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Università, gli studenti leggono sempre meno i manuali

Federica VitalePubblicato il 5 min di lettura
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Foto di Pexels da Pixabay

«Il manuale? Ma devo proprio leggerlo tutto?». È una domanda che, secondo una recente fotografia delle abitudini universitarie, sembra essere diventata sempre meno insolita. Non significa naturalmente che gli studenti italiani abbiano smesso di studiare, né che una generazione intera sia diventata meno interessata alla conoscenza. Il cambiamento riguarda piuttosto come si studia, quali strumenti si scelgono e quanto tempo si è disposti a dedicare alla costruzione autonoma delle conoscenze.

A fotografare questa trasformazione è una ricerca realizzata da Talents Venture per l’Associazione Italiana Editori su 463 docenti di 34 atenei italiani. Il dato che emerge con maggiore evidenza è significativo: il 68% degli insegnanti universitari intervistati ritiene che oggi gli studenti arrivino agli esami meno preparati rispetto al passato.

Tra le ragioni indicate compare soprattutto la progressiva riduzione dello studio attraverso i manuali, proprio mentre questi ultimi continuano a essere considerati dagli stessi docenti uno degli strumenti più efficaci per prepararsi.

Il paradosso del manuale universitario

Il dato più curioso della ricerca nasce proprio da questa contraddizione. L’88% dei docenti considera il manuale uno strumento efficace per lo studio, ma soltanto il 17% ritiene che gli studenti lo leggano “molto”.

È un divario che racconta bene la trasformazione avvenuta negli ultimi anni. Il libro universitario richiede tempo, continuità e una certa capacità di orientarsi all’interno di un testo complesso. Non offre necessariamente risposte immediate e obbliga spesso lo studente a collegare concetti, tornare indietro, sottolineare, confrontare informazioni e costruire progressivamente una propria comprensione dell’argomento.

Al contrario, una slide, un riassunto o uno schema presentano spesso le informazioni già selezionate e organizzate. Sono più veloci da consultare e possono risultare particolarmente utili quando il tempo a disposizione è poco.

Il problema, quindi, non è necessariamente che uno strumento sia “buono” e l’altro “cattivo”. È ciò che accade quando il materiale sintetico smette di essere un supporto e diventa l’unica fonte attraverso cui affrontare un esame.

Dalla lettura approfondita alla ricerca della sintesi

Secondo la ricerca, l’83% dei docenti ha osservato negli ultimi tre-cinque anni un cambiamento nelle abitudini di studio degli studenti. Slide, appunti, riassunti e materiali sintetici occupano uno spazio sempre maggiore.

È un fenomeno che si inserisce in una trasformazione più ampia del modo in cui accediamo alle informazioni. La disponibilità immediata di contenuti ha modificato le aspettative nei confronti dello studio: se una nozione può essere recuperata in pochi secondi, diventa più difficile accettare il tempo necessario per arrivare alla stessa informazione attraverso decine o centinaia di pagine.

Ma studiare non significa semplicemente accumulare informazioni. Una preparazione universitaria dovrebbe implicare anche la capacità di comprendere un concetto, inserirlo in un quadro teorico, confrontarlo con altre idee, riconoscere le connessioni e utilizzarlo in un contesto diverso da quello in cui è stato appreso.

È proprio questo processo che una lettura approfondita può favorire.

Il problema non è soltanto la lunghezza dei libri

Dire che gli studenti leggono meno manuali rischia però di semplificare una questione molto più ampia. L’università è cambiata e sono cambiate anche le condizioni nelle quali gli studenti si trovano a studiare.

Carichi di lavoro, pendolarismo, lezioni, tirocini, attività extracurriculari e necessità economiche possono ridurre concretamente il tempo disponibile per la preparazione. A questo si aggiunge la crescente quantità di informazioni che uno studente deve gestire.

In questo scenario, cercare una sintesi non significa necessariamente essere pigri. Può essere una strategia per riuscire a orientarsi all’interno di una mole di materiale sempre più vasta.

La questione diventa problematica quando la sintesi sostituisce completamente il processo di approfondimento e quando lo studente finisce per conoscere soltanto le informazioni considerate indispensabili per superare l’esame.

Poi è arrivata l’intelligenza artificiale

A rendere ancora più profondo questo cambiamento è intervenuta negli ultimi anni l’intelligenza artificiale generativa. Chatbot e strumenti basati sull’IA possono riassumere capitoli, spiegare concetti complessi, creare schemi, generare domande d’esame e fornire risposte immediate.

Le potenzialità didattiche sono enormi, ma proprio per questo emerge un nuovo interrogativo: l’IA viene utilizzata per imparare oppure per evitare di imparare?

Secondo la ricerca, il 55% dei docenti considera negativo l’impatto dell’IA sulla preparazione quando viene utilizzata in modo passivo, cioè per ottenere direttamente una risposta invece di costruire un ragionamento.

La differenza è sostanziale. Chiedere a un sistema di intelligenza artificiale di spiegare un argomento dopo averlo studiato può rappresentare un modo per approfondire. Chiedergli di produrre direttamente la risposta a una domanda d’esame senza aver compreso il contenuto significa invece delegare il processo cognitivo.

Quando la risposta diventa più importante della comprensione

Il rischio più interessante, dunque, non riguarda soltanto il possibile utilizzo scorretto dell’IA. Riguarda una trasformazione più generale: l’idea che conoscere significhi soprattutto trovare rapidamente la risposta corretta.

Ma l’università dovrebbe insegnare anche a formulare domande, riconoscere problemi, sostenere una tesi, individuare una contraddizione e cambiare idea davanti a un argomento migliore.

Un riassunto può dirci che cosa contiene un capitolo. Un manuale può permetterci di capire perché quelle informazioni sono importanti e come si collegano tra loro. Un’intelligenza artificiale può aiutarci a mettere ordine nei concetti, ma non dovrebbe diventare un sostituto automatico dello sforzo necessario per comprenderli.

La vera sfida non è quindi scegliere tra libro, slide e IA. È imparare a utilizzarli in modo diverso.

Un nuovo modo di studiare è già arrivato

La ricerca racconta, in definitiva, una trasformazione che probabilmente non può essere fermata semplicemente chiedendo agli studenti di “tornare a leggere i libri”.

Il manuale rimane uno strumento fondamentale, ma il contesto nel quale viene utilizzato è cambiato. Oggi lo studente può affiancarlo a lezioni registrate, database digitali, appunti condivisi, podcast, video, mappe concettuali e strumenti di intelligenza artificiale.

La domanda più utile non è quindi “manuale o riassunto?”, ma “questo strumento mi sta aiutando a comprendere oppure mi sta permettendo di evitare la comprensione?”.

È una differenza sottile, ma decisiva.

Perché il rischio non è che gli studenti smettano di leggere centinaia di pagine. Il rischio più grande è che imparino a studiare soltanto ciò che serve per rispondere a una domanda, perdendo progressivamente la capacità di attraversare un testo, soffermarsi su un concetto difficile, tollerare la fatica della comprensione e costruire un pensiero personale.

E forse è proprio questo il vero cambiamento che l’università sta osservando: non semplicemente studenti che leggono meno, ma studenti che stanno imparando a studiare in un mondo nel quale la risposta è diventata molto più facile da trovare.

Foto di Pexels da Pixabay