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Perché gli adolescenti amano il rischio: la lezione degli scimpanzé

Federica VitalePubblicato il 4 min di lettura
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Foto Fabiana Rizzi Unsplash

Che gli adolescenti siano più inclini a comportamenti rischiosi è un dato ampiamente documentato. Incidenti stradali, cadute, infortuni e scelte impulsive rappresentano una delle principali cause di morte e lesioni in questa fascia d’età, soprattutto nei Paesi occidentali. Per anni, la spiegazione dominante ha chiamato in causa i cambiamenti ormonali, lo sviluppo incompleto del cervello e una presunta “tempesta emotiva” tipica della pubertà.

Ma una nuova ricerca osservazionale, condotta su uno dei nostri parenti evolutivi più prossimi — gli scimpanzé — suggerisce una lettura diversa e, per certi versi, controintuitiva.

Lo studio: osservare il rischio senza metterci in pericolo

Studiare il rischio fisico negli esseri umani pone evidenti limiti etici. Non è possibile, né accettabile, esporre volontariamente bambini e adolescenti a situazioni pericolose. Per questo motivo, un gruppo di ricercatori ha scelto una via alternativa: osservare gli scimpanzé selvatici, animali che, per sopravvivere, sono quotidianamente costretti a muoversi tra alberi ad altezze considerevoli.

Lo studio ha coinvolto oltre 100 scimpanzé, di età compresa tra i 2 e i 65 anni, osservati nel Parco Nazionale di Kibale, in Uganda. I ricercatori hanno analizzato i comportamenti locomotori più rischiosi, come salti tra rami distanti, cadute e movimenti senza appigli sicuri.

I più spericolati? Non sono gli adolescenti

Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, i risultati mostrano che il picco di comportamenti rischiosi non coincide con l’adolescenza. Gli scimpanzé più audaci risultano essere i più giovani, in particolare nella tarda infanzia.

  • I cuccioli tra i 2 e i 5 anni mostrano la frequenza più alta di salti e cadute.
  • Con l’avanzare dell’età, questi comportamenti diminuiscono progressivamente.
  • Gli adolescenti scimpanzé non rappresentano un punto di svolta, ma una fase intermedia di un declino graduale.

Rispetto agli adulti, i bambini più grandi avevano una probabilità tripla di assumere rischi fisici, mentre gli adolescenti “solo” doppia.

Nessuna differenza tra maschi e femmine

Un altro dato interessante riguarda il genere. Negli esseri umani, soprattutto in alcune culture, i maschi adolescenti tendono a correre più rischi rispetto alle femmine. Negli scimpanzé, invece, non emergono differenze significative tra i sessi in nessuna fase della vita.

Questo suggerisce che almeno una parte delle differenze osservate negli esseri umani possa essere influenzata da fattori culturali e sociali, più che biologici.

Il ruolo chiave della supervisione degli adulti

Se l’adolescenza non coincide con un aumento naturale della propensione al rischio, cosa spiega allora il comportamento degli adolescenti umani?

Secondo i ricercatori, la risposta è semplice quanto potente: la supervisione.
I piccoli di scimpanzé, dopo i due anni, si allontanano fisicamente dalle madri e sperimentano il mondo con maggiore autonomia. L’82% dei comportamenti rischiosi osservati avveniva quando la madre non era a portata di braccia.

Al contrario, i bambini umani vivono per anni sotto una supervisione costante: genitori, nonni, insegnanti, fratelli maggiori. È solo durante l’adolescenza che questa rete di controllo si allenta, offrendo più occasioni per correre rischi, non necessariamente una maggiore voglia di farlo.

Una nuova chiave di lettura per genitori ed educatori

Questi risultati non negano l’importanza dei cambiamenti neurobiologici dell’adolescenza, ma invitano a integrarli con una prospettiva evolutiva e sociale. Se la riduzione della supervisione è un fattore cruciale, allora il comportamento rischioso non è un’anomalia, ma una conseguenza prevedibile di una maggiore libertà.

Il punto non diventa quindi eliminare ogni rischio, ma trovare un equilibrio tra protezione e possibilità di esplorazione. Alcuni antropologi suggeriscono che esperienze di gioco fisicamente impegnative — come arrampicarsi, correre, cadere in modo controllato — possano aiutare i bambini a sviluppare competenze motorie, resilienza e consapevolezza dei propri limiti.

Cosa ci insegnano davvero gli scimpanzé

Lo studio sugli scimpanzé ci ricorda che il comportamento umano non può essere spiegato solo guardando al cervello o agli ormoni. Evoluzione, ambiente e cultura interagiscono in modo complesso, modellando ciò che consideriamo “tipico” di una fase della vita.

Forse, più che chiederci perché gli adolescenti corrano dei rischi, dovremmo domandarci come accompagnarli in un’esplorazione del mondo che è tanto necessaria quanto inevitabile.

Foto di Fabiana Rizzi su Unsplash