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La sofferenza nell’esperienza umana di Marco Siliquini | Quando il dolore non è la fine del viaggio

Federica VitalePubblicato il Aggiornato il 7 min di lettura
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Ci sono parole che abbiamo imparato a pronunciare sottovoce. La morte. La perdita. La solitudine. La paura. E poi c’è la sofferenza, forse la più difficile da raccontare perché non ha una sola forma e, soprattutto, perché prima o poi ci riguarda tutti.

Viviamo però in un tempo che sembra avere sviluppato una particolare insofferenza nei confronti del dolore. Dobbiamo stare bene, funzionare, reagire, andare avanti. Anche la sofferenza, quando compare, sembra dover essere rapidamente trasformata in qualcosa: una lezione, una rinascita, una prova di resilienza. Come se non fosse più concesso semplicemente attraversarla.

È proprio dentro questa contraddizione che si colloca La sofferenza nell’esperienza umana. Prospettive per una fioritura personale di Marco Siliquini, psicologo clinico e scrittore. Pubblicato da Il Piroscafo Edizioni nel 2025, il saggio nasce da una domanda tanto antica quanto inevitabile: che ruolo ha la sofferenza nella vita dell’essere umano? È soltanto una forza distruttiva oppure può diventare, in determinate condizioni, il terreno dal quale prende forma una diversa consapevolezza?

La domanda, apparentemente semplice, apre una questione molto più complessa: che cosa facciamo di ciò che ci accade quando non possiamo impedirlo?

Ed è qui che il libro di Siliquini sembra trovare il suo centro.

Non scegliere la sofferenza, ma scegliere come attraversarla

Una delle intuizioni più interessanti del volume consiste nel non fermarsi alla contrapposizione tra dolore e benessere. La sofferenza esiste. Non sempre possiamo evitarla e non sempre possiamo determinarne l’intensità, la durata o le conseguenze.

Possiamo però interrogarci sul nostro modo di stare dentro quell’esperienza.

Il modello della “spirale naturale della sofferenza umana” proposto dall’autore individua tre possibili modalità di rapporto con il dolore: subirlo passivamente, reagire ad esso oppure agire in maniera costruttiva.

La differenza tra queste tre posizioni non è soltanto terminologica.

Subire significa essere travolti dall’esperienza, lasciando che essa definisca interamente il nostro spazio interiore. Reagire significa opporre una risposta, spesso necessaria, alla minaccia o alla ferita. Agire costruttivamente introduce invece una dimensione ulteriore: quella della possibilità.

Non significa decidere di stare bene.

Significa cominciare a chiedersi che cosa posso fare, adesso, con ciò che mi è accaduto?

È una domanda molto diversa dal più rassicurante “perché è successo?”.

E forse è proprio questa la domanda che permette alla sofferenza di non diventare l’unica narrazione possibile della nostra vita.

Il rischio di romanticizzare il dolore

Qui, però, si apre anche il punto più delicato di qualsiasi riflessione sulla sofferenza.

Dire che il dolore può diventare trasformativo è profondamente diverso dal dire che il dolore è necessario per crescere.

La distinzione è fondamentale.

Non tutta la sofferenza genera consapevolezza. Non tutte le ferite diventano cicatrici preziose. Non ogni esperienza dolorosa conduce automaticamente a una maggiore maturità. Alcune sofferenze lasciano semplicemente stanchezza, disorientamento, rabbia. Altre possono compromettere profondamente l’equilibrio della persona.

Per questo parlare di “fioritura personale” è interessante proprio se non viene interpretato come un obbligo.

Non siamo tenuti a trasformare ogni dolore in una lezione.

Non dobbiamo dimostrare che una perdita ci abbia reso più forti.

Non siamo obbligati a ringraziare ciò che ci ha ferito.

La possibilità di trasformazione acquista significato soltanto quando rimane una possibilità, non quando diventa una prescrizione.

Ed è forse qui che una riflessione sulla sofferenza può diventare realmente psicologica: non nel chiedere alla persona di trovare immediatamente un senso al proprio dolore, ma nel permetterle innanzitutto di riconoscerlo.

Dal sintomo alla persona

Un altro elemento significativo della proposta di Siliquini è il tentativo di mettere in dialogo prospettive differenti. Il libro intreccia riflessioni esistenziali, evidenze razionali e contributi provenienti dalla psicobiologia dello stress, dalla psicopatologia delle dipendenze e dalla psicologia cognitivo-comportamentale.

Questo incontro è importante perché impedisce, almeno nell’intenzione dichiarata del volume, di ridurre la sofferenza a una sola dimensione.

Il dolore è biologico, ma non è soltanto biologico.

È psicologico, ma non può essere confinato alla psicologia.

È esperienza individuale, ma nasce e si modifica anche dentro le relazioni, la storia personale, il contesto nel quale viviamo.

Quando soffriamo, infatti, non soffre soltanto un cervello, né soltanto un corpo, né soltanto una mente. Soffre una persona con una storia, dei legami, delle aspettative, delle paure e un’immagine di sé.

