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Donne che pensano troppo: quando l’overthinking ruba il presente e alimenta ansia e stress

Annalisa TelliniPubblicato il 4 min di lettura
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Immagine di cookie_studio su Magnific

Ripassare mentalmente una conversazione, chiedersi per ore se si è presa la decisione giusta, anticipare tutto ciò che potrebbe andare storto domani. Il cosiddetto overthinking comincia spesso così: il pensiero, nato per aiutarci a risolvere un problema, finisce per girare continuamente intorno allo stesso punto. Non è una diagnosi clinica, ma un termine comunemente utilizzato per descrivere processi come ruminazione e preoccupazione ripetitiva. Quando diventano persistenti, questi meccanismi possono sottrarre attenzione al presente e associarsi a maggiore sofferenza psicologica, ansia e sintomi depressivi.

Perché si parla soprattutto di donne

Definire l’overthinking un problema esclusivamente femminile sarebbe sbagliato: anche gli uomini rimuginano. La ricerca psicologica ha però riscontrato differenze medie tra i sessi nella tendenza alla ruminazione. Una meta-analisi di 59 studi, comprendente oltre 14.000 partecipanti, ha trovato nelle donne livelli medi leggermente superiori di risposte ruminative. La differenza era comunque piccola. Gli studiosi ritengono che possano contribuire numerosi fattori, comprese modalità di gestione delle emozioni, esperienze sociali e maggiore esposizione ad alcuni tipi di stress. Non esiste quindi un semplice “cervello femminile programmato per pensare troppo”.

Riflettere e rimuginare non sono la stessa cosa

Pensare a un problema può essere estremamente utile. La differenza sta soprattutto nel risultato. La riflessione costruttiva porta verso una decisione, una nuova comprensione o un’azione; la ruminazione tende invece a ripetere domande alle quali non viene fornita una risposta: “Perché ho detto quella cosa?”, “Cosa penseranno di me?”, “E se avessi sbagliato tutto?”. Il cervello sembra lavorare intensamente, ma spesso non produce una soluzione. È come tenere acceso un motore senza muoversi: aumenta il consumo di risorse cognitive mentre la persona rimane intrappolata nello stesso circuito mentale.

Passato e futuro prendono il posto del presente

L’overthinking può muoversi in due direzioni. La ruminazione guarda frequentemente al passato, riproponendo errori, occasioni perdute e situazioni spiacevoli; la preoccupazione tende invece a proiettarsi nel futuro, costruendo scenari negativi che potrebbero non verificarsi mai. In entrambi i casi, l’attenzione viene sottratta a ciò che sta accadendo nel momento presente. Una cena, una passeggiata o una conversazione possono così svolgersi mentre mentalmente ci si trova altrove. Questo continuo spostamento dell’attenzione può rendere più difficile rilassarsi e godere delle esperienze quotidiane.

Il corpo può pagare il prezzo dei pensieri continui

Quando il rimuginio diventa cronico, le conseguenze non rimangono necessariamente confinate alla mente. La preoccupazione persistente può mantenere elevato lo stato di allerta, rendere difficile addormentarsi e peggiorare la qualità del sonno. Dormire male, a sua volta, può ridurre la capacità di regolare le emozioni il giorno successivo, creando un circolo vizioso. La ruminazione è inoltre associata a depressione e ansia, anche se questo non significa che pensare molto provochi automaticamente un disturbo psicologico. Spesso le relazioni sono bidirezionali: il disagio alimenta i pensieri ripetitivi e questi possono contribuire a mantenerlo.

Perché è così difficile spegnere la mente

Il paradosso è che l’overthinking nasce spesso dal tentativo di ottenere controllo. Analizzare ogni possibilità può dare l’impressione di prepararsi meglio a un problema o evitare un errore. Ma l’incertezza non può essere eliminata completamente e la ricerca della decisione perfetta rischia di generare altre domande. Per alcune persone entrano in gioco anche perfezionismo, autocritica e paura del giudizio. Più una decisione viene percepita come determinante per il proprio valore personale, maggiore può diventare il bisogno di analizzarla ripetutamente prima e dopo averla presa.

Come interrompere il circolo dell’overthinking

L’obiettivo non è smettere di pensare, ma modificare il rapporto con i propri pensieri. Può essere utile riconoscere quando la riflessione non sta più producendo informazioni nuove, distinguere ciò che può essere controllato da ciò che non può esserlo e trasformare un problema concreto in una piccola azione realizzabile. Tecniche di mindfulness possono allenare a riportare l’attenzione alle sensazioni e alle attività presenti, mentre approcci della terapia cognitivo-comportamentale aiutano a riconoscere schemi ripetitivi e convinzioni che li alimentano. Anche movimento, sonno regolare e riduzione dei momenti trascorsi a rimuginare senza uno scopo possono contribuire.

Vivere il presente non significa ignorare i problemi

Pensare al passato permette di imparare e immaginare il futuro consente di pianificare: sono capacità essenziali dell’essere umano. Il problema nasce quando questa straordinaria macchina di previsione non riesce più a fermarsi. Per molte donne che pensano troppo, quindi, la sfida non consiste nel diventare meno riflessive, ma nell’imparare a riconoscere quando il pensiero ha smesso di essere uno strumento ed è diventato una gabbia. Se ruminazione e preoccupazioni interferiscono stabilmente con sonno, lavoro, relazioni o benessere, parlarne con un professionista può essere utile. Tornare al presente non significa smettere di progettare il domani: significa evitare che ieri e domani occupino tutto lo spazio dell’oggi.