Forse la prossima volta che pensi “oggi non voglio vedere nessuno”, prima di interrogarti sulla tua personalità dovresti controllare il termometro. Non perché bastino qualche grado in più o in meno per trasformare un introverso in un animale da festa, naturalmente, ma perché il clima nel quale viviamo potrebbe avere un legame più interessante con il modo in cui sviluppiamo alcuni aspetti della nostra personalità di quanto siamo abituati a pensare.
A suggerirlo è uno studio pubblicato su Nature Human Behaviour, che ha analizzato dati relativi alla personalità di oltre 1,6 milioni di persone negli Stati Uniti, insieme a quelli raccolti da migliaia di partecipanti distribuiti in 59 città cinesi. I ricercatori hanno cercato di capire se le condizioni climatiche dell’ambiente nel quale una persona cresce possano essere associate ai tratti della personalità descritti dal modello Big Five, uno dei principali strumenti utilizzati dalla psicologia contemporanea per descrivere le differenze individuali.
Il risultato è curioso: le persone cresciute in contesti caratterizzati da temperature più miti, con un valore intorno ai 22 °C, tendevano a mostrare punteggi più elevati nei cinque grandi tratti considerati — estroversione, apertura all’esperienza, gradevolezza, coscienziosità e stabilità emotiva — rispetto a chi era cresciuto in condizioni climatiche più lontane da quella fascia. Ma attenzione: questo non significa che vivere a 22 °C faccia automaticamente diventare più socievoli, creativi, gentili o equilibrati.
La temperatura, insomma, non è una bacchetta magica sulla personalità.
Non siamo soltanto figli dei nostri geni
La domanda interessante è un’altra: quanto dell’ambiente nel quale cresciamo finisce per entrare nella persona che diventiamo?
Quando parliamo di personalità tendiamo spesso a immaginare qualcosa di profondamente interno, quasi scolpito dentro di noi. Pensiamo al carattere, al temperamento, alle predisposizioni individuali. E certamente esistono componenti biologiche e genetiche importanti.
Ma la psicologia dello sviluppo ci ha insegnato da tempo che la persona non cresce nel vuoto. Cresce dentro una famiglia, una cultura, una scuola, un quartiere, una rete di relazioni e condizioni ambientali che possono modificare le opportunità di comportamento disponibili ogni giorno.
Il clima potrebbe essere una di queste condizioni.
Pensiamo semplicemente a una giornata d’inverno con temperature rigide, vento e pioggia incessante. Uscire di casa richiede più energia, alcune attività diventano meno accessibili, gli spazi pubblici si svuotano e molte persone trascorrono più tempo al chiuso.
Ora immaginiamo una giornata con una temperatura gradevole, nella quale non è necessario proteggersi dal freddo né cercare continuamente riparo dal caldo. È più facile camminare, incontrare qualcuno, fermarsi fuori, praticare uno sport, trascorrere del tempo in uno spazio pubblico.
Non è difficile immaginare che un ambiente più favorevole possa modificare le occasioni attraverso le quali ci comportiamo.
E se quelle occasioni si ripetono per anni, potrebbero contribuire anche alla costruzione di alcune abitudini.
La temperatura non cambia il carattere: può cambiare ciò che facciamo
Questa distinzione è fondamentale.
Una persona non diventa estroversa semplicemente perché è cresciuta in una città dal clima mite. Ma un ambiente nel quale è più facile uscire e incontrare altre persone potrebbe offrire più occasioni di interazione sociale.
E le occasioni contano.
Una bambina che trascorre molto tempo all’aperto può avere più possibilità di giocare con altri bambini. Un adolescente può incontrare più frequentemente i propri coetanei fuori dalla scuola. Un adulto può camminare, frequentare parchi, piazze, locali o attività sportive. Le relazioni possono nascere con maggiore naturalezza quando esistono luoghi e momenti nei quali incontrarsi.
Il comportamento, ripetuto nel tempo, può diventare abitudine. E le abitudini possono interagire con caratteristiche individuali già presenti.
È una possibile spiegazione, non una conclusione definitiva. Lo studio mostra infatti una associazione tra condizioni climatiche e tratti della personalità, ma non consente di affermare che sia la temperatura a causare direttamente determinate caratteristiche psicologiche.
Tra clima e personalità possono intervenire moltissimi altri fattori: condizioni economiche, cultura, urbanistica, densità abitativa, istruzione, struttura familiare, qualità delle relazioni, migrazioni, caratteristiche delle città e molto altro.
