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Foto di Anna da Pixabay

Gli scienziati hanno sviluppato una varietà di grano geneticamente modificato in grado di stimolare la produzione del proprio fertilizzante naturale. L’innovazione, pubblicata sul Plant Biotechnology Journal dal team di Eduardo Blumwald (University of California), potrebbe ridurre notevolmente l’impatto ambientale e i costi dell’agricoltura.

Il grano è infatti la seconda coltura cerealicola al mondo e una delle più dipendenti dai fertilizzanti azotati, responsabili di inquinamento delle acque e di emissioni di gas serra.

Come funziona il grano “auto-fertilizzante”

Grazie alla tecnica di editing genetico CRISPR, i ricercatori hanno modificato la pianta affinché producesse quantità maggiori di un composto naturale: l’apigenina, un flavonoide.
Questo composto stimola i batteri del suolo a formare biofilm protettivi, che riducono l’ossigeno circostante e consentono alla nitrogenasi (l’enzima chiave della fissazione dell’azoto) di funzionare.

Il risultato? I batteri convertono l’azoto atmosferico in una forma che il grano può assorbire e utilizzare, riducendo il fabbisogno di fertilizzanti chimici.

Vantaggi ambientali ed economici

Oggi le piante assorbono solo il 30-50% dell’azoto contenuto nei fertilizzanti: il resto si disperde nei corsi d’acqua, causando zone morte prive di ossigeno, e contribuisce alle emissioni di protossido di azoto, un potente gas serra.

Con questo nuovo approccio:

  • gli agricoltori potrebbero risparmiare fino al 10% dei fertilizzanti,
  • si ridurrebbe l’impatto ambientale legato all’uso eccessivo di azoto,
  • nei Paesi in via di sviluppo aumenterebbe la sicurezza alimentare, permettendo di coltivare senza grandi investimenti in fertilizzanti costosi.

Solo negli Stati Uniti, si stima che il risparmio potenziale possa superare un miliardo di euro all’anno.

Una strategia diversa dai tentativi del passato

In passato gli scienziati hanno provato a introdurre nei cereali i noduli radicali tipici dei legumi, senza grandi successi.

Blumwald e il suo team hanno scelto un’altra via:

“Non importa dove si trovano i batteri, purché l’azoto fissato raggiunga la pianta e questa possa utilizzarlo.”

La chiave è stata quindi potenziare la produzione di composti naturali che favoriscono l’attività dei batteri già presenti nel suolo.

Un passo verso un’agricoltura più sostenibile

Se confermata su larga scala, questa innovazione potrebbe segnare un cambiamento storico: colture cerealicole più autonome, produttive e sostenibili.

Non si tratta solo di ridurre i costi per gli agricoltori, ma di limitare l’impatto ambientale e affrontare con nuove soluzioni la sfida della sicurezza alimentare globale.

Foto di Anna da Pixabay