È questa complessità a rendere la sofferenza una delle esperienze umane più difficili da spiegare e, contemporaneamente, più urgenti da comprendere.

La sofferenza come movimento

La metafora della spirale è particolarmente significativa.

Una spirale non è una linea retta.

Non procede semplicemente dal punto A al punto B. Torna, ripassa, si avvolge, cambia direzione e, nel farlo, può raggiungere un livello diverso.

È una rappresentazione che si accorda bene con l’esperienza psicologica del dolore.

Chi soffre raramente procede in maniera lineare. Ci sono giorni in cui sembra di stare meglio e altri in cui una parola, un anniversario, un odore, una fotografia possono riportare improvvisamente indietro.

Ma quel “tornare indietro” non significa necessariamente essere tornati al punto di partenza.

Forse è proprio questa una delle immagini più potenti attraverso cui pensare la sofferenza: non come una strada dalla quale dobbiamo uscire il più velocemente possibile, ma come un movimento nel quale possiamo progressivamente modificare la nostra posizione.

Il dolore può restare.

A cambiare possiamo essere noi.

Dalla resilienza alla fioritura

La parola resilienza è ormai entrata nel linguaggio comune fino a rischiare di perdere parte del proprio significato.

Siamo diventati abituati a raccontare le persone attraverso la loro capacità di resistere. Ma resistere non è sempre sufficiente.

Si può resistere e rimanere feriti.

Si può sopravvivere senza sentirsi realmente vivi.

Il concetto di “fioritura personale” evocato dal libro sembra spostare l’attenzione dalla semplice capacità di sopportare alla possibilità di costruire una nuova condizione interiore. Il volume presenta infatti la sofferenza non soltanto come ostacolo, ma come possibile occasione per sviluppare un diverso spessore emotivo, razionale e spirituale.

Ed è una differenza tutt’altro che marginale.

Resistere significa non spezzarsi.

Fiorire significa, invece, tornare a generare vita.

Non necessariamente la vita che avevamo immaginato prima del dolore. Forse una vita diversa, con una diversa consapevolezza dei propri limiti, dei propri bisogni e delle proprie risorse.

La fioritura, allora, non coincide con il ritorno alla persona che eravamo.

Può significare diventare qualcuno che prima non conoscevamo.

Un libro che pone una domanda più che offrire una risposta

È forse questo il merito più interessante dell’opera di Siliquini: riportare la sofferenza al centro di una domanda antropologica prima ancora che clinica.

Che cosa significa essere umani quando qualcosa ci ferisce?

Quanto della nostra identità è costruito intorno alle esperienze che abbiamo vissuto?

E soprattutto: quanto margine di libertà rimane quando non possiamo scegliere ciò che ci accade?

Il libro sembra suggerire che proprio lì, nello spazio sottile tra ciò che accade e ciò che facciamo di ciò che accade, possa aprirsi una possibilità.

Non una promessa.

Non una ricetta.

Una possibilità.

E questa distinzione rende il tema della trasformazione molto più interessante della semplice retorica del “dal dolore nasce qualcosa di bello”.

Perché talvolta dal dolore non nasce nulla, almeno per molto tempo.

A volte occorre semplicemente restare.

Respirare.

Chiedere aiuto.

Aspettare.

E soltanto dopo, forse, capire che cosa possiamo farne.

La sofferenza non è un errore da correggere

Forse il messaggio più contemporaneo di questo libro sta proprio nella necessità di restituire alla sofferenza il diritto di esistere.

In una società che tende a medicalizzare, ottimizzare e velocizzare ogni esperienza, anche il dolore rischia di diventare qualcosa da correggere rapidamente.

Ma una persona che soffre non è necessariamente una persona che sta fallendo.

A volte sta semplicemente vivendo qualcosa di profondamente umano.

Questo non significa glorificare la sofferenza. Al contrario.

Significa sottrarla sia alla banalizzazione sia alla sacralizzazione.

Non dobbiamo cercare il dolore.

Ma quando arriva, possiamo provare a non lasciare che sia soltanto il dolore a raccontare chi siamo.

È questa, in fondo, la questione che La sofferenza nell’esperienza umana porta con sé: non se possiamo evitare di soffrire, ma se possiamo imparare a non coincidere completamente con la nostra sofferenza.

Ed è una differenza enorme.

Perché una ferita può diventare parte della nostra storia senza diventare tutta la nostra identità.

E forse la vera fioritura personale non consiste nel tornare a essere ciò che eravamo prima di soffrire.

Consiste nel poter guardare ciò che è accaduto e, senza negarlo, dire:

“Questo fa parte di me. Ma non è tutto ciò che sono.”

È in quello spazio — piccolo, fragile, ma ancora possibile — che il dolore può smettere di essere soltanto una destinazione e diventare, qualche volta, un passaggio.

Marco Siliquini, psicologo clinico e scrittore, propone con questo saggio un modello teorico originale e interdisciplinare; il volume è pubblicato da Il Piroscafo Edizioni, conta 156 pagine ed è uscito nel 2025.