Salta al contenuto
News

Ossitocina, ci rende davvero più buoni? La psicologia spiega perché la risposta è “dipende”

Federica VitalePubblicato il 4 min di lettura
Condividi
ossitocina buoni psicologia
Immagine di jcomp su Magnific

Abbracciare una persona cara, accudire un bambino o vivere alcune esperienze sociali può coinvolgere l’ossitocina, un piccolo ormone e neuropeptide prodotto principalmente nell’ipotalamo. Da qui nasce la sua popolarissima reputazione di “ormone dell’amore” o persino di sostanza capace di renderci più generosi. In realtà, decenni di ricerca psicologica e neuroscientifica hanno progressivamente complicato questo racconto. L’ossitocina partecipa certamente alla regolazione dei legami sociali, ma non funziona come un interruttore che trasforma automaticamente una persona egoista in una persona altruista. Il suo effetto sembra dipendere profondamente dalla situazione nella quale avviene l’interazione.

Una molecola antica con molte funzioni

L’ossitocina non nasce evolutivamente per renderci “buoni”. È coinvolta in funzioni fisiologiche fondamentali come parto e allattamento, ma agisce anche nel cervello attraverso circuiti collegati al comportamento sociale, alla ricompensa, allo stress e alla formazione dei legami. Negli esseri umani viene studiata in relazione a fiducia, empatia, riconoscimento delle emozioni e cooperazione. Proprio questa varietà di funzioni rende problematica qualsiasi definizione troppo semplice. Il comportamento sociale emerge dall’interazione di numerosi sistemi neurobiologici e dall’esperienza individuale: attribuirlo a una singola molecola significa ignorare gran parte della complessità del cervello.

Gli esperimenti sulla fiducia che l’hanno resa famosa

Una parte della notorietà dell’ossitocina deriva da esperimenti nei quali la sua somministrazione intranasale sembrava aumentare la fiducia verso altre persone in particolari giochi economici. Questi risultati alimentarono l’idea che potesse esistere una sorta di molecola biologica della generosità. Studi successivi, però, hanno restituito un quadro decisamente meno lineare. Alcuni risultati iniziali si sono dimostrati difficili da replicare o hanno prodotto effetti più piccoli e variabili del previsto. Inoltre, la somministrazione intranasale di ossitocina non permette di dedurre semplicemente ciò che accade durante il normale rilascio dell’ormone nel cervello.

Più sociali non significa necessariamente più altruisti

Una delle interpretazioni oggi più interessanti è che l’ossitocina possa aumentare la rilevanza dei segnali sociali. In altre parole, potrebbe rendere alcune informazioni provenienti dalle altre persone più importanti per il cervello, senza stabilire in anticipo se la risposta debba essere positiva o negativa. In un ambiente rassicurante questo potrebbe favorire avvicinamento, fiducia e cooperazione; in una situazione percepita come minacciosa o competitiva, gli effetti potrebbero essere differenti. L’ossitocina sarebbe quindi più simile a un modulatore della nostra sensibilità sociale che a una sostanza capace di produrre automaticamente gentilezza.

Il confine invisibile tra “noi” e “loro”

Alcuni esperimenti hanno prodotto un risultato ancora più sorprendente: l’ossitocina può, in determinate condizioni, favorire comportamenti positivi soprattutto verso le persone percepite come appartenenti al proprio gruppo. La cooperazione interna può quindi aumentare senza necessariamente estendersi agli estranei. In alcuni studi sperimentali sono emersi persino effetti compatibili con una maggiore preferenza per il proprio gruppo o con atteggiamenti difensivi nei confronti di gruppi esterni. Questo non significa che l’ossitocina renda xenofobi o aggressivi: indica piuttosto che un meccanismo capace di rafforzare i legami sociali può anche contribuire, a seconda del contesto, a rendere più importante la distinzione tra “noi” e “gli altri”.

Conta anche chi riceve l’ossitocina

Gli effetti possono inoltre cambiare da persona a persona. Personalità, esperienze precedenti, livello di ansia, qualità delle relazioni, sesso biologico e caratteristiche della situazione sociale possono influenzare la risposta. Una maggiore attenzione ai segnali sociali potrebbe essere utile per qualcuno e spiacevole per qualcun altro. Se una persona si trova in un ambiente affidabile, aumentare la sensibilità sociale può rafforzare la connessione; se invece percepisce ostilità o insicurezza, la stessa sensibilità potrebbe amplificare segnali negativi. È uno dei motivi per cui gli studi sull’ossitocina producono talvolta risultati apparentemente contraddittori.

Anche misurare l’ossitocina è più difficile di quanto sembri

C’è poi un problema metodologico. Misurare l’ossitocina nel sangue o nella saliva non equivale necessariamente a sapere quanta ne stia agendo in una specifica regione cerebrale. Anche gli studi basati sugli spray nasali presentano interrogativi sulla quantità che raggiunge effettivamente il cervello e sui meccanismi attraverso cui produce determinati effetti. Le meta-analisi e i tentativi di replicazione hanno inoltre invitato alla prudenza rispetto ad alcune affermazioni particolarmente spettacolari del passato. Per questo la ricerca contemporanea tende a considerare l’ossitocina all’interno di reti biologiche e sociali molto più ampie, anziché attribuirle un singolo comportamento.

La chimica può influenzarci, ma non decide chi siamo

La lezione dell’ossitocina riguarda infine un tema più generale: quanto la biologia determina il nostro comportamento? Ormoni e neurotrasmettitori influenzano emozioni, motivazioni e relazioni, ma agiscono all’interno di cervelli modellati dalla genetica, dall’apprendimento, dalla cultura e dalle esperienze personali. Non esiste quindi una semplice equazione “più ossitocina uguale più bontà”. La stessa molecola può contribuire a rafforzare fiducia e vicinanza in una situazione e produrre conseguenze diverse in un’altra. Chiamarla ormone dell’amore rimane una metafora efficace, purché non venga scambiata per una spiegazione scientifica. Se vogliamo sapere se l’ossitocina ci renda più buoni, la risposta della psicologia resta dunque quella più interessante: dipende da chi siamo, da chi abbiamo davanti e dal contesto in cui ci incontriamo.