Aspettare che tutti abbiano ferie negli stessi giorni, budget compatibile, una meta condivisa e soprattutto voglia di partire può trasformare l’organizzazione di un viaggio in una piccola impresa diplomatica. Così una parte crescente dei giovani sembra aver trovato una soluzione molto più semplice: partire comunque.
È il fenomeno del solo travel, il viaggio in solitaria che negli ultimi anni ha smesso di essere percepito come una scelta eccentrica o necessariamente legata alla solitudine. Al contrario, per molti viaggiatori significa soprattutto poter decidere autonomamente quando partire, dove andare, quanto fermarsi e cosa fare una volta arrivati.
I dati del State of Solo Travel Report 2025 di Hostelworld raccontano una tendenza particolarmente interessante: il 60% dei solo traveller intervistati si identifica come donna, mentre il 66% ha tra i 18 e i 30 anni. Il report si basa su un sondaggio condotto nel luglio 2025 su 3.334 viaggiatori che hanno viaggiato da soli e sui dati relativi a oltre quattro milioni di viaggi effettuati attraverso la piattaforma.
Viaggiare da soli non significa essere soli
È forse questo il primo stereotipo che il fenomeno sta contribuendo a mettere in discussione.
Partire da soli e stare da soli sono due cose molto diverse. Il viaggio individuale può diventare, paradossalmente, un’occasione per incontrare più persone rispetto a una vacanza organizzata esclusivamente con il proprio gruppo di amici.
Secondo Hostelworld, il 71% dei solo traveller cerca attivamente di conoscere altre persone durante il viaggio, mentre il 58% indica proprio l’incontro con nuove persone tra gli aspetti più interessanti del partire da soli. Più della metà, inoltre, dichiara di mantenere i contatti con persone conosciute lungo la strada.
È una trasformazione significativa del concetto stesso di viaggio. Non si parte necessariamente per isolarsi, ma per avere la libertà di scegliere quando socializzare e quando invece stare per conto proprio.
Un ostello, una visita guidata, una cena condivisa, un’escursione o una conversazione nata casualmente possono trasformare una giornata iniziata in solitudine in un’esperienza collettiva. La differenza è che, questa volta, la socialità non è obbligatoria.
La libertà è il vero lusso
Nel report 2025, il 64% dei viaggiatori indica libertà e spontaneità tra gli aspetti più apprezzati del solo travel, mentre il 59% parla della possibilità di sentirsi completamente libero. Il 52% viaggia da solo anche per mettersi alla prova e altrettanti indicano il desiderio di riconnettersi con sé stessi.
Sono numeri che aiutano a capire perché il fenomeno non possa essere spiegato soltanto attraverso la praticità.
C’è una componente psicologica molto forte: viaggiare da soli significa sperimentare la propria autonomia.
Non dover negoziare continuamente significa poter cambiare programma all’ultimo momento, fermarsi in un luogo che incuriosisce, svegliarsi quando si vuole, scegliere un ristorante senza discutere e modificare l’itinerario senza dover convincere nessuno.
Ma soprattutto significa confrontarsi con una domanda che nella vita quotidiana spesso rimane nascosta: che cosa sceglierei se non dovessi tenere conto delle preferenze degli altri?
Per molte donne il viaggio è anche una prova di autonomia
La crescita del solo travel femminile porta però con sé una contraddizione.
Da una parte le donne sono fortemente rappresentate tra i viaggiatori solitari; dall’altra sono anche quelle che percepiscono maggiormente il tema della sicurezza.
Nel sondaggio Hostelworld, il 55% delle donne considera la sicurezza una preoccupazione quando viaggia da sola, contro appena il 18% degli uomini.
La differenza è enorme e racconta qualcosa che va oltre il turismo: la libertà di movimento non viene percepita nello stesso modo da tutti.
Una donna che viaggia da sola può trovarsi a valutare aspetti che per altri viaggiatori passano in secondo piano: quanto è sicura la zona dell’alloggio, come rientrare la sera, quali mezzi utilizzare, se condividere la propria posizione, quali recensioni leggere prima di prenotare.
Il dato interessante, tuttavia, è che questa preoccupazione non sembra trasformarsi in una rinuncia al viaggio.
La sicurezza diventa una strategia, non un limite
Le viaggiatrici stanno sviluppando una sorta di cultura pratica della sicurezza.
Leggere attentamente le recensioni degli ostelli, evitare di camminare da sole a tarda notte, condividere itinerari e posizione con qualcuno a casa e scegliere strutture con specifiche caratteristiche di sicurezza sono alcune delle strategie più utilizzate dai solo traveller. Nel report, il 28% dichiara di leggere con particolare attenzione le recensioni degli ostelli, il 25% evita di camminare da solo di notte e il 23% condivide programmi o posizione.
Non è un dettaglio secondario.
