Quando siamo innamorati vediamo davvero la relazione in modo diverso?
Chiunque abbia vissuto una storia d’amore si è sentito dire almeno una volta frasi come: “Io quella relazione non la vedo bene” oppure “Secondo me state ignorando alcuni problemi”. Sul momento possono sembrare osservazioni pessimistiche o poco sensibili, ma una ricerca psicologica suggerisce che chi osserva una relazione dall’esterno potrebbe, in alcuni casi, avere una prospettiva più realistica di chi la sta vivendo.
È quanto emerge da uno studio pubblicato nel 1999 dagli psicologi Tara MacDonald e Michael Ross, che hanno indagato quanto siano accurate le previsioni sul futuro di una relazione sentimentale fatte dai diretti interessati rispetto a quelle di persone a loro vicine.
Il risultato è curioso: gli innamorati tendevano a essere più ottimisti, ma non necessariamente più precisi.
Lo studio: chi prevedeva meglio il futuro delle coppie?
I ricercatori hanno condotto due studi longitudinali coinvolgendo studenti universitari impegnati in una relazione sentimentale.
Ai partecipanti è stato chiesto di valutare diversi aspetti della propria storia, come la qualità del rapporto, il livello di soddisfazione e le probabilità che la relazione durasse nel tempo.
Ma non si sono fermati qui.
Anche genitori e coinquilini, cioè persone che conoscevano bene i partecipanti ma osservavano la relazione dall’esterno, sono stati invitati a esprimere una valutazione e a formulare una previsione sulla durata della coppia.
Dopo un certo periodo di tempo, i ricercatori hanno verificato quali relazioni fossero effettivamente continuate e quali, invece, fossero terminate.
Gli innamorati vedevano soprattutto gli aspetti positivi
Uno dei risultati più interessanti riguarda il modo in cui le persone coinvolte descrivevano la propria relazione.
Chi era sentimentalmente coinvolto tendeva a concentrarsi maggiormente sui punti di forza della coppia, attribuendo meno peso alle difficoltà o ai possibili segnali di fragilità.
Di conseguenza, le previsioni sul futuro erano generalmente molto ottimistiche.
Questo non significa che le persone mentissero o ignorassero volontariamente i problemi. Piuttosto, il coinvolgimento emotivo sembrava influenzare il modo in cui interpretavano la relazione, mettendo in primo piano gli aspetti positivi.
Perché gli osservatori erano più accurati?
Quando gli studiosi hanno confrontato le previsioni con ciò che era realmente accaduto, è emerso un dato interessante: le valutazioni di genitori e coinquilini risultavano mediamente più accurate nel prevedere se una relazione sarebbe durata oppure no.
La spiegazione più probabile riguarda il diverso punto di vista.
Chi vive una relazione è inevitabilmente coinvolto sul piano emotivo: investe tempo, aspettative, progetti e desideri. Tutti elementi che possono rendere più difficile osservare con distacco le criticità del rapporto.
Gli osservatori esterni, invece, pur non conoscendo ogni dettaglio della coppia, possono cogliere comportamenti ricorrenti, incompatibilità o dinamiche che chi è direttamente coinvolto tende a minimizzare.
Il ruolo del cosiddetto “bias dell’ottimismo”
In psicologia questo fenomeno può essere spiegato anche attraverso il bias dell’ottimismo, cioè la naturale tendenza delle persone a credere che il proprio futuro sarà più positivo di quanto suggeriscano i dati oggettivi.
Nelle relazioni questo meccanismo può tradursi nella convinzione che i problemi si risolveranno facilmente, che il partner cambierà oppure che le difficoltà siano solo temporanee.
Questa visione positiva può avere effetti benefici, perché favorisce l’impegno nella relazione e aiuta ad affrontare i momenti difficili. Tuttavia, in alcuni casi può anche portare a sottovalutare segnali importanti.
Significa che amici e genitori hanno sempre ragione?
La risposta è no.
Lo studio non dimostra che familiari e amici siano automaticamente più affidabili o che conoscano meglio la relazione rispetto ai partner.
Innanzitutto si tratta di una ricerca condotta su un campione specifico di studenti universitari, e i risultati non possono essere estesi indistintamente a tutte le coppie.
Inoltre, anche gli osservatori possono essere influenzati da pregiudizi, esperienze personali, simpatie o antipatie nei confronti del partner.
Il dato interessante riguarda una tendenza statistica, non una regola assoluta: mediamente, in quel campione, le previsioni esterne si sono rivelate più accurate di quelle formulate dalle persone direttamente coinvolte.
L’amore non rende ciechi, ma cambia prospettiva
L’idea romantica secondo cui “l’amore rende ciechi” è probabilmente un’esagerazione.
La ricerca suggerisce piuttosto che l’innamoramento modifica il modo in cui interpretiamo la realtà, portandoci a dare maggiore importanza agli aspetti positivi della relazione e a immaginare un futuro favorevole.
È un meccanismo comprensibile: se così non fosse, sarebbe molto più difficile costruire legami stabili e affrontare le inevitabili difficoltà che ogni rapporto attraversa.
Proprio per questo, confrontarsi ogni tanto con persone di fiducia che conoscono la nostra situazione può offrire un punto di vista diverso, senza che questo significhi rinunciare alla propria autonomia di giudizio.
In fondo, il valore dello studio di MacDonald e Ross non è stabilire che “mamme e amici hanno sempre ragione”, ma ricordarci che quando siamo emotivamente coinvolti è naturale perdere un po’ di obiettività. E ascoltare uno sguardo esterno, soprattutto se rispettoso e competente, può aiutarci a vedere aspetti che da soli facciamo più fatica a cogliere.
