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Scienza

Più tempo davanti agli schermi, migliori capacità cognitive?

Federica VitalePubblicato il Aggiornato il 5 min di lettura
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Foto di Moondance da Pixabay

Schermi e cervello: una relazione meno semplice del previsto

Per anni il messaggio rivolto a genitori, insegnanti e adolescenti è sembrato piuttosto netto: meno tempo davanti agli schermi significa meglio. Smartphone, tablet, computer e videogiochi sono stati spesso associati a sedentarietà, distrazione e difficoltà di concentrazione. Un nuovo studio, però, introduce una sfumatura importante e mette in discussione l’idea che il tempo trascorso davanti a un dispositivo digitale sia, di per sé, un indicatore di peggiori prestazioni cognitive.

La ricerca, condotta in Finlandia e pubblicata sulla rivista Pediatric Exercise Science, ha seguito 260 giovani per circa otto anni, dall’infanzia fino all’adolescenza. Il risultato più curioso riguarda proprio l’uso degli schermi: i ragazzi che durante l’infanzia vi trascorrevano più tempo tendevano a mostrare, nell’adolescenza, prestazioni cognitive migliori.

Un risultato che può apparire sorprendente, soprattutto dopo anni di raccomandazioni basate sulla riduzione del cosiddetto screen time. Ma il dato va interpretato con cautela: gli stessi ricercatori sottolineano che lo studio individua un’associazione e non dimostra che gli schermi rendano più intelligenti.

Che cosa significa davvero “prestazione cognitiva”

Prima di arrivare alle conclusioni, è necessario chiarire che cosa abbiano misurato i ricercatori. Con funzioni cognitive non si intende genericamente l’intelligenza, ma un insieme di processi mentali che permettono di acquisire, elaborare e utilizzare informazioni.

Rientrano in questo ambito, per esempio, attenzione, memoria di lavoro, apprendimento e funzioni esecutive, cioè quelle capacità che consentono di pianificare, mantenere un obiettivo, modificare una strategia e risolvere problemi.

Sono competenze particolarmente importanti durante l’infanzia e l’adolescenza, fasi nelle quali il cervello attraversa profonde trasformazioni. Proprio per questo comprendere il rapporto tra attività fisica, sedentarietà, uso degli schermi e sviluppo cognitivo è diventato uno dei temi più studiati nella ricerca sul benessere dei giovani.

Otto anni di osservazione per evitare una fotografia momentanea

Uno degli elementi interessanti della ricerca è la sua natura longitudinale. Invece di fotografare un gruppo di adolescenti in un determinato momento, gli studiosi hanno osservato i partecipanti nel corso del tempo, cercando di capire se determinate abitudini durante l’infanzia fossero associate alle capacità cognitive sviluppate successivamente.

Il campione comprendeva 124 ragazze e 136 ragazzi, seguiti fino a un’età media di circa 15,8 anni. L’attività fisica e il comportamento sedentario sono stati valutati attraverso questionari e strumenti capaci di combinare informazioni sul movimento e sulla frequenza cardiaca, mentre alcune capacità cognitive sono state analizzate attraverso test standardizzati della piattaforma CogState.

Il disegno della ricerca rende quindi il risultato particolarmente interessante, ma non elimina il problema principale degli studi osservazionali: due fenomeni possono essere associati senza che uno sia necessariamente la causa dell’altro.

Non tutti gli schermi sono uguali

È probabilmente questo il punto più importante emerso dalla ricerca.

Dire che un bambino trascorre due ore davanti a uno schermo non racconta che cosa abbia fatto durante quelle due ore. Un conto è utilizzare un videogioco che richiede pianificazione, memoria, orientamento e risoluzione di problemi; un altro è guardare passivamente contenuti per lo stesso periodo di tempo.

Lo stesso vale per un computer utilizzato per imparare una lingua, programmare o svolgere un’attività creativa rispetto a uno smartphone utilizzato prevalentemente per scorrere contenuti senza una particolare partecipazione cognitiva.

