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Dolore al petto, il test in ambulanza che può evitare il pronto soccorso a un paziente su tre

Federica VitalePubblicato il 4 min di lettura
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Immagine di Drazen Zigic su Magnific

Quando compare un dolore al petto, la prudenza è inevitabile. Dietro quel sintomo può esserci un infarto, ma anche reflusso gastroesofageo, dolore muscoloscheletrico, ansia e numerose altre condizioni. Il problema è distinguere rapidamente chi ha bisogno dell’ospedale da chi presenta un rischio molto basso. Oggi circa il 95% delle persone soccorse in ambulanza per dolore toracico viene trasportato al pronto soccorso, nonostante soltanto una minoranza presenti una grave condizione cardiaca. Un nuovo studio olandese suggerisce che una parte della valutazione potrebbe essere anticipata direttamente nell’ambulanza.

Un laboratorio in miniatura sale sull’ambulanza

La novità è un test point-of-care della troponina cardiaca ad alta sensibilità, sufficientemente compatto da essere utilizzato fuori dall’ospedale. Le troponine sono proteine presenti nelle cellule del muscolo cardiaco che vengono liberate nel sangue quando queste cellule subiscono un danno. La loro misurazione rappresenta uno degli strumenti fondamentali utilizzati in pronto soccorso per diagnosticare o escludere un infarto. I nuovi dispositivi ad alta sensibilità permettono di rilevarne concentrazioni molto basse direttamente vicino al paziente, aprendo la possibilità di spostare una parte del processo diagnostico dall’ospedale al territorio.

Il test da solo, però, non decide chi può restare a casa

È un dettaglio fondamentale. I ricercatori non hanno utilizzato semplicemente un valore della troponina, ma lo hanno combinato con l’HEART score, un sistema di stratificazione del rischio. Il punteggio considera caratteristiche della storia clinica, elettrocardiogramma, età, fattori di rischio cardiovascolare e troponina. I paramedici effettuavano quindi la normale valutazione e un ECG, prelevavano il sangue e, ottenuto il risultato della troponina, calcolavano il rischio di eventi cardiovascolari maggiori. In altre parole, il dispositivo non è un test domestico per stabilire se il dolore sia innocuo, ma un elemento di una valutazione clinica strutturata.

Oltre un paziente su tre ha potuto evitare il pronto soccorso

Lo studio ha confrontato due fasi. Nella prima, 539 pazienti con dolore toracico acuto hanno ricevuto l’assistenza abituale: soltanto 19, pari al 3,5%, sono rimasti a casa. Nella seconda fase, 483 pazienti sono stati valutati aggiungendo troponina ad alta sensibilità e HEART score. Questa volta 165 persone, il 34,2%, non sono state trasportate in pronto soccorso. Venivano lasciati a casa o indirizzati al medico di famiglia i pazienti con punteggio HEART basso, troponina inferiore a 4 nanogrammi per litro e nessun sospetto di altre condizioni gravi.

Non tutto il dolore toracico è un problema del cuore

È proprio quest’ultimo requisito a spiegare perché la troponina non possa essere utilizzata isolatamente. Un valore molto basso può contribuire a escludere un infarto, ma il dolore toracico può essere provocato anche da emergenze differenti. Embolia polmonare, pneumotorace e altre condizioni richiedono valutazioni specifiche. Nello studio, se i paramedici sospettavano un’altra patologia seria, il paziente veniva comunque trasportato in ospedale. Ricerche sulla popolazione mostrano quanto sia eterogeneo questo sintomo: in una grande coorte di interventi in ambulanza, il 46% dei pazienti ricevette infine una diagnosi di dolore aspecifico, mentre infarto, polmonite, embolia e patologie aortiche rappresentavano quote molto differenti.

Ma è sicuro lasciare il paziente a casa?

È la domanda decisiva. I ricercatori hanno seguito i partecipanti per almeno un mese, disponendo per la maggioranza di oltre sei mesi di follow-up. Secondo i risultati preliminari presentati al congresso, la strategia ha permesso di aumentare fortemente il numero di pazienti gestiti fuori dall’ospedale. Il concetto, inoltre, non nasce dal nulla: precedenti studi randomizzati hanno già valutato la stratificazione preospedaliera con troponina nei pazienti a basso rischio, mentre ricerche del 2026 hanno mostrato una buona accuratezza diagnostica dei nuovi test point-of-care ad alta sensibilità utilizzabili nell’ambiente preospedaliero.

Meno accessi inutili significa pronto soccorso più libero

Le conseguenze potenziali riguardano l’intero sistema sanitario. Il dolore toracico rappresenta una delle cause più comuni di chiamata ai servizi di emergenza e la maggioranza dei pazienti valutati per sospetto infarto non presenta infine una sindrome coronarica acuta. Se una quota di persone a rischio molto basso potesse essere gestita in sicurezza sul territorio, si ridurrebbero trasporti, tempi di attesa, esami ospedalieri e pressione sui pronto soccorso. Il vantaggio non sarebbe semplicemente economico: liberare risorse significa poterle concentrare sui pazienti che necessitano realmente di cure urgenti.

La prospettiva è promettente, ma il dolore al petto resta un’emergenza da valutare

Il risultato non deve quindi produrre il messaggio sbagliato. Un dolore toracico nuovo, intenso o sospetto non dovrebbe essere autodiagnosticato né ignorato sulla base dell’idea che “probabilmente non è il cuore”. La novità dello studio riguarda il luogo in cui professionisti sanitari possono effettuare la stratificazione del rischio, non la necessità di chiedere assistenza. Inoltre i risultati sono stati appena presentati a un congresso e saranno importanti pubblicazione completa, validazioni indipendenti e protocolli sanitari adeguati. La prospettiva, però, è significativa: l’ambulanza del futuro potrebbe diventare sempre più un pronto soccorso diagnostico mobile, capace non soltanto di portare il paziente in ospedale, ma anche di stabilire con maggiore precisione chi ha davvero bisogno di arrivarci.

Immagine di Drazen Zigic su Magnific