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Più amici, più anni? Il legame tra relazioni e longevità

Federica VitalePubblicato il 6 min di lettura
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amici relazioni longevità
Foto di Pavlo da Pixabay

E se una delle cose che possono aiutarci a vivere più a lungo fosse qualcosa che non si trova in farmacia, non si misura con un contapassi e non richiede necessariamente una dieta particolare?

Gli amici.

L’idea può sembrare quasi troppo semplice, ma quando si osservano alcune delle popolazioni caratterizzate da una longevità eccezionale, emerge un elemento ricorrente: le persone tendono a vivere all’interno di reti sociali dense, frequentano familiari e amici, partecipano alla vita della comunità e mantengono relazioni significative anche durante la vecchiaia.

È uno degli aspetti più interessanti delle cosiddette Blue Zones, le aree geografiche che sono state identificate come caratterizzate da una particolare concentrazione di persone molto longeve. Tra i luoghi più conosciuti vengono tradizionalmente citati Okinawa in Giappone, la Sardegna, la penisola di Nicoya in Costa Rica, Icaria in Grecia e Loma Linda in California.

Naturalmente, sarebbe semplicistico trasformare tutto questo nella formula “più amici = più anni di vita”. La longevità è il risultato di una combinazione complessa di fattori genetici, ambientali, comportamentali, economici e sociali. Ma le relazioni sembrano meritare molta più attenzione di quella che siamo abituati a concedere loro.

Nelle Blue Zones la solitudine non sembra essere lo stile di vita dominante

Uno degli elementi ricorrenti nelle descrizioni delle comunità longeve è la presenza di forti legami sociali e senso di appartenenza.

A Okinawa, per esempio, esiste la tradizione dei moai: piccoli gruppi di persone che mantengono nel tempo una rete di sostegno reciproco. Non si tratta semplicemente di un gruppo di amici con cui trascorrere il tempo libero, ma di una forma di appartenenza che può accompagnare le persone per gran parte della vita.

In Sardegna, invece, è stata osservata una forte presenza di reti familiari e comunitarie, mentre in altri contesti studiati nelle Blue Zones gli anziani rimangono integrati nella vita sociale invece di essere progressivamente separati dal resto della comunità.

Il dato interessante è che l’anzianità non coincide necessariamente con il ritiro dalla vita relazionale.

Anzi, continuare a essere qualcuno per qualcun altro sembra rappresentare una componente importante del benessere.

Non è solo questione di avere qualcuno con cui bere un caffè

Quando parliamo di amicizia e longevità, il concetto di relazione sociale è molto più ampio del semplice numero di persone che abbiamo nella rubrica del telefono.

Una persona può conoscere centinaia di individui e sentirsi profondamente sola.

Al contrario, può avere tre o quattro relazioni importanti e sperimentare un forte senso di appartenenza, fiducia e sostegno reciproco.

È proprio qui che la ricerca sulla solitudine diventa particolarmente interessante. Non conta soltanto quante persone frequentiamo, ma anche come percepiamo le nostre relazioni.

Sentirsi ascoltati, avere qualcuno da chiamare quando qualcosa va storto, sapere di poter contare su una persona, condividere esperienze e avere occasioni regolari di incontro possono contribuire al benessere psicologico e alla capacità di affrontare gli eventi stressanti.

In questo senso, l’amicizia non è semplicemente una piacevole aggiunta alla vita.

È anche una rete di protezione.

Il cervello non considera le relazioni un optional

Gli esseri umani sono animali sociali e il nostro organismo risponde continuamente alla qualità delle relazioni che viviamo.

Una rete sociale positiva può offrire supporto emotivo, senso di sicurezza, stimolazione cognitiva e occasioni di movimento e partecipazione. Una conversazione, una risata, una passeggiata insieme, una cena condivisa non sono necessariamente attività terapeutiche in senso stretto, ma possono inserirsi in una quotidianità più attiva e ricca di stimoli.

