Chi vive con un gatto sa quanto sia facile accorgersi del passare degli anni. Il manto può diventare meno lucido, i movimenti più lenti e le lunghe ore di sonno sempre più frequenti. Ma ciò che cambia con l’età non riguarda soltanto il corpo. Anche il cervello dei gatti attraversa trasformazioni che, secondo una nuova ricerca scientifica, ricordano sorprendentemente quelle osservate negli esseri umani.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Biology Open, suggerisce infatti che i gatti domestici rappresentino un modello prezioso per comprendere il processo di invecchiamento cerebrale e, in prospettiva, migliorare la conoscenza di malattie neurodegenerative come la demenza.
Una scoperta che rafforza il legame tra medicina veterinaria e medicina umana e apre nuove prospettive per la ricerca.
Un confronto tra specie per capire come si invecchia
I ricercatori hanno analizzato 3.754 set di dati provenienti da esseri umani, gatti e altre specie di mammiferi.
L’obiettivo era individuare somiglianze e differenze nei processi biologici che accompagnano l’invecchiamento.
Per ottenere un quadro il più completo possibile sono stati presi in considerazione diversi tipi di informazioni, tra cui:
- immagini del cervello;
- esami del sangue;
- dati relativi alle malattie;
tappe dello sviluppo comportamentale, come l’apertura degli occhi nei cuccioli e l’inizio delle attività di gioco.
L’analisi ha permesso di confrontare l’evoluzione dell’organismo nelle diverse specie lungo tutto l’arco della vita.
Il cervello cambia in modo sorprendentemente simile
I risultati hanno evidenziato che gatti ed esseri umani condividono numerosi cambiamenti cerebrali legati all’età.
Tra le principali trasformazioni osservate figurano una progressiva riduzione del volume cerebrale, l’aumento delle dimensioni dei ventricoli cerebrali, ossia le cavità contenenti liquido cerebrospinale, e altre modificazioni strutturali tipiche dell’invecchiamento.
Si tratta di alterazioni che vengono frequentemente riscontrate anche nelle persone anziane e che, in alcuni casi, possono essere associate allo sviluppo di patologie neurodegenerative.
La ricerca conferma quindi che il cervello felino segue un percorso evolutivo molto più vicino a quello umano di quanto si pensasse.
L’invecchiamento non procede sempre alla stessa velocità
Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda il ritmo con cui si invecchia.
Gli scienziati hanno sviluppato un modello biologico capace di descrivere l’evoluzione dell’età nelle diverse specie, osservando che il processo non segue un andamento lineare.
Esistono infatti fasi della vita in cui i cambiamenti biologici procedono più lentamente e altre in cui subiscono un’accelerazione.
Questo andamento, riscontrato sia nei gatti sia negli esseri umani, suggerisce che l’invecchiamento sia un fenomeno dinamico, influenzato da numerosi fattori genetici, ambientali e fisiologici.
Comprendere questi meccanismi potrebbe aiutare a individuare strategie preventive e terapeutiche più efficaci.
Perché proprio i gatti possono aiutare la ricerca
Uno dei principali vantaggi nello studio dei gatti riguarda la loro aspettativa di vita, decisamente più breve rispetto a quella umana.
Questo consente agli scienziati di osservare l’intero processo di invecchiamento nell’arco di pochi anni, raccogliendo informazioni preziose in tempi molto più rapidi rispetto agli studi condotti esclusivamente sulle persone.
Inoltre, i gatti condividono con gli esseri umani molti aspetti dell’ambiente domestico: alimentazione, esposizione agli agenti ambientali e, in parte, anche lo stile di vita.
Queste caratteristiche li rendono modelli particolarmente interessanti per comprendere come fattori esterni e biologici influenzino il cervello durante l’invecchiamento.
Nuove prospettive per lo studio della demenza
Le implicazioni della ricerca vanno ben oltre la medicina veterinaria.
Secondo gli autori dello studio, una collaborazione sempre più stretta tra medici veterinari, neurologi e ricercatori potrebbe favorire importanti progressi nella comprensione delle malattie neurodegenerative, tra cui le diverse forme di demenza.
Osservare come il cervello dei gatti cambia nel tempo potrebbe infatti offrire nuove informazioni sui meccanismi che, anche nell’uomo, portano alla perdita progressiva delle funzioni cognitive.
Si tratta di un approccio definito “One Health”, secondo cui la salute umana, quella animale e quella dell’ambiente sono strettamente collegate e possono beneficiare di una ricerca condivisa.
Verso grandi banche dati dedicate agli animali domestici
I ricercatori propongono anche la creazione di database veterinari su larga scala, simili a quelli già utilizzati nella ricerca biomedica umana.
Queste banche dati raccoglierebbero informazioni cliniche, risultati diagnostici e osservazioni fornite dai proprietari degli animali nel corso degli anni.
Un archivio di questo tipo permetterebbe di seguire migliaia di gatti durante tutto il loro ciclo di vita, individuando con maggiore precisione i fattori che favoriscono un invecchiamento sano o, al contrario, aumentano il rischio di sviluppare malattie.
L’integrazione di dati provenienti da specie diverse potrebbe inoltre accelerare la scoperta di nuovi biomarcatori e possibili strategie terapeutiche.
Un legame che va oltre l’affetto
Per milioni di persone il gatto è un compagno di vita, capace di condividere la quotidianità per molti anni. Oggi la scienza suggerisce che questo legame sia ancora più profondo di quanto immaginassimo.
Le somiglianze tra il cervello dei gatti e quello umano durante l’invecchiamento non rappresentano soltanto una curiosità biologica, ma potrebbero trasformarsi in una risorsa fondamentale per comprendere meglio come il tempo modifica il nostro organismo.
Ogni nuova scoperta conferma quanto gli animali domestici possano contribuire alla ricerca scientifica, offrendo preziose informazioni per migliorare la qualità della vita sia degli esseri umani sia dei loro compagni a quattro zampe.
Foto di Jill Schafer da Pixabay
