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Cosa sogna davvero un gatto quando dorme?

Federica VitalePubblicato il 5 min di lettura
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Foto di Andreas Lischka da Pixabay

Ci sono momenti in cui il nostro gatto sembra improvvisamente altrove.

Dorme profondamente, il corpo abbandonato sul divano, le zampe raccolte sotto il muso. Poi un baffo si muove. Una zampa fa un piccolo scatto. Le orecchie cambiano posizione. Dietro le palpebre abbassate, gli occhi sembrano muoversi rapidamente.

Lo osserviamo e, quasi inevitabilmente, ci chiediamo: che cosa sta sognando?

È una domanda semplice soltanto in apparenza, perché dietro quel piccolo movimento del corpo si apre uno dei territori più difficili da esplorare della neuroscienza: quello dell’esperienza soggettiva di un’altra mente.

Anche i gatti attraversano la fase REM

Sappiamo che i gatti, come gli esseri umani, attraversano diverse fasi del sonno e che durante il sonno REM — acronimo di Rapid Eye Movement — il cervello presenta un’attività particolarmente intensa.

È proprio la fase nella quale, negli esseri umani, si verificano frequentemente i sogni più vividi. Durante il REM compaiono i caratteristici rapidi movimenti oculari e, normalmente, il cervello attiva anche un meccanismo che riduce fortemente l’attività dei muscoli volontari, impedendoci di trasformare fisicamente ciò che stiamo sognando.

Nel gatto possiamo osservare fenomeni simili: piccoli movimenti delle zampe, dei baffi, delle orecchie o del muso possono comparire durante il sonno REM.

Questo, però, non significa che possiamo aprire una finestra direttamente sul suo sogno.

Possiamo osservare il cervello. Non possiamo osservare l’esperienza.

Ed è una distinzione fondamentale.

Il sogno di un gatto non ha una didascalia

Quando vediamo un gatto muovere le zampe mentre dorme, siamo naturalmente portati a costruire una storia.

Sta inseguendo qualcosa.

Sta giocando.

Sta cacciando.

Oppure — ed è forse l’ipotesi che ci piace di più — sta sognando noi.

Ma quest’ultima possibilità appartiene al territorio delle interpretazioni, non delle certezze scientifiche.

Non esiste, infatti, una percentuale affidabile che ci permetta di dire quanto spesso un gatto sogni il proprio umano, né abbiamo strumenti capaci di stabilire con precisione il contenuto dei suoi sogni. Il cervello ci offre indizi sull’attività che sta avvenendo, ma non ci consegna il film che il gatto sta eventualmente guardando nella propria mente.

E questo vale anche per molte delle affermazioni che circolano sui social, come quella secondo cui il gatto sognerebbe il proprio proprietario in una determinata percentuale di volte.

È una cifra suggestiva, ma senza una base scientifica.

Quando la scienza ha fatto muovere i sogni

La storia della ricerca sul sonno animale contiene però un esperimento che sembra uscito da un film.

Negli anni Sessanta il neuroscienziato francese Michel Jouvet studiò nei gatti un particolare meccanismo del sonno REM. Il suo lavoro contribuì a dimostrare l’importanza di una struttura del tronco encefalico nel fenomeno che impedisce normalmente al corpo di mettere in atto i comportamenti associati al sogno.

Quando questo sistema veniva alterato sperimentalmente, i gatti durante il REM potevano compiere movimenti molto più complessi: assumere posture, muovere le zampe, compiere gesti compatibili con comportamenti osservati durante la veglia.

Non significava, naturalmente, che gli scienziati potessero sapere esattamente cosa stessero sognando.

Ma forniva un indizio straordinario: il cervello addormentato può generare stati interni abbastanza intensi da produrre una sorta di comportamento senza coscienza dell’ambiente reale.

È una delle ragioni per cui questi studi hanno avuto un ruolo importante nella comprensione neurobiologica del sonno REM.

Il corpo dorme, la mente continua

Il punto interessante è proprio questo apparente paradosso.

Quando guardiamo un gatto dormire profondamente, ci sembra immobile, assente, completamente ritirato dal mondo. Ma il sonno non è semplicemente uno spegnimento.

Il cervello continua a lavorare.

Durante il sonno vengono rielaborate informazioni, modificati alcuni circuiti, consolidate memorie e regolati numerosi processi fisiologici. Nel REM, in particolare, l’attività cerebrale può diventare sorprendentemente intensa.

Per questo è plausibile che anche gli animali possano avere esperienze mentali durante il sonno. Gli studi comportamentali e neurofisiologici sui mammiferi suggeriscono infatti che il fenomeno del sogno non sia necessariamente esclusivo della nostra specie.

Ma una cosa è riconoscere la presenza di un’attività cerebrale associata al sonno REM. Un’altra è stabilire quale sia il contenuto soggettivo di quella esperienza.

E se sognasse proprio te?

Qui la scienza si ferma e comincia qualcosa di diverso.

Perché noi conosciamo il nostro gatto. Conosciamo i suoi rituali, il modo in cui ci viene incontro, il posto in cui ama dormire, il rumore che fa quando vuole attirare la nostra attenzione. Abbiamo condiviso con lui migliaia di piccoli episodi che per noi costituiscono una storia.

Quando lo vediamo muovere una zampa nel sonno, dunque, il nostro cervello fa ciò che sa fare meglio: attribuisce un significato.

Pensiamo alla sua giornata. Alla pallina che ha inseguito. Al balcone. A quella volta in cui ha osservato un uccello dalla finestra. A noi stessi.

È possibile che alcuni elementi delle esperienze vissute durante la veglia vengano rielaborati durante il sonno? È una possibilità coerente con ciò che sappiamo sulla memoria e sul sonno, ma non possiamo trasformarla nella certezza che il gatto stia “rivivendo” proprio quella scena.

E soprattutto non possiamo sapere se, dentro quel sogno, ci siamo noi.

Il mistero non rende il legame meno reale

Forse è proprio questo il dettaglio più affascinante.

Siamo abituati a pensare che per conoscere qualcuno sia necessario poter parlare con lui. Ma con un animale conviviamo anche attraverso una forma di comunicazione diversa: posture, sguardi, vocalizzazioni, abitudini, distanze, rituali.

Riconosciamo emozioni e stati attraverso segnali che impariamo lentamente a leggere.

Eppure rimane sempre una parte inaccessibile.

Non possiamo entrare nella mente del nostro gatto.

Non sappiamo esattamente che cosa percepisca quando ci guarda, quali immagini conservi, come rappresenti il tempo, che cosa ricordi e, soprattutto, che cosa accada quando chiude gli occhi e sprofonda nel sonno.

Possiamo studiare il suo cervello. Possiamo osservare il comportamento. Possiamo formulare ipotesi sempre più sofisticate.

Ma il sogno, come esperienza soggettiva, rimane dall’altra parte della porta.

Ed è forse proprio questa impossibilità a rendere quei piccoli movimenti così affascinanti.

La prossima volta che il tuo gatto dormirà accanto a te e vedrai una zampa muoversi appena, potrai chiederti cosa stia succedendo nella sua mente.

Non saprai la risposta.

Forse sta inseguendo qualcosa. Forse sta giocando. Forse sta semplicemente attraversando un’attività cerebrale che non possiamo ancora tradurre in immagini.

E forse, soltanto forse, in quel mondo che non possiamo vedere c’è anche qualcosa di familiare.

Non possiamo dimostrarlo.

Ma possiamo concederci il privilegio di immaginarlo.

Foto di Andreas Lischka da Pixabay