non verbale alla qualità delle informazioni fornite.

Chi racconta un’esperienza realmente vissuta può generalmente attingere alla memoria dell’episodio. Questo non significa che il racconto sarà perfetto: la memoria umana è ricostruttiva e può contenere errori, omissioni e imprecisioni.

Tuttavia, quando una persona inventa una storia deve costruire una risposta senza poter ricorrere allo stesso tipo di ricordo.

Questo può diventare particolarmente evidente quando l’intervistatore chiede dettagli specifici e verificabili.

Per esempio, non è la stessa cosa dire «ero con alcuni amici» oppure indicare chi erano, dove si trovavano, quando si sono incontrati e quali elementi della situazione potrebbero essere controllati.

Un singolo dettaglio, naturalmente, non dimostra una bugia. Ma un insieme di risposte vaghe, contraddizioni e informazioni difficili da verificare può diventare più significativo.

Le domande impreviste possono fare la differenza

Una delle strategie studiate dagli psicologi consiste nel non limitarsi alle domande più ovvie.

Se una persona ha avuto tempo per preparare una storia, potrebbe aver costruito una risposta proprio sulle domande che immagina di ricevere. Le cose possono diventare più complicate quando arrivano interrogativi secondari e inattesi.

Chi era seduto accanto a te? Dove si trovava quella persona? Cosa c’era nella stanza? Cosa hai fatto subito dopo?

Domande di questo tipo non rendono automaticamente evidente una menzogna, ma possono aumentare il carico mentale di chi sta cercando di mantenere una narrazione costruita.

Il principio è importante: non si cerca il gesto del bugiardo, ma la tenuta della sua storia.

Raccontare un episodio più volte

Un’altra strategia consiste nel chiedere alla persona di raccontare nuovamente gli stessi avvenimenti.

Anche in questo caso occorre evitare interpretazioni troppo semplicistiche. Il fatto che una persona modifichi alcuni dettagli non significa automaticamente che stia mentendo. La memoria può cambiare ogni volta che viene richiamata e piccoli dettagli possono essere dimenticati o recuperati successivamente.

Tuttavia, la ricerca sulla menzogna suggerisce che possono emergere differenze interessanti.

Chi racconta un’esperienza realmente vissuta può aggiungere spontaneamente particolari man mano che il ricordo viene recuperato. Chi costruisce una storia falsa potrebbe invece cercare di mantenerla essenziale, limitando le informazioni per ridurre il rischio di creare nuove contraddizioni.

La domanda, quindi, non dovrebbe essere «ha raccontato esattamente la stessa cosa?», ma piuttosto: come cambia il racconto quando aumenta la richiesta di informazioni?

Il test del racconto al contrario

Ancora più impegnativo può essere chiedere di raccontare un episodio partendo dalla fine e andando all’inizio.

Per chi ricorda realmente una sequenza di eventi, questa operazione può essere difficile, ma rimane possibile attraverso il recupero della memoria. Per chi ha costruito una narrazione lineare, invece, il compito può richiedere una ricostruzione mentale più complessa.

Anche in questo caso, però, non esiste un risultato che permetta di dire automaticamente «questa persona sta mentendo».

Una persona sincera può dimenticare, confondersi o avere difficoltà a ricostruire una sequenza temporale. L’incoerenza è un indizio da approfondire, non una sentenza.

Quando la bugia è soprattutto un’omissione

Non tutte le bugie consistono nell’inventare qualcosa che non è mai accaduto. A volte la strategia consiste nel raccontare solo una parte della verità.

Una persona potrebbe quindi affermare correttamente di essere stata in un determinato luogo, omettendo però un passaggio importante della propria giornata.

Queste sono le cosiddette bugie per omissione.

Il problema è particolarmente interessante perché la frase pronunciata può essere tecnicamente vera. Ciò che viene nascosto è l’informazione che cambierebbe il significato complessivo del racconto.

Anche in questo caso, le domande successive possono diventare decisive: chiedere cosa è accaduto prima, dopo e durante un determinato evento può far emergere lacune, vaghezza o contraddizioni.

Perché continuiamo a credere nel linguaggio del corpo?

Se la scienza mette in discussione molti dei luoghi comuni sulla lettura del corpo, perché continuiamo a credere che il bugiardo «si veda»?

Una possibile spiegazione riguarda il nostro bisogno di trovare segnali semplici in situazioni complesse.

È molto più rassicurante pensare che chi mente abbassi gli occhi o tocchi continuamente il viso piuttosto che accettare che distinguere una menzogna dalla verità sia un compito estremamente difficile.

C’è poi il rischio della profezia che si autoavvera. Se una persona è convinta che chi mente debba apparire nervoso, tenderà a prestare maggiore attenzione proprio ai soggetti nervosi. Quando troverà qualcuno che manifesta ansia e successivamente scoprirà che stava mentendo, quell’episodio sembrerà confermare la teoria.

Ma dimenticherà più facilmente tutte le volte in cui una persona nervosa era semplicemente… nervosa.

Non esiste il “rilevatore umano di bugie”

La conclusione più importante è forse anche quella meno spettacolare: non esiste un metodo infallibile per capire se qualcuno mente semplicemente osservandolo.

Il linguaggio del corpo può fornire informazioni sullo stato emotivo di una persona, ma emozioni come ansia, paura, imbarazzo o agitazione non sono sinonimi di menzogna.

Per questo, quando è necessario valutare l’attendibilità di un racconto, è più prudente concentrarsi sulla coerenza complessiva della narrazione, sulla qualità dei dettagli, sulla presenza di informazioni verificabili e sul modo in cui la persona risponde a domande nuove.

E soprattutto evitare di trasformare un singolo segnale in una prova.

Perché il vero paradosso della menzogna è proprio questo: il bugiardo che immaginiamo nervoso e incapace di guardarci negli occhi potrebbe essere perfettamente sincero. E quello che sembra più tranquillo potrebbe invece essere molto bravo a mentire.

Foto di Myriams-Fotos da Pixabay