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Perché alcune persone pensano che la vita sia ingiusta?

Federica VitalePubblicato il 6 min di lettura
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Foto di Filmbetrachter da Pixabay

C’è una convinzione che, almeno all’inizio della vita, sembra appartenere quasi naturalmente all’essere umano: il mondo dovrebbe funzionare secondo una certa idea di giustizia.

Chi si comporta bene dovrebbe essere trattato bene. Chi si impegna dovrebbe ottenere un risultato. Chi rispetta le regole dovrebbe essere rispettato. Sono aspettative semplici, ma molto potenti, perché costituiscono una sorta di mappa attraverso cui interpretiamo ciò che accade.

Poi, però, la vita può contraddirle.

Una malattia, un lutto, una difficoltà economica, un licenziamento, un tradimento o un’esperienza di violenza possono mettere profondamente in discussione l’idea che il mondo sia prevedibile e giusto. E quando le esperienze negative si accumulano, per alcune persone può diventare sempre più difficile pensare che ciò che accade sia semplicemente casuale o frutto di circostanze complesse.

Un nuovo studio pubblicato sul British Journal of Psychology prova a capire proprio questo passaggio: come le esperienze avverse possano modificare la percezione della giustizia e, indirettamente, il modo in cui interpretiamo ciò che accade intorno a noi.

Le esperienze difficili cambiano la lente con cui guardiamo il mondo

La ricerca, realizzata attraverso tre studi preregistrati per un totale di 1.284 partecipanti, ha analizzato il rapporto tra avversità vissute nel corso della vita, percezione dell’ingiustizia, fiducia nelle istituzioni e credenze complottiste.

Nel primo studio, condotto su 275 persone, è emersa un’associazione significativa: maggiore era il numero di esperienze avverse riportate, maggiore tendeva a essere la percezione di vivere in un mondo ingiusto.

Non significa che chi ha sofferto sviluppi necessariamente una determinata visione del mondo. Significa piuttosto che le esperienze personali possono diventare una lente attraverso cui leggere le nuove informazioni.

Se una persona ha sperimentato ripetutamente situazioni nelle quali le regole sono state violate, i propri diritti ignorati o gli sforzi non riconosciuti, potrebbe diventare più sensibile a individuare ingiustizie, abuso di potere e disparità anche nelle situazioni successive.

Quando l’esperienza diventa una previsione

È un meccanismo psicologico particolarmente interessante.

Immaginiamo una persona che abbia imparato, attraverso diverse esperienze, che fidarsi degli altri è rischioso. Quando incontrerà una nuova persona, potrebbe prestare maggiore attenzione ai segnali che confermano quella convinzione.

Non necessariamente perché voglia vedere il male ovunque, ma perché il cervello utilizza le esperienze precedenti per anticipare ciò che potrebbe accadere.

Lo stesso può avvenire con la percezione dell’ingiustizia.

Chi si è trovato più volte in situazioni percepite come ingiuste potrebbe sviluppare una maggiore attenzione verso tutto ciò che sembra confermare l’idea che il mondo sia dominato da favoritismi, corruzione o abuso.

In questo modo può instaurarsi un circolo: l’esperienza modifica le aspettative, le aspettative orientano l’attenzione e ciò che viene notato può rafforzare ulteriormente la convinzione iniziale.

Dall’ingiustizia alla sfiducia

Il secondo studio ha coinvolto 471 partecipanti e ha confrontato persone che avevano subito violenza con persone che non avevano riferito esperienze analoghe.

Anche in questo caso, chi aveva subito violenza mostrava una maggiore percezione di ingiustizia. Questa percezione era inoltre associata a una maggiore propensione verso credenze complottiste.

Il risultato non deve essere letto come un’etichetta per chi ha subito un trauma. Sarebbe una conclusione non supportata dalla ricerca.

Il punto è un altro: un’esperienza nella quale una persona è stata privata del controllo o sottoposta a un’ingiustizia può influenzare il modo in cui successivamente interpreta autorità, istituzioni e intenzioni degli altri.

La fiducia, infatti, non nasce nel vuoto. È anche il prodotto della nostra storia.

