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Italiani in safari: perché siamo i turisti più difficili?

Federica VitalePubblicato il 5 min di lettura
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Foto di Gregor Mima da Pixabay

C’è un posto in cui, almeno secondo un curioso sondaggio, l’orgoglio nazionale italiano sembra vacillare: la savana africana. Tra jeep, animali selvatici e regole da rispettare, gli italiani sarebbero infatti tra i turisti più difficili da gestire secondo gli operatori del settore. A rilevarlo è una ricerca realizzata da SafariBookings, piattaforma specializzata in safari, che ha raccolto le valutazioni di quasi 200 operatori turistici sul comportamento dei visitatori provenienti da diversi Paesi.

Il risultato è curioso e, inevitabilmente, fa sorridere: gli italiani finiscono in fondo alla classifica generale del gradimento, mentre i turisti giapponesi conquistano il primo posto per cortesia, seguiti da norvegesi e svizzeri. Ma dietro la classifica c’è qualcosa di più interessante del semplice stereotipo nazionale: quando ci troviamo in un ambiente completamente diverso dal nostro, il modo in cui interpretiamo le regole può diventare parte integrante dell’esperienza turistica.

Il problema non sarebbe la simpatia, ma la disciplina

Le principali critiche rivolte agli italiani riguarderebbero soprattutto la puntualità e il rispetto delle indicazioni delle guide. Arrivare in ritardo a un appuntamento può sembrare un inconveniente relativamente innocuo durante una vacanza in città. In un safari, però, la situazione cambia completamente.

Un gruppo che deve partire all’alba per raggiungere una determinata area prima che gli animali si spostino non può necessariamente aspettare chi è ancora in camera a prepararsi. E quando si viaggia all’interno di un ambiente naturale abitato da animali selvatici, le indicazioni della guida non sono semplicemente consigli utili per organizzare meglio la giornata.

Sono parte della sicurezza.

Non avvicinarsi agli animali, non scendere dalla jeep quando non è consentito, non urlare e non cercare di attirare l’attenzione di un leone o di un elefante non sono formalità imposte per rendere il viaggio più ordinato. Sono comportamenti necessari per ridurre i rischi e rispettare un ambiente nel quale l’essere umano non occupa la posizione dominante che normalmente gli attribuiamo.

Quando le nostre abitudini viaggiano con noi

Il dato, tuttavia, va letto con cautela. Una classifica basata sulla percezione degli operatori non può trasformarsi automaticamente nella dimostrazione che “gli italiani sono indisciplinati”. Le persone non sono rappresentanti perfetti del proprio Paese e ogni gruppo di turisti può essere influenzato da età, cultura, aspettative, esperienza di viaggio e tipo di vacanza scelta.

Eppure il fenomeno solleva una questione interessante: quanto delle nostre abitudini quotidiane ci portiamo dietro quando viaggiamo?

Ogni cultura sviluppa infatti un rapporto particolare con il tempo, le regole, la socialità e l’autorità. In alcuni contesti la puntualità viene considerata una forma fondamentale di rispetto; in altri esiste una maggiore tolleranza verso il ritardo. In alcuni Paesi seguire rigidamente le istruzioni è associato alla buona educazione, mentre altrove può essere più naturale fare domande, discutere o cercare una soluzione personale.

Quando queste abitudini incontrano un contesto completamente diverso, possono emergere attriti che nella vita quotidiana non percepiamo nemmeno.

La savana non è un parco divertimenti

C’è poi un elemento che rende il safari particolare rispetto a molte altre esperienze turistiche: la natura non è completamente prevedibile.

Un museo può avere un orario di apertura. Un ristorante può aspettare qualche minuto. Un autobus turistico può, in determinate circostanze, modificare il percorso. Gli animali selvatici invece non rispettano il programma del gruppo.

Un leone può attraversare la strada proprio quando nessuno se lo aspetta, un branco può cambiare direzione e un elefante può reagire in modo imprevedibile alla presenza di una jeep. La guida deve quindi prendere decisioni sulla base di esperienza e conoscenza del territorio.

Per il turista, questo significa accettare una cosa non sempre facile: non essere completamente padrone dell’esperienza.

Ed è forse proprio qui che il rispetto delle regole assume un significato particolare. In un safari, seguire la guida significa anche riconoscere che chi vive e lavora in quell’ambiente possiede informazioni che il visitatore non può avere.

Ma a tavola gli italiani si prendono la rivincita

Se nella savana non brilliamo per disciplina, possiamo almeno consolarci tornando a un territorio nel quale siamo storicamente più a nostro agio: la tavola.

Secondo la stessa ricerca, gli italiani si distinguerebbero infatti per la curiosità gastronomica, ottenendo un buon piazzamento nella classifica relativa alla disponibilità a sperimentare la cucina locale.

È un dettaglio apparentemente secondario, ma racconta un’altra caratteristica interessante del viaggio: non tutti i comportamenti dei turisti possono essere ricondotti alla semplice educazione. Anche la curiosità culturale conta.

Provare cibi nuovi, entrare in contatto con abitudini alimentari diverse e non cercare necessariamente di ricreare a migliaia di chilometri da casa la propria cucina possono essere forme di apertura verso il luogo che si sta visitando.

E qui gli italiani sembrerebbero avere una marcia in più.

Il turista perfetto non esiste

Forse, però, la vera lezione di questa curiosa classifica non riguarda tanto gli italiani quanto il modo in cui viaggiamo.

Quando partiamo per un Paese straniero, tendiamo spesso a pensare alla vacanza come a uno spazio nel quale possiamo finalmente lasciare a casa le regole della quotidianità. Ma viaggiare significa anche entrare temporaneamente in sistemi culturali e ambientali differenti, nei quali ciò che per noi è normale può avere un significato completamente diverso.

Essere puntuali, ascoltare una guida, rispettare le indicazioni e osservare le regole locali non significa rinunciare alla spontaneità. Al contrario, può essere proprio ciò che permette di vivere un’esperienza più autentica e sicura.

E poi c’è la parte che ci viene meglio: sederci a tavola, assaggiare qualcosa che non conosciamo e iniziare a parlare.

Perché, secondo questo curioso ritratto dei turisti italiani, potremmo anche non essere i più disciplinati della savana, ma davanti a un piatto nuovo sappiamo ancora farci perdonare.

In fondo, forse il nostro talento turistico è tutto qui: magari arriviamo cinque minuti dopo, facciamo qualche domanda in più e discutiamo un po’ sulle regole.

Ma se poi ci portano a tavola, siamo pronti a scoprire il mondo un boccone alla volta.

Foto di Gregor Mima da Pixabay