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Parlare più lingue mantiene il cervello giovane? Nei multilingue fino a 13 anni di differenza

Marco InchingoliPubblicato il 4 min di lettura
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Immagine di magnific

Parlare regolarmente più lingue potrebbe essere associato a un invecchiamento più lento del cervello e, in alcuni casi, a una differenza equivalente a diversi anni rispetto all’età anagrafica. È quanto suggerisce un ampio filone di ricerca sul multilinguismo e l’invecchiamento cognitivo, secondo cui passare continuamente da una lingua all’altra rappresenterebbe una forma di allenamento per numerosi circuiti cerebrali. Alcune analisi hanno riportato differenze sorprendenti, che possono arrivare fino a circa 13 anni di “età cerebrale” tra determinati gruppi. Ma il dato richiede cautela: non significa che imparare una seconda lingua faccia letteralmente ringiovanire il cervello di tredici anni.

Che cosa significa avere un cervello “più giovane”

L’età cerebrale non corrisponde necessariamente all’età indicata sulla carta d’identità. I ricercatori possono utilizzare tecniche di neuroimaging, test cognitivi e algoritmi statistici per confrontare alcune caratteristiche del cervello con quelle normalmente osservate nelle diverse fasce d’età. Se il profilo di una persona di 70 anni assomiglia maggiormente a quello mediamente riscontrato in individui più giovani, si parla di un cervello che mostra un invecchiamento più lento. Si tratta però di una stima statistica, non di un orologio biologico perfetto, e risultati ottenuti con metodi diversi non sono sempre direttamente confrontabili.

Parlare una lingua è un esercizio sorprendentemente complesso

Utilizzare due o più lingue richiede molto più che ricordare parole. Il cervello deve selezionare il vocabolario corretto, inibire quello non necessario, controllare il contesto e passare rapidamente da un sistema linguistico all’altro. Tutto questo coinvolge reti associate all’attenzione, al controllo esecutivo e alla memoria. In una persona multilingue, inoltre, le diverse lingue non vengono semplicemente accese e spente come interruttori indipendenti: possono rimanere contemporaneamente attive, costringendo il cervello a gestire una sorta di competizione continua tra sistemi linguistici.

Una possibile forma di riserva cognitiva

Questo esercizio ripetuto potrebbe contribuire alla cosiddetta riserva cognitiva, cioè la capacità del cervello di affrontare meglio i cambiamenti legati all’età o a determinate patologie. La riserva non impedisce necessariamente che si sviluppino alterazioni biologiche, ma potrebbe permettere di compensarle più efficacemente per un certo periodo. Il multilinguismo viene studiato insieme ad altri fattori come istruzione, attività professionali complesse, esercizio fisico e relazioni sociali. Alcuni studi hanno osservato che persone bilingui o multilingui possono manifestare sintomi di demenza più tardi rispetto ai monolingui, anche se i risultati della letteratura non sono completamente uniformi.

Il vantaggio potrebbe aumentare con il numero delle lingue

Uno degli aspetti più interessanti è il possibile effetto dose-risposta: utilizzare un numero maggiore di lingue potrebbe essere associato a una maggiore protezione dall’invecchiamento cognitivo. È in questo tipo di confronti che possono emergere differenze equivalenti a molti anni di età biologica, fino alle stime più spettacolari di circa 13 anni. Non è però sufficiente conoscere qualche parola in numerose lingue. Frequenza di utilizzo, livello di competenza, età in cui sono state apprese e necessità di passare quotidianamente dall’una all’altra possono influenzare profondamente il tipo di allenamento ricevuto dal cervello.

Attenzione: associazione non significa causa

C’è un limite fondamentale. Le persone multilingue possono differire dalle monolingui per istruzione, professione, migrazioni, condizioni economiche, attività sociali e stile di vita. Tutti questi elementi possono a loro volta influenzare la salute cerebrale. Gli studi cercano di controllare statisticamente molte di queste variabili, ma è difficile eliminarle completamente. Inoltre, non tutte le ricerche hanno trovato un chiaro vantaggio cognitivo del bilinguismo. Per questo non possiamo ancora affermare che parlare più lingue sia direttamente responsabile di un cervello biologicamente più giovane, né quantificare universalmente il beneficio in un determinato numero di anni.

Imparare una lingua da adulti serve comunque?

Un’altra domanda riguarda chi comincia una nuova lingua in età adulta o avanzata. Essere multilingue per tutta la vita e seguire un corso per alcuni mesi sono esperienze molto diverse. Alcuni studi sperimentali suggeriscono che l’apprendimento linguistico negli anziani sia possibile e possa stimolare memoria, attenzione e socialità, ma non sappiamo ancora se sia sufficiente a produrre nel lungo periodo gli stessi effetti osservati nelle persone che utilizzano più lingue quotidianamente da decenni. Il beneficio potrebbe inoltre derivare dalla combinazione tra sfida cognitiva, studio, comunicazione e interazione sociale.

Non un elisir di giovinezza, ma un allenamento per il cervello

La prospettiva più equilibrata è quindi considerare il multilinguismo come uno dei tanti possibili elementi di uno stile di vita cognitivamente ricco. Parlare più lingue non rende immuni da Alzheimer o altre forme di demenza e il famoso vantaggio di 13 anni non deve essere interpretato come una promessa individuale. La salute cerebrale dipende anche da attività fisica, pressione arteriosa, sonno, udito, fumo, relazioni sociali e numerosi altri fattori. La ricerca, tuttavia, suggerisce qualcosa di affascinante: costringere ogni giorno il cervello a scegliere, tradurre e alternare differenti sistemi linguistici potrebbe rappresentare un allenamento che dura una vita. Imparare una nuova lingua, dunque, non cambia soltanto il modo in cui parliamo con il mondo: potrebbe cambiare anche il modo in cui il nostro cervello invecchia.