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Solitudine degli studenti, i chatbot con intelligenza artificiale possono davvero offrire supporto emotivo?

Annalisa TelliniPubblicato il 4 min di lettura
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Immagine di lookstudio su Magnific

Essere circondati da centinaia di coetanei non significa necessariamente sentirsi connessi. Per alcuni studenti, soprattutto durante l’ingresso all’università, solitudine, stress e difficoltà nel creare nuove relazioni possono diventare esperienze significative. In questo scenario è comparso un interlocutore nuovo: il chatbot basato sull’intelligenza artificiale. Disponibile in qualsiasi momento e apparentemente privo di giudizio, può ascoltare uno sfogo, rispondere a una preoccupazione o semplicemente continuare una conversazione. Una revisione del 2026 sugli LLM nel supporto psicologico universitario conclude che questi sistemi mostrano potenzialità, ma sottolinea anche quanto siano ancora limitate le prove sulla loro efficacia a lungo termine.

Gli studenti più soli sembrano cercarli maggiormente

Una ricerca del 2026 sugli studenti universitari statunitensi ha trovato un’associazione specifica tra solitudine e utilizzo dell’IA per compagnia: chi riferiva maggiore solitudine aveva maggiori probabilità di rivolgersi ai chatbot con finalità sociali, anche considerando depressione, ansia e suicidalità. La stessa relazione non emergeva semplicemente con l’utilizzo generale dell’intelligenza artificiale. Risultati precedenti su 1.599 studenti delle scuole superiori danesi avevano mostrato un quadro simile: chi utilizzava chatbot per conversazioni di sostegno sociale riportava maggiore solitudine e minore supporto sociale percepito.

Perché raccontarsi a una macchina può sembrare più facile

Il successo di questi strumenti ha una spiegazione intuitiva. Un chatbot è disponibile 24 ore su 24, risponde rapidamente e non manifesta imbarazzo quando l’utente racconta qualcosa di personale. In un piccolo studio pilota del 2026 su studenti di psicologia, chi aveva scelto di conversare con un chatbot lo descriveva come uno spazio sicuro e non giudicante per esprimere le proprie emozioni, pur riconoscendone risposte talvolta schematiche e i limiti. Anonimato, accessibilità e riduzione dello stigma potrebbero quindi abbassare la barriera che impedisce ad alcuni giovani di chiedere aiuto.

Una conversazione può ridurre temporaneamente la solitudine

Esistono segnali secondo cui l’effetto non sarebbe soltanto soggettivo. In un esperimento preregistrato su 279 partecipanti, sfogarsi con un chatbot ha prodotto riduzioni di stress e solitudine e un aumento del supporto sociale percepito. Curiosamente, i miglioramenti erano simili a quelli osservati quando i partecipanti credevano che le risposte provenissero da una persona, anche se erano state generate dall’IA. Un altro studio del 2026, nel quale 96 studenti universitari soli hanno conversato quotidianamente per una settimana con un chatbot, ha rilevato una piccola ma significativa diminuzione della solitudine.

Ma una persona vera sembra avere qualcosa in più

La domanda cruciale è se un chatbot possa sostituire efficacemente il contatto umano. Un esperimento del 2026 ha seguito 296 studenti al primo semestre universitario per due settimane, assegnandoli a conversazioni quotidiane con un chatbot progettato per essere particolarmente supportivo, con un altro studente scelto casualmente oppure alla scrittura di un breve diario. Il risultato è significativo: parlare con un coetaneo reale ha prodotto benefici sulla solitudine superiori rispetto al chatbot. Un’IA può simulare attenzione e comprensione attraverso il linguaggio, ma una relazione umana offre reciprocità, vulnerabilità condivisa e appartenenza sociale reale.

Non tutti i chatbot e gli utilizzi sono uguali

Anche parlare genericamente di “chatbot” rischia di essere fuorviante. Un sistema progettato secondo principi psicologici è diverso da un assistente generalista o da un’IA costruita per creare una relazione affettiva. Uno studio randomizzato del 2025 su 100 universitari cinesi ha osservato che un chatbot culturalmente adattato e basato sulla terapia cognitivo-comportamentale riduceva depressione e solitudine rispetto a una lista d’attesa. Una sperimentazione molto più piccola su 32 studenti indonesiani ha trovato una diminuzione della solitudine dopo un intervento di primo soccorso psicologico tramite chatbot, ma il campione ridotto impone particolare cautela.

Il rischio è confondere simulazione e relazione

I chatbot moderni possono utilizzare un linguaggio straordinariamente convincente, ma non provano empatia nel senso umano del termine. Possono inoltre generare informazioni errate, assecondare convinzioni problematiche o rispondere in modo inadeguato a situazioni psicologiche complesse. C’è poi una questione ancora poco studiata: cosa accade quando una persona vulnerabile comincia a preferire sistematicamente la compagnia artificiale alle relazioni umane? Le ricerche disponibili non consentono ancora di stabilire se un uso intenso e prolungato riduca la solitudine oppure, in determinate persone, possa contribuire all’isolamento. Proprio gli effetti di lungo periodo rappresentano una delle principali lacune evidenziate dalla letteratura scientifica.

Un ponte verso le persone, non un loro sostituto

La prospettiva più interessante potrebbe quindi essere utilizzare l’IA come primo livello di supporto: uno spazio accessibile per mettere in ordine i pensieri, ricevere strategie di coping o trovare il coraggio di rivolgersi a qualcuno. Un grande studio randomizzato del 2026 su 977 universitari ha mostrato che un intervento conversazionale con IA poteva migliorare alcuni indicatori psicologici e che gli studenti più soli tendevano a utilizzarlo maggiormente; gli stessi autori lo descrivono però come potenziale complemento alle forme tradizionali di assistenza. La tecnologia potrebbe dunque aiutare chi si sente solo, ma il traguardo più utile non sarebbe costruire un amico artificiale perfetto: sarebbe usare quella conversazione per facilitare il ritorno verso amicizie, comunità universitarie e, quando necessario, professionisti capaci di offrire qualcosa che nessun algoritmo possiede davvero — una relazione umana reciproca.