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Esperienze extracorporee: cosa hanno in comune le persone che le vivono?

Federica VitalePubblicato il 3 min di lettura
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esperienze extracorporee
Foto di Andreas Lischka da Pixabay

Chi non ha mai sentito parlare di persone che affermano di essersi “viste da fuori”, come sospese sopra il proprio corpo? Le esperienze extracorporee (OBE – Out-of-Body Experiences) sono da sempre avvolte nel mistero e spesso associate a stati mistici, traumi o alterazioni della coscienza. Ma quanto sono comuni, e cosa ci dice oggi la scienza su chi le sperimenta?

Un recente studio pubblicato sulla rivista Personality and Individual Differences suggerisce che tra il 10 e il 20% della popolazione ha vissuto almeno una volta un’esperienza di questo tipo. Alcuni episodi si manifestano in contesti estremi, come traumi o pericolo imminente, altri in momenti di calma o meditazione.

Cosa succede durante un’OBE

Chi vive un’esperienza extracorporea descrive la sensazione di uscire dal proprio corpo e di osservarlo dall’esterno. Si tratta di un’alterazione della percezione corporea, spesso accompagnata da sensazioni di leggerezza, distacco emotivo o addirittura terrore. “Mi vedo dall’alto”, racconta un paziente. “Sono come aria, mentre il mio corpo è laggiù, immobile.”

Le neuroscienze hanno dimostrato che è possibile indurre artificialmente un’OBE stimolando un’area del cervello chiamata giro angolare destro, coinvolta nell’integrazione tra visione, postura e senso del sé corporeo. Ma cosa distingue chi vive queste esperienze in modo spontaneo?

Fattori comuni nei soggetti con OBE

Nel nuovo studio, 545 adulti hanno risposto a un questionario dettagliato su salute mentale, storia personale e sintomi dissociativi. Chi ha vissuto OBE presentava livelli significativamente più alti di:

  • Disturbi d’ansia e depressione
  • Traumi infantili
  • Sintomi dissociativi, come senso di distacco dalla realtà o da se stessi

Il 40% del gruppo OBE ha ottenuto punteggi elevati nella scala DES-T (indicativa di dissociazione), rispetto al 14% del gruppo di controllo. La maggioranza delle esperienze era spontanea (74%), ma alcune erano legate a meditazione, uso di psichedelici o ipnosi.

Un possibile meccanismo di difesa?

Secondo la neuroscienziata Mariana Weiler, le OBE non sono necessariamente segno di patologia. Al contrario, potrebbero essere strategie subconscie di coping in risposta a eventi traumatici: “una sorta di fuga dalla realtà”, o una rielaborazione mentale intensa che permette di reinterpretare eventi dolorosi.

Un invito a rivedere i pregiudizi clinici

Molti professionisti della salute mentale vedono ancora le OBE come segni di disturbi psicotici o dissociativi da curare. Tuttavia, gli autori dello studio invitano a una maggiore apertura: queste esperienze, anche quando sorprendenti o spaventose, potrebbero rappresentare un tentativo del cervello di proteggere sé stesso.

Le esperienze extracorporee sono un affascinante esempio di quanto poco conosciamo del rapporto tra cervello, coscienza e identità. Oltre al mistero, c’è spazio per una nuova visione: non patologizzarle, ma ascoltarle come espressioni profonde di vissuti interiori. La scienza è appena all’inizio nel comprendere dove ci può portare questa esplorazione.

Foto di Andreas Lischka da Pixabay