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I muscoli del nostro viso ci aiutano a capire le emozioni degli altri: la scoperta italiana

Annalisa TelliniPubblicato il 4 min di lettura
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muscoli viso emozioni
Foto di wal_172619 da Pixabay

Un sorriso evidente non richiede grandi interpretazioni. Ma cosa succede davanti a un’espressione sospesa tra ironia, disagio e perplessità? In questi casi il cervello potrebbe chiedere silenziosamente aiuto al nostro stesso volto. Una ricerca delle Università di Padova e Parma, pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), mostra che i sistemi sensori-motori facciali partecipano al riconoscimento delle emozioni, soprattutto quando i segnali visivi sono ambigui. Il nostro organismo, insomma, non si limiterebbe a osservare un’espressione: in determinate circostanze contribuirebbe a comprenderla simulandola attraverso i propri circuiti facciali.

Una disputa che dura da decenni

La scoperta affronta una vecchia domanda delle neuroscienze cognitive. Secondo una prima teoria, riconosciamo un’emozione confrontando ciò che vediamo con una sorta di archivio visivo di espressioni costruito attraverso l’esperienza. Un’altra interpretazione, legata alle teorie della cognizione incarnata, sostiene invece che per comprendere un sorriso o una smorfia il cervello coinvolga anche i sistemi utilizzati per produrre quell’espressione. In pratica, osservando un volto potremmo riprodurne impercettibilmente alcuni movimenti, ottenendo dal nostro corpo informazioni utili a interpretarlo. Il nuovo studio suggerisce che entrambe le spiegazioni possano essere corrette, ma in circostanze differenti.

L’esperimento con persone affette da paralisi facciale

Per mettere alla prova questa ipotesi, il gruppo coordinato da Paola Sessa dell’Università di Padova, in collaborazione con Pier Francesco Ferrari dell’Università di Parma, ha studiato persone con paralisi facciale. Alcune presentavano la condizione dalla nascita, mentre altre l’avevano sviluppata durante la vita. Ai partecipanti venivano mostrati brevi video contenenti espressioni emotive con diversi livelli di intensità: alcune molto chiare e facilmente riconoscibili, altre decisamente più ambigue. I ricercatori hanno quindi confrontato la capacità di identificare correttamente le emozioni con il grado di mobilità facciale conservato da ciascun partecipante.

Più il volto poteva muoversi, migliore era la lettura delle sfumature

Il risultato più interessante è comparso proprio davanti alle espressioni ambigue. In entrambi i gruppi, maggiore era la mobilità residua del volto, maggiore tendeva a essere l’accuratezza nel riconoscere l’emozione. Quando l’informazione visiva non è sufficiente, dunque, il cervello sembra utilizzare maggiormente il contributo sensori-motorio. È come se tentasse una piccolissima simulazione interna dell’espressione osservata per restringere il numero delle interpretazioni possibili. Non significa che imitiamo consapevolmente ogni persona che incontriamo: si tratta di processi estremamente sottili che possono avvenire senza che ce ne rendiamo conto.

Se l’emozione è evidente, gli occhi possono bastare

La situazione cambiava quando le espressioni erano facilmente riconoscibili. Nelle persone che avevano sviluppato la paralisi dopo anni di normale mobilità facciale, l’accuratezza nel riconoscimento delle emozioni chiare non dipendeva più significativamente dalla mobilità residua. Secondo il modello proposto dagli autori, l’esperienza accumulata negli anni avrebbe permesso di costruire rappresentazioni visive sufficientemente robuste da riconoscere un’espressione evidente anche quando il contributo motorio è ridotto. Il sistema sensori-motorio entrerebbe maggiormente in gioco quando il segnale visivo diventa incerto.

I primi anni di vita potrebbero essere decisivi

Il dato forse più affascinante riguarda invece le persone con paralisi facciale congenita. In questo gruppo la capacità di riconoscere le emozioni continuava a essere associata alla mobilità del volto anche quando le espressioni erano più esplicite. Secondo i ricercatori, questo risultato suggerisce che l’esperienza sensori-motoria durante lo sviluppo possa contribuire a costruire le rappresentazioni utilizzate successivamente dal sistema visivo. Muovere il nostro volto da bambini, quindi, potrebbe aiutarci anche a imparare cosa significano i movimenti che osserviamo sui volti degli altri. È un’ipotesi importante, che dovrà essere approfondita con ulteriori studi.

Il nostro volto potrebbe funzionare come un piccolo simulatore

La ricerca propone quindi un modello più flessibile del riconoscimento emotivo. Il cervello non sceglierebbe rigidamente tra “guardare” e “simulare”, ma combinerebbe le due strategie a seconda della difficoltà. Se un sorriso è inequivocabile, l’informazione visiva può essere sufficiente. Davanti a un’espressione incerta, invece, aumenterebbe l’utilità delle informazioni provenienti dal sistema sensori-motorio. L’idea è coerente con precedenti esperimenti dello stesso gruppo, nei quali l’osservazione delle espressioni facciali aveva mostrato di modulare specifiche risposte somatosensoriali cerebrali, sostenendo l’ipotesi di una simulazione corporea durante l’elaborazione delle emozioni.

Capire gli altri è anche un’esperienza del corpo

Lo studio non dimostra che senza muovere il volto sia impossibile riconoscere le emozioni: al contrario, mostra quanto il cervello sia capace di utilizzare strategie complementari. Inoltre la letteratura scientifica sulla mimica facciale non è completamente concorde: altri esperimenti hanno trovato che limitare i movimenti del volto non compromette necessariamente il riconoscimento emotivo in ogni situazione. La ricerca italiana aiuta proprio a spiegare questa apparente contraddizione: il contributo motorio potrebbe diventare particolarmente importante quando l’informazione è incerta e dipendere dall’esperienza accumulata durante lo sviluppo. Quando cerchiamo di capire cosa prova chi abbiamo davanti, dunque, non lavorano soltanto occhi e cervello. In modo quasi impercettibile, anche il nostro viso potrebbe partecipare alla conversazione.

Foto di wal_172619 da Pixabay