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Trappola intestinale: una nuova arma contro diabete e fegato grasso

Federica VitalePubblicato il 2 min di lettura
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Foto di Bruno da Pixabay

Per quasi un secolo gli scienziati hanno studiato il ciclo di Cori, il meccanismo che regola lo scambio di energia tra muscoli e fegato. Ora i ricercatori canadesi hanno aggiunto un tassello imprevisto: non solo i nostri tessuti, ma anche i batteri intestinali partecipano al gioco. E lo fanno con una molecola poco nota: il D-lattato.

Questa sostanza, prodotta dal microbiota, viaggia nel sangue e spinge il fegato a produrre troppi zuccheri e grassi. Risultato: glicemia alta, resistenza all’insulina e steatosi epatica.

La “trappola” che blocca i danni

Gli scienziati della McMaster University e di altre università canadesi hanno inventato una sorta di rete invisibile: un polimero sicuro e biodegradabile che cattura il D-lattato direttamente nell’intestino, prima che entri in circolo.

Nei test su topi obesi, questa “trappola intestinale” ha portato a:

  • glicemia più bassa,
  • ridotta resistenza all’insulina,
  • meno infiammazione e fibrosi del fegato.

E tutto questo senza cambiare dieta o peso corporeo.

Un cambio di paradigma nel diabete

Per decenni la ricerca sul diabete di tipo 2 si è concentrata su ormoni, pancreas e fegato. Questa scoperta apre invece un fronte nuovo: colpire il metabolismo microbico prima che interferisca con il nostro.

Come spiega il professor Jonathan Schertzer, autore principale dello studio pubblicato su Cell Metabolism:

“Invece di colpire direttamente gli ormoni o il fegato, intercettiamo una fonte di energia microbica prima che possa causare danni”.

Dal Nobel al futuro

Nel 1947 Carl e Gerty Cori ricevettero il Nobel per aver svelato come i muscoli riciclano il lattato in glucosio. Oggi, quasi 80 anni dopo, un’altra coppia – stavolta formata da scienziati e microbi – scrive un nuovo capitolo della stessa storia.

Una “trappola” che sembra uscita da un racconto di fantascienza, ma che potrebbe diventare un’arma concreta contro il diabete e il fegato grasso.

Foto di Bruno da Pixabay