Salta al contenuto
News

Diete vegane e vegetariane: aumentano il rischio di disturbi alimentari? Cosa dice davvero la scienza

Federica VitalePubblicato il 5 min di lettura
Condividi
diete vegane vegetariane disturbi alimentari
Foto di Jan Mateboer da Pixabay

Negli ultimi anni le diete vegetariane e vegane sono diventate sempre più diffuse. C’è chi le sceglie per motivi etici, chi per ridurre l’impatto ambientale, chi per ragioni religiose e chi, semplicemente, per migliorare il proprio stile di vita. Parallelamente, però, è cresciuto anche un interrogativo che interessa psicologi, nutrizionisti e medici: seguire un’alimentazione priva di prodotti animali può essere un segnale di un disturbo del comportamento alimentare?

Una nuova revisione sistematica con meta-analisi, pubblicata sull’International Journal of Eating Disorders, invita alla prudenza e ridimensiona alcune convinzioni diffuse. La conclusione principale è chiara: non esistono prove sufficienti per affermare che una dieta vegetariana o vegana, di per sé, sia associata a un rischio maggiore di disturbi alimentari.

La vera domanda, suggeriscono gli autori, non è tanto cosa si mangia, ma perché lo si mangia.

Lo studio: oltre 25.000 persone analizzate

I ricercatori hanno esaminato 24 studi scientifici, per un totale di 25.223 partecipanti, confrontando persone che seguivano una dieta vegetariana o vegana con chi consumava anche alimenti di origine animale.

Gli studi utilizzavano questionari validati per valutare la presenza di sintomi compatibili con i disturbi alimentari, come:

  • restrizione alimentare;
  • perdita di controllo durante i pasti;
  • preoccupazione eccessiva per il peso;
  • disagio legato all’immagine corporea.

È importante sottolineare un aspetto fondamentale: questi strumenti non permettevano di formulare una diagnosi clinica, ma misuravano esclusivamente la presenza di alcuni sintomi o comportamenti.

I risultati sono meno semplici di quanto sembri

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca è che i risultati degli studi analizzati non puntavano tutti nella stessa direzione.

Alcuni lavori osservavano una maggiore presenza di sintomi tra vegetariani e vegani; altri rilevavano il contrario; altri ancora non trovavano alcuna differenza significativa rispetto alla popolazione onnivora.

Quando i dati sono stati analizzati nel loro insieme, non è emersa un’associazione chiara e stabile tra dieta vegetariana o vegana e disturbi del comportamento alimentare.

Questo significa che scegliere un’alimentazione vegetale non rappresenta, da solo, un indicatore affidabile di un problema psicologico legato al cibo.

La motivazione conta più della dieta

Secondo gli autori, il fattore probabilmente più importante è la motivazione che porta una persona a modificare la propria alimentazione.

Esiste infatti una grande differenza tra:

  • scegliere una dieta vegetale per convinzioni etiche o ambientali;
  • adottarla esclusivamente come strategia per limitare il cibo e perdere peso.

Alcuni studi inclusi nella revisione suggeriscono che quando il vegetarianismo viene utilizzato principalmente per controllare il peso corporeo, possono comparire più frequentemente sintomi compatibili con un disturbo alimentare.

Questo non significa che la dieta sia la causa del problema, ma che potrebbe rappresentare uno strumento utilizzato da chi presenta già una relazione difficile con il cibo.

Non basta osservare cosa una persona mangia

Dal punto di vista clinico, questo è forse il messaggio più importante dello studio.

Una persona che elimina la carne o tutti gli alimenti di origine animale non dovrebbe essere automaticamente considerata a rischio.

Per comprendere se esista davvero un problema, è necessario osservare il quadro complessivo.

Tra gli elementi che gli specialisti considerano più rilevanti ci sono:

  • le ragioni che hanno portato al cambiamento alimentare;
  • la presenza di regole sempre più rigide sul cibo;
  • eventuali sentimenti di colpa o ansia durante i pasti;
  • la capacità di mantenere una certa flessibilità nelle proprie scelte;
  • l’adeguatezza nutrizionale dell’alimentazione.

In altre parole, ciò che distingue una scelta consapevole da un possibile segnale di sofferenza psicologica non è tanto l’eliminazione di alcuni alimenti, quanto il rapporto che la persona sviluppa con il cibo.

I limiti della ricerca

Gli stessi ricercatori invitano a interpretare i risultati con cautela.

Tutti gli studi inclusi erano di tipo trasversale, cioè fotografavano i partecipanti in un unico momento della loro vita.

Per questo motivo non è possibile stabilire un rapporto di causa-effetto.

Non sappiamo, ad esempio, se alcune persone abbiano scelto una dieta vegetariana prima della comparsa dei sintomi oppure se, al contrario, abbiano modificato la propria alimentazione proprio perché erano già presenti difficoltà nel rapporto con il cibo.

Anche altri aspetti rimangono poco esplorati, come la qualità nutrizionale delle diete, la durata dell’alimentazione vegetariana o vegana, le differenze culturali e le motivazioni individuali.

Inoltre, la maggior parte dei partecipanti era costituita da donne adulte occidentali, rendendo più difficile generalizzare i risultati ad adolescenti, uomini o popolazioni con abitudini alimentari differenti.

Un messaggio utile anche fuori dagli studi

Negli ultimi anni i social network hanno contribuito a semplificare molto il dibattito, trasformando spesso il vegetarianismo o il veganismo in presunti “campanelli d’allarme” psicologici.

La ricerca scientifica racconta una realtà decisamente più complessa.

Una dieta può essere perfettamente equilibrata, nutrizionalmente adeguata e vissuta con serenità. Allo stesso tempo, anche un’alimentazione onnivora può accompagnarsi a restrizioni, senso di colpa, abbuffate o comportamenti tipici dei disturbi del comportamento alimentare.

Per questo motivo gli esperti sottolineano che non è il contenuto del piatto, da solo, a raccontare il rapporto di una persona con il cibo.

Osservare la flessibilità, il benessere psicologico, le motivazioni personali e il modo in cui l’alimentazione si inserisce nella vita quotidiana offre informazioni molto più utili rispetto a limitarsi a classificare una dieta come vegetariana, vegana o onnivora.

La conclusione della meta-analisi è quindi un invito a superare gli stereotipi: la salute alimentare non si misura da ciò che si esclude dal piatto, ma dalla qualità della relazione che ciascuno costruisce con il cibo e con il proprio corpo.

Foto di Jan Mateboer da Pixabay