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Melatonina sotto accusa per il cuore, ma i nuovi dati ridimensionano l’allarme

Annalisa TelliniPubblicato il 4 min di lettura
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melatonina cuore
Immagine di gpointstudio su Magnific

Per milioni di persone la melatonina è sinonimo di sonno e jet lag. Nel 2025, però, un’analisi presentata alle Scientific Sessions dell’American Heart Association ha generato titoli allarmanti: nelle persone con insonnia, l’uso di melatonina registrato per almeno un anno risultava associato a una probabilità maggiore di sviluppare insufficienza cardiaca nei cinque anni successivi. Lo studio comprendeva oltre 130.000 adulti e riportava un’incidenza del 4,6% tra gli utilizzatori contro il 2,7% nei non utilizzatori, equivalente a un aumento relativo vicino al 90%. Numeri impressionanti, rapidamente amplificati online. Ma associazione e causa sono due cose molto diverse.

Lo studio non dimostrava che la melatonina danneggiasse il cuore

Quella ricerca era un’analisi osservazionale di cartelle cliniche elettroniche, non un trial randomizzato nel quale persone comparabili venivano assegnate a melatonina o placebo. Gli stessi autori precisavano di non poter dimostrare un rapporto causa-effetto. Inoltre, i risultati erano stati presentati come abstract congressuale, quindi senza essere ancora passati attraverso la normale pubblicazione di un articolo completo sottoposto a peer review. L’American Heart Association lo specificava esplicitamente nella comunicazione dello studio. Il risultato rappresentava dunque un possibile segnale di sicurezza da approfondire, non la prova che assumere melatonina provochi insufficienza cardiaca.

Il problema nascosto potrebbe essere l’insonnia

C’è infatti un enorme potenziale fattore confondente: perché una persona prende melatonina? Spesso perché dorme male. Disturbi del sonno più importanti possono accompagnarsi a depressione, ansia, patologie croniche e maggiore utilizzo dei servizi sanitari, tutti elementi potenzialmente collegati anche al rischio cardiovascolare. È il cosiddetto confounding by indication: il farmaco o integratore sembra associato a una malattia perché le persone che lo utilizzano sono già diverse da quelle che non ne hanno bisogno. Anche la causalità inversa è possibile: problemi di salute iniziali potrebbero peggiorare il sonno e aumentare il ricorso alla melatonina.

Nel 2026 è arrivato un importante “reality check”

Due ricercatori della Vanderbilt University hanno quindi riesaminato la questione utilizzando i dati del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES) statunitense raccolti tra il 1999 e il 2018. L’analisi, pubblicata nel 2026 sulla rivista Open Heart, ha mostrato innanzitutto che chi utilizzava melatonina era molto diverso da chi non la assumeva: il 57,9% riportava disturbi del sonno, contro il 20,5% dei non utilizzatori, mentre la depressione interessava rispettivamente il 13,3% e il 5,5%. Anche ipertensione e altre caratteristiche differivano. Sono proprio queste differenze a rendere difficile attribuire direttamente alla melatonina un eventuale aumento del rischio.

Nessun aumento significativo del rischio cardiovascolare

Una volta effettuati gli aggiustamenti statistici per età, sesso, indice di massa corporea, fumo, ipertensione e diabete, l’uso recente di melatonina non risultava associato a una maggiore prevalenza di malattie cardiovascolari: l’odds ratio aggiustato era 0,90, con un intervallo di confidenza che attraversava ampiamente il valore di neutralità. Anche analizzando separatamente l’insufficienza cardiaca non emergeva un’associazione statisticamente significativa. Quando venivano considerati anche depressione e disturbi del sonno, il risultato rimaneva non significativo. Questi dati, quindi, non confermano il forte segnale di rischio suggerito dall’analisi precedente.

Ma questo non dimostra nemmeno che la melatonina sia innocua

Sarebbe però sbagliato passare da un estremo all’altro. L’analisi NHANES non dimostra che la melatonina protegga il cuore, né garantisce la sicurezza dell’assunzione quotidiana per molti anni. Gli stessi autori sottolineano che i due studi rispondono a domande differenti: uno riguardava persone con insonnia e uso prolungato registrato nelle cartelle cliniche, l’altro l’uso recente di integratori nella popolazione generale. Inoltre, nel campione NHANES il numero di utilizzatori di melatonina era relativamente piccolo e gli intervalli di confidenza erano ampi. La conclusione scientificamente corretta rimane quindi: il rischio cardiovascolare a lungo termine non è ancora stabilito con certezza.

Perché i titoli sui social possono ingannare

Dire “la melatonina aumenta del 90% il rischio di insufficienza cardiaca” elimina dal messaggio proprio le informazioni indispensabili per interpretarlo. Quel 90% era un aumento relativo osservato in uno specifico studio, non la probabilità che il singolo utilizzatore sviluppasse la malattia. In termini assoluti, l’incidenza riportata era 4,6% contro 2,7%. Soprattutto, lo studio non poteva stabilire che fosse la melatonina a causare la differenza. L’enorme campione non elimina automaticamente i problemi di confondimento: anche una ricerca con centomila persone può produrre un’associazione molto precisa tra due fenomeni senza dimostrare che uno provochi l’altro.

Cosa sappiamo davvero oggi sulla melatonina

Il quadro disponibile invita quindi alla prudenza, non al panico. Esiste un segnale osservazionale che merita ulteriori studi, ma i dati successivi non mostrano un’associazione significativa tra uso recente di melatonina e malattie cardiovascolari dopo aver considerato diversi fattori di rischio. Servono studi prospettici migliori per capire cosa accada con dosi differenti e soprattutto con l’uso cronico. Per chi utilizza melatonina occasionalmente, i dati disponibili non giustificano la conclusione che stia “danneggiando il cuore”. Chi invece la assume ogni sera per lunghi periodi, soprattutto in presenza di insonnia persistente o malattie cardiovascolari, dovrebbe discuterne con il medico: non perché sia stato dimostrato un pericolo, ma perché un problema del sonno cronico merita di essere valutato e perché sulla sicurezza cardiovascolare della melatonina nel lunghissimo periodo restano ancora domande aperte.

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