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Foto di Simon Maage su Unsplash

La Generazione Z potrebbe essere la prima epoca moderna a registrare un calo delle abilità cognitive rispetto ai propri genitori. È l’ipotesi, destinata a far discutere, avanzata dal neuroscienziato Jared Cooney Horvath, studioso dei processi di apprendimento e dell’impatto delle tecnologie sul cervello.

Secondo l’esperto, qualcosa sta cambiando in modo strutturale: nonostante i ragazzi trascorrano più anni sui banchi di scuola rispetto alle generazioni precedenti, emergono segnali di difficoltà in aree cruciali come concentrazione, memoria e capacità di attenzione prolungata.

Più istruzione, ma meno attenzione?

Il paradosso è evidente. Negli ultimi decenni il livello medio di scolarizzazione è aumentato in modo significativo nelle società sviluppate. Tuttavia, test standardizzati e osservazioni educative indicano un possibile indebolimento di alcune funzioni cognitive di base.

Non si tratta di un improvviso crollo dell’intelligenza, ma di una trasformazione del modo in cui il cervello elabora le informazioni. L’attenzione sostenuta – quella necessaria per leggere un testo lungo o risolvere un problema complesso – sembra essere la competenza più fragile.

Horvath sottolinea che il cervello è plastico e si adatta all’ambiente. Se l’ambiente cambia radicalmente, anche le abilità cognitive si modellano di conseguenza.

Smartphone e sovraccarico digitale

Tra i principali fattori indicati c’è l’uso massiccio degli smartphone e l’esposizione continua agli schermi digitali. Notifiche costanti, video brevi, contenuti frammentati e multitasking permanente creano un contesto in cui l’attenzione viene continuamente interrotta.

Il cervello, abituato a stimoli rapidi e frequenti, potrebbe perdere allenamento nella gestione di compiti lunghi e strutturati. È il cosiddetto effetto frammentazione, in cui la mente passa rapidamente da un contenuto all’altro senza approfondire.

Questo non significa che i giovani siano meno intelligenti in senso assoluto. Piuttosto, potrebbero sviluppare competenze diverse: maggiore rapidità nel reperire informazioni, migliore adattabilità digitale, ma minore resistenza cognitiva su attività prolungate.

La fine dell’effetto Flynn?

Per decenni gli psicologi hanno osservato un aumento progressivo del quoziente intellettivo medio nelle popolazioni occidentali, un fenomeno noto come Effetto Flynn. Oggi, però, in diversi Paesi sviluppati questo incremento sembra essersi arrestato o addirittura invertito.

Secondo alcuni studiosi, non si tratta necessariamente di un declino globale dell’intelligenza, ma di un cambiamento nelle competenze misurate dai test tradizionali. Le prove standard valutano abilità logiche e verbali specifiche, che potrebbero non riflettere appieno le capacità richieste dall’era digitale.

Il dibattito scientifico resta aperto: stiamo assistendo a un reale calo cognitivo o a una trasformazione delle abilità dominanti?

Uno stile di vita radicalmente diverso

Gli esperti invitano alla cautela. Ridurre tutto agli smartphone sarebbe semplicistico. Negli ultimi vent’anni sono cambiati profondamente:

  • I ritmi di sonno
  • Le abitudini alimentari
  • Il tempo trascorso all’aperto
  • Le modalità di socializzazione
  • Il livello di stress

La qualità del sonno, ad esempio, è fondamentale per memoria e apprendimento. L’uso serale di dispositivi digitali può alterare i cicli circadiani, influenzando la capacità di consolidare le informazioni.

Anche la diminuzione del gioco libero e dell’interazione faccia a faccia potrebbe incidere sulle competenze cognitive e socio-emotive.

Intelligenza: un concetto complesso

Un punto centrale evidenziato dagli studiosi è che l’intelligenza è multidimensionale. Non si riduce a un numero o a un punteggio. Include creatività, pensiero critico, problem solving, intelligenza emotiva e capacità di adattamento.

La Generazione Z è cresciuta in un ecosistema digitale che richiede nuove forme di competenza: navigazione informativa, gestione simultanea di più canali comunicativi, rapidità decisionale in ambienti dinamici.

La domanda non è solo se i giovani siano “meno intelligenti”, ma quale tipo di intelligenza stia emergendo.

Allarme o opportunità?

L’intervento di Horvath non vuole essere un atto d’accusa verso una generazione, ma un invito alla riflessione. Se alcune abilità stanno effettivamente diminuendo, il sistema educativo e le famiglie potrebbero intervenire con strategie mirate:

  • Limitare la frammentazione dell’attenzione
  • Incentivare la lettura profonda
  • Favorire attività che richiedono concentrazione prolungata
  • Promuovere un uso più consapevole della tecnologia

Il cervello umano è estremamente adattabile. Le competenze possono essere allenate e recuperate.

Un dibattito ancora aperto

La tesi secondo cui la Generazione Z possa rappresentare una svolta storica nel profilo cognitivo collettivo è affascinante ma complessa. Le evidenze non sono univoche e le variabili in gioco sono molte.

Ciò che appare certo è che l’ambiente digitale sta trasformando profondamente i processi mentali. Comprendere questa trasformazione è fondamentale per evitare semplificazioni e per costruire strumenti educativi adeguati.

Più che un declino inevitabile, potrebbe essere l’inizio di una nuova fase evolutiva dell’intelligenza umana.

Foto di Simon Maage su Unsplash