Perché le teorie del complotto possono sembrare convincenti

È qui che lo studio apre una questione più ampia.

Le teorie del complotto offrono spesso una spiegazione intenzionale a eventi complessi. Invece di considerare un fenomeno come il risultato di una combinazione di casualità, errori, interessi diversi e dinamiche difficili da controllare, lo attribuiscono all’azione deliberata di un gruppo potente e nascosto.

Da un punto di vista psicologico, questa struttura narrativa può risultare particolarmente attraente quando una persona percepisce il mondo come imprevedibile o profondamente ingiusto.

Una spiegazione, anche quando è falsa, può infatti essere psicologicamente più rassicurante del caos.

Dire che “qualcuno lo ha fatto intenzionalmente” può essere più facile da elaborare rispetto all’idea che eventi enormi possano essere determinati dall’interazione casuale di moltissimi fattori.

Ma questo non significa che ogni persona che crede a una teoria del complotto abbia vissuto un’esperienza traumatica. Le origini delle credenze complottiste sono molteplici e possono comprendere insicurezza, bisogno di controllo, sfiducia, percezione di minaccia e altri fattori.

La terza prova: basta far percepire un’ingiustizia?

Il terzo studio è particolarmente interessante perché ha cercato di andare oltre la semplice correlazione.

I ricercatori hanno coinvolto 538 partecipanti e hanno manipolato il modo in cui veniva presentata una determinata situazione, facendola apparire più o meno giusta.

Il risultato è stato significativo: le persone esposte alla condizione di maggiore ingiustizia mostravano successivamente livelli più elevati di credenze complottiste.

Questo dato suggerisce che la percezione di ingiustizia non sia soltanto una conseguenza passiva delle esperienze personali, ma possa contribuire attivamente a modificare il modo in cui interpretiamo le informazioni.

Tuttavia, gli stessi ricercatori invitano alla prudenza. Non è stato dimostrato che tutte le esperienze negative provochino automaticamente credenze complottiste, né che la sofferenza conduca inevitabilmente alla sfiducia.

Non è la sofferenza a determinare chi diventiamo

Questo è forse l’aspetto più importante da non perdere.

Avere vissuto esperienze difficili non significa sviluppare necessariamente una visione pessimistica o complottista del mondo.

Le persone reagiscono alle avversità in modi molto diversi. Alcune diventano più diffidenti, altre sviluppano maggiore sensibilità verso le ingiustizie, altre ancora trasformano ciò che hanno vissuto in una maggiore capacità di comprendere la sofferenza altrui.

Entrano in gioco personalità, relazioni, risorse psicologiche, contesto sociale e possibilità di attribuire un significato alle esperienze.

La stessa esperienza può quindi produrre conseguenze completamente differenti in persone diverse.

La nostra storia entra nelle nostre interpretazioni

La ricerca suggerisce però una considerazione più generale: non guardiamo il mondo partendo da zero.

Quando leggiamo una notizia, osserviamo un comportamento o interpretiamo una decisione istituzionale, non utilizziamo soltanto le informazioni disponibili in quel momento. Portiamo con noi una storia fatta di esperienze, aspettative, delusioni e convinzioni.

Questo può spiegare perché due persone, davanti allo stesso evento, possano arrivare a conclusioni radicalmente differenti.

Una potrebbe pensare: “È successo per una serie di circostanze”.
Un’altra potrebbe pensare: “Era inevitabile, qualcuno ci guadagna”.

Non stanno necessariamente osservando due realtà diverse. Stanno interpretando la stessa realtà attraverso mappe costruite in parte dalle proprie esperienze.

Ed è forse proprio qui che la domanda iniziale trova una risposta: alcune persone pensano che la vita sia ingiusta non semplicemente perché “vedono tutto nero”, ma perché la loro esperienza ha insegnato loro ad aspettarsi l’ingiustizia.

Comprendere questo meccanismo non significa dare ragione a ogni interpretazione. Significa capire che, prima ancora di discutere una convinzione, può essere utile chiedersi da quale storia personale quella convinzione proviene.