Anche il contrario è importante.

Quando una persona vive una condizione di isolamento prolungato o di solitudine indesiderata, possono aumentare stress, sofferenza psicologica e comportamenti poco favorevoli alla salute. La solitudine e l’isolamento sociale sono stati associati in numerose ricerche a esiti negativi per la salute fisica e mentale.

Questo non significa che una persona sola sia destinata ad ammalarsi o a vivere meno.

Significa che le relazioni fanno parte dell’ecosistema nel quale la salute si costruisce.

Il punto non è avere tanti amici

Ed è forse qui che la domanda iniziale diventa più interessante.

“Più amici” non significa necessariamente “più longevità”.

Non abbiamo bisogno di trasformare la nostra vita sociale in una gara a chi organizza più aperitivi, ha più contatti o riceve più inviti.

Anzi, per alcune persone una grande quantità di interazioni può essere stancante. Le differenze individuali contano: c’è chi si ricarica nella socialità e chi ha bisogno di molto spazio personale.

La questione sembra riguardare soprattutto la qualità e la continuità dei legami.

Avere qualcuno con cui condividere una preoccupazione. Avere persone che conoscono la nostra storia. Ritrovarsi periodicamente con gli stessi amici. Sentirsi parte di un gruppo. Avere un ruolo all’interno della propria comunità.

Sono esperienze apparentemente ordinarie, ma proprio per questo rischiano di essere sottovalutate.

La cena con gli amici potrebbe essere più importante di quanto pensiamo

Viviamo in un’epoca nella quale molte attività possono essere svolte senza incontrare fisicamente nessuno.

Possiamo lavorare da casa, fare la spesa online, ordinare il cibo, pagare bollette, guardare film, comunicare attraverso messaggi e videochiamate.

È una comodità straordinaria.

Ma proprio per questo diventa sempre più importante creare intenzionalmente occasioni di incontro.

Una cena con gli amici significa mangiare, certo. Ma significa anche parlare, ascoltare, raccontare ciò che è successo durante la settimana, ridere di qualcosa che nessun algoritmo potrebbe suggerirci, accorgerci che qualcuno è cambiato, sapere che una persona sta attraversando un momento difficile.

Le relazioni hanno bisogno di tempo condiviso, non soltanto di connessioni digitali.

E spesso hanno bisogno anche di ripetizione: incontrare le stesse persone, negli stessi luoghi, costruire lentamente una familiarità.

Forse il segreto non è vivere più a lungo, ma vivere più connessi

Le Blue Zones hanno contribuito a rendere popolare l’idea che la longevità possa essere legata anche al modo in cui organizziamo la nostra quotidianità. Ma sarebbe sbagliato prendere ogni caratteristica di queste comunità come una ricetta scientificamente dimostrata per vivere più a lungo.

Non sappiamo dire che un’amicizia aggiunga esattamente un certo numero di anni alla nostra vita.

Possiamo però dire che la qualità delle relazioni sociali è profondamente collegata al benessere e che isolamento e solitudine rappresentano importanti fattori di rischio per la salute. Le relazioni, dunque, non sono un dettaglio decorativo della nostra esistenza: fanno parte del contesto nel quale viviamo, affrontiamo lo stress, invecchiamo e ci prendiamo cura di noi.

E allora forse quella cena che stiamo pensando di rimandare perché “domani devo alzarmi presto” merita una seconda valutazione.

Forse non serve sempre dormire un’ora in più.

Forse, qualche volta, vale la pena restare a tavola un po’ più a lungo.

Raccontarsi, ridere, mangiare insieme, parlare di cose importanti e di cose completamente inutili.

Non sappiamo se quella serata ci farà vivere più a lungo.

Ma sappiamo che potrebbe farci sentire più vivi mentre viviamo.

E forse è già una buona ragione per apparecchiare un’altra volta.

Foto di Pavlo da Pixabay