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Vita aliena, l’abbiamo già scoperta? Il verdetto di centinaia di astrobiologi su Marte e K2-18b

Marco InchingoliPubblicato il 4 min di lettura
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Immagine di magnific

Siamo soli nell’Universo? Nel 2025 due annunci hanno fatto pensare che la risposta potesse essere più vicina che mai. Il primo riguardava K2-18b, un esopianeta nella zona abitabile della sua stella; il secondo una roccia marziana chiamata Cheyava Falls, studiata dal rover Perseverance. Entrambi presentavano segnali potenzialmente compatibili con processi biologici. Ma tra una possibile biosignatura e la scoperta della vita c’è una distanza enorme. Per capire quanto gli esperti fossero realmente convinti, un gruppo di ricercatori ha quindi interrogato centinaia di astrobiologi della comunità scientifica internazionale.

K2-18b aveva fatto sperare nella vita extraterrestre

Nell’aprile 2025 un gruppo di astronomi aveva riportato possibili tracce nell’atmosfera di K2-18b di dimetilsolfuro (DMS) e/o dimetildisolfuro (DMDS). Il risultato aveva attirato enorme attenzione perché sulla Terra il DMS è fortemente associato all’attività biologica. Da qui l’idea che potessimo trovarci davanti a una possibile biosignatura extraterrestre. Il problema è che identificare molecole nell’atmosfera di un pianeta distante molti anni luce è estremamente difficile e i segnali possono avere interpretazioni alternative. Una molecola associata alla vita terrestre, inoltre, non costituisce automaticamente una prova di vita altrove.

Solo il 6,6% degli esperti era realmente convinto

Il sondaggio mostra quanto fosse grande la distanza tra l’entusiasmo mediatico e la prudenza degli specialisti. Soltanto il 6,6% degli astrobiologi intervistati concordava con l’affermazione secondo cui su K2-18b fosse stata probabilmente trovata vita extraterrestre. Quasi due terzi erano in disaccordo, mentre il 28% manteneva una posizione neutrale. Ancora più significativo è che il 35,1% dichiarava di essere fortemente in disaccordo. Non significa che gli scienziati considerassero la scoperta priva di interesse: significa che le prove disponibili non erano giudicate sufficienti per compiere il salto da “molecola interessante” a vita aliena.

Poi è arrivata una misteriosa roccia di Marte

Il secondo caso riguarda Cheyava Falls, una roccia individuata dal rover Perseverance nel cratere Jezero. Al suo interno sono state osservate caratteristiche soprannominate “leopard spots”, macchie associate a reazioni chimiche e minerali che sulla Terra possono comparire in ambienti influenzati dai microrganismi. La NASA le ha definite una potenziale biosignatura. Questa espressione è fondamentale: indica una struttura o sostanza che potrebbe avere origine biologica, ma per la quale non sono ancora escluse spiegazioni non biologiche. Marte possedeva in passato acqua liquida e ambienti potenzialmente abitabili, rendendo il ritrovamento particolarmente intrigante.

Su Marte gli scienziati sono decisamente più possibilisti

Quando gli astrobiologi sono stati interrogati sul caso marziano, il quadro è cambiato. Il 15,1% riteneva che fosse stata probabilmente trovata vita extraterrestre: più del doppio rispetto a K2-18b, ma ancora una netta minoranza. Il 44,6% non era d’accordo e ben il 40,3% rimaneva neutrale. Il dato forse più interessante riguarda però gli scettici più convinti: quelli “fortemente in disaccordo” scendevano dal 35,1% del caso K2-18b ad appena 11,1% per Marte. La comunità scientifica, quindi, non è passata dal “no” al “sì”, ma da un forte scetticismo a una maggiore apertura.

Perché Marte convince più di un pianeta lontanissimo

Una possibile spiegazione riguarda la qualità delle prove che possiamo ottenere. K2-18b viene studiato indirettamente attraverso la luce che attraversa la sua atmosfera, a distanze interstellari. Cheyava Falls è invece una roccia che Perseverance ha potuto fotografare e analizzare direttamente con diversi strumenti. Soprattutto, il rover ne ha raccolto un campione. Un’eventuale analisi estremamente dettagliata di materiale marziano potrebbe permettere di cercare strutture chimiche, mineralogiche e isotopiche molto più difficili da osservare a distanza. Ma anche caratteristiche apparentemente biologiche possono essere prodotte da processi geologici.

In astrobiologia una sola firma non basta

La storia della ricerca extraterrestre insegna quanto sia pericoloso affidarsi a un unico indizio. Molecole organiche non significano necessariamente organismi, così come una struttura simile a quella prodotta dai microbi terrestri non dimostra automaticamente la presenza di antichi microbi marziani. Per una scoperta di questa portata servirebbero idealmente più linee di evidenza indipendenti e difficili da spiegare attraverso processi abiotici. Il sondaggio rivela proprio questa mentalità: davanti a risultati straordinari, gli scienziati tendono a spostare gradualmente il proprio grado di fiducia anziché scegliere immediatamente tra “vita” e “non vita”.

Allora abbiamo trovato gli alieni? Per ora la risposta è no

Alla domanda del titolo, dunque, la risposta scientificamente più corretta resta: non ancora. Non possediamo una prova confermata di vita extraterrestre, né su Marte né su K2-18b. Ma il sondaggio racconta qualcosa di altrettanto affascinante: nel caso marziano una parte considerevole degli specialisti considera le evidenze abbastanza interessanti da non respingerle categoricamente. La scoperta definitiva potrebbe arrivare da un pianeta lontano, dalle lune ghiacciate del Sistema solare o da una roccia marziana. E quando accadrà, probabilmente non sarà un singolo annuncio a convincere il mondo: sarà l’accumularsi di prove indipendenti fino a rendere sempre più difficile qualsiasi spiegazione alternativa.

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