Secondo i ricercatori, quindi, sarebbe più utile superare una visione puramente quantitativa dello screen time e interrogarsi sulla qualità dell’esperienza digitale.

Uno schermo può diventare uno strumento passivo di intrattenimento, ma può anche trasformarsi in un ambiente nel quale il giovane deve prendere decisioni, formulare ipotesi, cercare soluzioni, creare contenuti o imparare nuove competenze.

La differenza non sarebbe dunque soltanto nel numero di minuti trascorsi davanti al dispositivo, ma in come quei minuti vengono utilizzati.

E l’attività fisica? I risultati sono più complessi

La ricerca ha analizzato anche il rapporto tra movimento e capacità cognitive, producendo risultati tutt’altro che uniformi.

Nelle ragazze adolescenti, una maggiore quantità di attività fisica a bassa intensità praticata durante l’infanzia risultava associata a una memoria di lavoro migliore. Nei ragazzi, invece, l’associazione riguardava maggiormente la partecipazione ad attività fisiche supervisionate e strutturate.

Non tutte le misure dell’attività fisica hanno però mostrato una relazione significativa con le prestazioni cognitive. In particolare, i dati ottenuti attraverso i dispositivi che registravano movimento e frequenza cardiaca non hanno evidenziato una correlazione generale tra attività fisica, tempo sedentario e funzionamento cognitivo.

È un risultato che ricorda quanto sia difficile ridurre il rapporto tra movimento e cervello a una semplice equazione del tipo “più attività fisica uguale maggiore intelligenza”.

Il vero rischio è confondere correlazione e causa

Il dato sugli schermi potrebbe facilmente trasformarsi in un titolo provocatorio: più tempo davanti al tablet, più intelligenza. Ma sarebbe una conclusione che lo studio non consente di sostenere.

Potrebbero esistere infatti numerosi fattori capaci di spiegare almeno una parte dell’associazione. I bambini che utilizzano maggiormente determinati strumenti digitali potrebbero appartenere a famiglie con specifiche caratteristiche educative, avere maggiore accesso a risorse formative o utilizzare la tecnologia per attività che stimolano già determinate capacità.

Potrebbe inoltre essere la tipologia di utilizzo dello schermo, più che la sua durata complessiva, a spiegare parte del risultato.

Anche il rapporto con il sonno rimane importante. Un utilizzo eccessivo o poco regolato dei dispositivi, soprattutto nelle ore serali, può interferire con i ritmi di sonno, e il sonno è a sua volta fondamentale per attenzione, memoria e apprendimento. Per questo sarebbe scorretto trasformare un’associazione statistica in una nuova regola educativa.

Dalla guerra agli schermi alla ricerca dell’equilibrio

Il valore dello studio potrebbe allora non essere quello di dimostrare che gli schermi fanno bene, ma di costringerci a formulare una domanda più precisa.

Non dovremmo chiederci soltanto quanto tempo passa un adolescente davanti a uno schermo?, ma anche che cosa sta facendo, perché lo sta facendo e che cosa sta sacrificando per farlo.

Se un dispositivo digitale viene utilizzato per imparare, creare, comunicare, risolvere problemi o sviluppare nuove competenze, l’esperienza può avere caratteristiche molto diverse rispetto a un consumo passivo e prolungato. Allo stesso tempo, anche l’attività digitale più stimolante non dovrebbe necessariamente sostituire sonno, movimento, relazioni sociali e tempo non strutturato.

Il punto, quindi, non sembra essere scegliere tra tecnologia e vita reale. La sfida è costruire un equilibrio nel quale la tecnologia possa diventare uno strumento per il pensiero, senza trasformarsi nell’unico ambiente nel quale il pensiero viene esercitato.

Il risultato finlandese sorprende proprio perché suggerisce che il rapporto tra screen time e capacità cognitive è molto più complesso di quanto lascino intendere le contrapposizioni tra “digitale buono” e “digitale cattivo”. E, soprattutto, ricorda una regola fondamentale della ricerca scientifica: quando due fenomeni si muovono insieme, non significa ancora che uno abbia provocato l’altro.