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Perché i film horror fanno paura ad alcuni e divertono altri

Federica VitalePubblicato il 5 min di lettura
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Foto di Henryk Niestrój da Pixabay

Una porta che si apre lentamente, una figura che compare improvvisamente nel buio, una musica che anticipa qualcosa che ancora non vediamo. Per qualcuno è il momento più divertente del film. Per qualcun altro è quello in cui viene voglia di spegnere tutto, accendere le luci e cambiare stanza.

Eppure la scena è la stessa.

La differenza non dipende soltanto da quanto un film sia spaventoso, ma da come ogni persona interpreta e gestisce le sensazioni che la paura produce. Il cuore accelera, i muscoli si tendono, l’attenzione aumenta e il cervello diventa più vigile. Il corpo, almeno per qualche istante, reagisce come se dovesse affrontare un pericolo reale.

La cosa interessante è che tutto questo può accadere anche quando sappiamo perfettamente che non c’è alcun pericolo. Siamo seduti sul divano, sappiamo che il mostro è un personaggio costruito per il cinema e che tra pochi minuti arriveranno i titoli di coda. Eppure il nostro organismo non aspetta necessariamente che la ragione abbia finito di fare i suoi calcoli.

Quando la paura diventa divertimento

È proprio questa contraddizione a rendere interessante il cosiddetto brivido controllato. La persona sperimenta una vera attivazione fisiologica, ma contemporaneamente possiede informazioni che le permettono di interpretarla all’interno di una situazione sicura.

Il cervello riceve segnali di allarme, mentre un’altra parte dell’esperienza comunica che siamo al sicuro. La paura rimane, ma cambia il suo significato.

Il battito accelerato può diventare eccitazione, la tensione può trasformarsi in divertimento e il momento di maggiore paura può essere seguito da una sensazione di sollievo particolarmente piacevole. È uno dei motivi per cui alcune persone cercano deliberatamente situazioni capaci di provocare paura: film horror, montagne russe, escape room, case del terrore.

Non stanno necessariamente cercando di soffrire. Stanno cercando quella particolare combinazione di attivazione e sicurezza che permette di sperimentare un’emozione intensa senza essere realmente esposti al pericolo.

Ma perché qualcuno vuole scappare dal divano?

Non tutti riescono a vivere questa distanza nello stesso modo. Per alcune persone la consapevolezza che ciò che vedono sullo schermo sia finto è sufficiente a mantenere la paura entro un livello piacevole. Per altre, invece, l’immagine può risultare così coinvolgente da rendere molto più difficile mantenere separati ciò che si vede e ciò che si prova.

Un ruolo può essere svolto dall’empatia e dall’immedesimazione. Quando ci identifichiamo molto con un personaggio, possiamo reagire emotivamente a ciò che gli accade anche se sappiamo che la situazione è immaginaria. Il cervello non deve necessariamente “credere” che l’evento sia reale per generare una risposta emotiva.

È sufficiente che la scena venga percepita come significativa e coinvolgente.

Per questo due persone sedute davanti allo stesso film possono avere esperienze completamente diverse: una ride durante gli spaventi, l’altra rimane tesa per tutta la durata della scena.

La paura non si spegne necessariamente quando finisce il film

C’è poi un’altra differenza importante: quanto a lungo rimane attiva l’emozione.

Per alcune persone la paura termina insieme alla scena. Quando arrivano i titoli di coda, il corpo torna rapidamente alla normalità e ciò che rimane è soprattutto il piacere di aver vissuto un’esperienza intensa.

Per altre, invece, l’immaginazione continua a lavorare. Un rumore durante la notte, una stanza buia o un’immagine vista poco prima possono riattivare parte della sensazione provata davanti allo schermo. In questo caso il confine tra esperienza cinematografica e vita quotidiana diventa psicologicamente meno netto.

Non significa necessariamente che la persona sia “più paurosa”. Può semplicemente avere una maggiore reattività emotiva, una forte capacità immaginativa o una maggiore tendenza a rimanere mentalmente coinvolta nell’esperienza.

Perché con i bambini bisogna fare più attenzione

Questa differenza diventa particolarmente evidente durante l’infanzia. I bambini possono avere più difficoltà degli adulti a distinguere completamente tra ciò che comprendono razionalmente e ciò che continuano a sentire emotivamente.

Un bambino può sapere che il mostro del film non esiste e, nello stesso momento, avere paura di trovarlo nella propria stanza.

La capacità di distinguere pienamente realtà, immaginazione e rappresentazione si sviluppa progressivamente. Per questo alcune immagini particolarmente intense possono rimanere nella memoria e riemergere successivamente sotto forma di paure, pensieri o difficoltà ad addormentarsi.

Non è quindi sufficiente dire a un bambino: “È solo un film”. Dal punto di vista emotivo, quella spiegazione potrebbe non essere ancora sufficiente a neutralizzare ciò che ha vissuto.

Il ruolo dell’anticipazione: quando abbiamo paura prima ancora che accada qualcosa

Nei film horror, inoltre, non è soltanto ciò che vediamo a provocare paura. Spesso è ciò che immaginiamo possa accadere.

Una musica che cambia, una porta socchiusa, un’inquadratura che indugia su un corridoio vuoto: il cervello comincia a costruire scenari possibili prima ancora che l’evento si verifichi.

È un meccanismo profondamente legato alla funzione della paura. Anticipare un possibile pericolo permette infatti di prepararsi. Nel cinema, questa stessa capacità viene utilizzata per costruire suspense e aumentare progressivamente l’attivazione dello spettatore.

Per alcune persone questa anticipazione è divertente proprio perché offre la possibilità di prevedere, aspettare e infine scoprire cosa succederà. Per altre diventa invece una fonte di ansia crescente.

Non esiste quindi un modo “giusto” di avere paura

Il fatto che qualcuno ami gli horror e qualcun altro li eviti non dice necessariamente chi sia più coraggioso. Le reazioni alla paura dipendono da molti fattori: esperienza personale, sensibilità emotiva, capacità di regolazione, immaginazione, contesto, familiarità con il genere e significato attribuito a ciò che si sta guardando.

La stessa scena può quindi essere vissuta come gioco, eccitazione, suspense, paura o vero disagio.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti delle emozioni: non esiste una corrispondenza automatica tra uno stimolo e ciò che proviamo. Il cervello non si limita a registrare ciò che accade. Lo interpreta, lo confronta con ciò che conosce e costruisce una risposta.

Forse è anche per questo che qualcuno, dopo uno spavento, scoppia a ridere mentre qualcun altro cerca immediatamente il telecomando.

La paura è la stessa. L’esperienza, invece, è tutta un’altra storia.

Foto di Henryk Niestrój da Pixabay