E quei 22 °C?
Il dato dei 22 °C è probabilmente la parte più curiosa della ricerca, ma va interpretato senza trasformarlo in una sorta di temperatura universale della felicità.
Lo studio ha individuato una relazione non lineare: i punteggi di alcuni tratti della personalità tendevano a essere più elevati in corrispondenza di condizioni termiche più moderate e diminuivano allontanandosi da quella fascia.
In altre parole, né il caldo estremo né il freddo estremo sembravano rappresentare il contesto più favorevole associato ai tratti osservati.
E, a pensarci, la cosa ha anche una sua logica quotidiana.
Quando il nostro corpo non deve continuamente adattarsi a condizioni ambientali difficili, una parte delle nostre risorse può essere destinata ad altro. Non dobbiamo necessariamente combattere contro il freddo per uscire, né cercare continuamente di sottrarci al caldo.
Possiamo semplicemente vivere la giornata.
Ma proprio qui bisogna evitare una scorciatoia: non possiamo tradurre questo risultato nella formula “22 °C = persone migliori”. La personalità è troppo complessa per essere ridotta a un termostato.
Il clima potrebbe influenzare anche la nostra vita sociale
La parte forse più affascinante della ricerca riguarda ciò che il clima può fare indirettamente.
Immaginiamo due persone con caratteristiche individuali molto simili. Una cresce in un ambiente nel quale per gran parte dell’anno è piacevole stare fuori; l’altra vive in un contesto nel quale caldo o freddo rendono frequentemente difficile la vita all’aperto.
Non significa che avranno necessariamente personalità diverse.
Ma potrebbero avere esperienze diverse.
Una potrebbe sviluppare più occasioni di incontro, movimento e attività condivise; l’altra potrebbe trascorrere più tempo in ambienti chiusi. Una potrebbe avere maggiore familiarità con la socialità spontanea; l’altra potrebbe costruire reti relazionali attraverso modalità differenti.
Il punto, quindi, non è che il clima ci “programma”.
È che l’ambiente modifica il ventaglio delle possibilità che abbiamo davanti.
E questo è un concetto molto interessante anche psicologicamente: non siamo soltanto ciò che siamo, ma anche ciò che abbiamo avuto occasione di fare, sperimentare e ripetere.
Anche il nostro “non ho voglia” ha una storia
C’è poi una piccola rivoluzione nel modo di guardare alle nostre giornate.
Siamo abituati ad attribuire molti comportamenti esclusivamente alla personalità: “sono fatto così”, “sono asociale”, “non amo uscire”, “sono una persona energica”, “odio stare in mezzo alla gente”.
Ma alcuni di questi comportamenti possono dipendere anche dal contesto.
Non significa negare le differenze individuali. Significa ricordare che il nostro comportamento emerge dall’incontro tra ciò che siamo e ciò che ci circonda.
A volte non abbiamo voglia di uscire perché siamo stanchi. Altre volte perché siamo sovraccarichi. Altre ancora perché fuori ci sono 38 °C e il solo pensiero di attraversare la città ci sembra una forma di autolesionismo.
E forse, qualche volta, non siamo diventati improvvisamente asociali: semplicemente abbiamo bisogno di condizioni nelle quali stare bene.
Possiamo davvero diventare “persone migliori” con il clima giusto?
Probabilmente no, almeno non in senso letterale.
Il valore di questa ricerca sta piuttosto nell’aver messo in evidenza quanto sia interessante studiare la personalità non soltanto come qualcosa che appartiene all’individuo, ma anche come qualcosa che si sviluppa in relazione all’ambiente.
Il nostro cervello, il nostro corpo, le nostre relazioni e i contesti nei quali viviamo dialogano continuamente. E forse anche qualcosa di apparentemente esterno come la temperatura può contribuire, nel lungo periodo e insieme a moltissimi altri fattori, a modellare le esperienze attraverso cui diventiamo ciò che siamo.
Perciò, prima di giudicare quella persona che oggi non vuole uscire, potremmo dare un’occhiata fuori dalla finestra.
Potrebbe essere introversa.
Potrebbe essere stanca.
Potrebbe semplicemente avere bisogno di stare per conto suo.
Oppure potrebbero esserci 35 gradi, umidità al 90% e zero motivi ragionevoli per socializzare.
In quel caso, forse, non è un problema di personalità.
È buon senso.
Foto di Mollyroselee da Pixabay
