sindrome di calimero

“Capitano tutte a me”, “Sono sempre quello che ci va di mezzo”, “Tutti ce l’hanno con me”. Queste sono solo alcune delle frasi più usate da chi soffre di vittimismo ed è convinto di essere il bersaglio di comportamenti aggressivi o perseguitato dalla sfortuna e da intenti manipolatori.

Purtroppo le persone che attribuiscono la colpa delle presunte sventure o degli insuccessi sempre a fattori esterni sono affette da un disturbo: la sindrome di Calimero. Tale malattia si chiama così perché ci si sente tristi e sconsolati proprio come il piccolo e nero pulcino disconosciuto dalla mamma.

Lo psicanalista Saverio Tomasella ne parla nel libro “La sindrome di Calimero”. Secondo l’autore, a fare da sfondo a tutte le lamentele c’è uno contesto specifico. Una situazione socioeconomica molto delicata, a cui si unisce un percorso di vita molto difficile. Questa è la miccia che accende le lamentele. L’autore afferma che dietro queste ultime di solito si nasconde una reale sofferenza, una richiesta emotiva costantemente disattesa.

 

Sindrome di Calimero, le cause del vittimismo

Può capitare a chiunque, ogni tanto, di sentirsi vittima di circostanze negative ed avere la sensazione di essere messi all’angolo, tanto da chiedersi cosa si è fatto di male. Quando però ci si lamenta di continuo, si sospetta sempre di tutto e tutti, si svalutano gli altri e non si fa nulla per cambiare, si soffre della sindrome di Calimero.

Il più delle volte tale modalità viene ereditata durante l’infanzia da uno o entrambi i genitori oppure in seguito ad episodi in cui si è stati perseguitati psicologicamente.
Inoltre il vittimismo è collegato ad una bassa autostima e ad una visione negativa di sé che derivano dall’educazione ricevuta e dalla carenza di affetto.

Innanzitutto chi soffre della sindrome di Calimero si lamenta di continuo perché non si accetta, perché non riesce a cambiare e ad uscire da questo circolo ossessivo.
Nella lamentela solitamente cerca conforto, tolleranza ed affetto che poi puntualmente rifiuta.

Il vittimista vuole sempre avere ragione, non accetta di essere contraddetto ma allo stesso tempo sospetta quando qualcuno gli dà ragione. Non riesce mai a fare autocritica o a mettersi in discussione perché per lui le colpe provengono solo dall’esterno. Infine chi si sente vittima del fato ha lo sguardo fisso al passato e a ciò che è accaduto oppure ha una visione pessimista del futuro.

Tuttavia, nella maggior parte delle persone che si lamentano molto c’è davvero qualcosa di rotto, di danneggiato. Queste persone non sanno come andare avanti né come rimettere insieme i pezzi. Per questo motivo, bisogna essere pazienti con loro, perché in realtà non cercano di ferire, anche se possono stancare.

Questo atteggiamento spesso deriva da un trauma infantile che la famiglia non ha percepito. In parole semplici, queste persone non dicono “prenditi cura di me”, bensì “ascoltami”. Aggrappandosi alle loro lamentele, hanno bisogno di essere ascoltate per dimostrare quanto stanno soffrendo.

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Uscire dai pensieri vittimistici

La prima cosa da fare per “guarire” da questo disturbo è ammettere di avere pensieri e comportamenti vittimistici. Iniziare a prendersi le proprie responsabilità, non cadere nell’atteggiamento del bimbo-vittima, ma essere un adulto consapevole.

Solo così si può iniziare a lavorare sulle proprie insicurezze ed imparare a vedere gli eventi per ciò che sono realmente. Dal momento che chi è affetto dalla sindrome di Calimero vede tutto nero, è fondamentale iniziare a cambiare la visione del mondo, interpretando le cose per come sono. Bisogna essere empatici perché molti hanno vissuto un’ingiustizia reale e obiettiva. Così, se l’altra persona si sentirà rispettata e ascoltata, riuscirà a voltare pagina.