Il solo travel femminile sembra quindi costruirsi attraverso un equilibrio tra desiderio di autonomia e consapevolezza del rischio.
La libertà non coincide con l’assenza di precauzioni. Al contrario, per molte viaggiatrici sentirsi autonome significa anche poter prendere decisioni consapevoli sulla propria sicurezza.
Uscire dalla comfort zone, ma soprattutto ritrovare sé stesse
È sul piano psicologico che il fenomeno diventa forse ancora più interessante.
Per le donne intervistate da Hostelworld, il viaggio da sole è associato in misura significativa a crescita personale, autodeterminazione e riscoperta di sé. Il 60% indica il desiderio di uscire dalla propria comfort zone, il 55% parla di tempo dedicato alla scoperta di sé e il 58% indica il bisogno di riconnettersi con sé stessa. Il 47% riferisce inoltre di sentirsi mentalmente rinfrescata dall’esperienza e il 32% associa il solo travel anche a una forma di guarigione emotiva.
Sono motivazioni che spostano il viaggio da una dimensione puramente turistica a una dimensione esperienziale e identitaria.
Partire può diventare un modo per interrompere temporaneamente i ruoli quotidiani: lavoratrice, figlia, partner, amica, madre, professionista. In un’altra città nessuno conosce necessariamente la nostra storia e possiamo sperimentare una versione di noi stessi meno condizionata dalle aspettative abituali.
Non significa reinventarsi completamente.
Significa, forse, ascoltarsi senza il rumore delle preferenze altrui.
La solitudine può diventare uno spazio, non un problema
C’è poi una distinzione psicologica importante tra solitudine e solitudine scelta.
Essere soli contro la propria volontà può essere doloroso. Scegliere deliberatamente di trascorrere del tempo da soli è un’esperienza completamente diversa.
Nel solo travel, la solitudine può diventare uno spazio di autonomia: mangiare da soli senza sentirsi necessariamente fuori posto, camminare senza dover parlare, entrare in un museo seguendo soltanto la propria curiosità, sedersi davanti a un panorama e non doverlo trasformare immediatamente in una conversazione.
E proprio perché la solitudine è scelta, può essere interrotta in qualsiasi momento.
Si può stare da soli e contemporaneamente essere disponibili all’incontro.
È probabilmente uno degli aspetti più interessanti del fenomeno.
La Gen Z non vuole necessariamente viaggiare da sola
Anche la definizione generazionale va però maneggiata con cautela.
Non tutti i giovani vogliono partire da soli e il solo travel non appartiene esclusivamente alla Gen Z. I dati di Hostelworld mostrano piuttosto una forte presenza delle fasce più giovani: il 66% dei solo traveller intervistati ha tra 18 e 30 anni.
La vera novità potrebbe quindi essere culturale più che anagrafica.
Per una generazione abituata a prenotare online, costruire itinerari flessibili, utilizzare app per conoscere persone e raccontare le proprie esperienze attraverso i social, l’idea di aspettare il gruppo perfetto per partire può risultare semplicemente poco conveniente.
Se gli amici non possono venire, si parte comunque.
E una volta arrivati, si vede cosa succede.
Dal viaggio alla scoperta di sé
Il dato forse più significativo è che il solo travel sembra essere passato dall’essere una soluzione pratica all’essere diventato, per molti, un’esperienza di crescita personale.
Secondo Hostelworld, quasi il 78% dei partecipanti associa il viaggio in solitaria a un miglioramento della fiducia in sé, della salute mentale o della scoperta personale.
Naturalmente un viaggio non è una terapia e non può essere presentato come una soluzione universale al disagio psicologico. Ma può offrire condizioni particolari: distanza dalla routine, nuove esperienze, maggiore autonomia decisionale, esposizione a situazioni sconosciute e possibilità di sperimentarsi in contesti differenti.
È proprio qui che il solo travel incontra un tema profondamente contemporaneo: il bisogno di recuperare uno spazio personale in una vita nella quale siamo continuamente connessi agli altri.
Partire senza aspettare
Forse il successo del viaggio in solitaria può essere sintetizzato proprio così: non aspettare che la vita degli altri coincida perfettamente con la propria.
Non significa smettere di viaggiare con gli amici, con il partner o con la famiglia. Significa riconoscere che esiste anche un’altra possibilità: partire perché si ha voglia di farlo, senza trasformare l’indisponibilità degli altri in un ostacolo.
E per molte donne questa libertà assume un significato ancora più complesso. Significa affrontare paure reali, organizzarsi, adottare strategie di sicurezza e, nonostante tutto, scegliere di andare.
Il viaggio diventa allora qualcosa di più di una destinazione.
È il momento in cui si scopre che essere autonomi non significa non avere bisogno degli altri, ma poter scegliere quando cercarli e quando, invece, camminare per un po’ da soli.
Foto di Michaela 💗 da Pixabay
