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Schermi e bambini, non sono sempre dannosi: se usati bene possono aiutare lo sviluppo cognitivo

Annalisa TelliniPubblicato il 4 min di lettura
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Immagine di magnific

Tablet, smartphone e televisione vengono spesso descritti come nemici dello sviluppo cognitivo dei bambini. La ricerca, però, sta delineando un quadro più complesso: concentrarsi esclusivamente sul numero di minuti trascorsi davanti a uno schermo può essere fuorviante. Contano anche l’età del bambino, il contenuto visualizzato, il contesto familiare e soprattutto ciò che lo schermo sostituisce. Un’ora trascorsa a guardare passivamente video casuali non equivale necessariamente a un’ora dedicata a un contenuto educativo insieme a un genitore. In determinate condizioni, le tecnologie digitali possono persino diventare strumenti di apprendimento.

La qualità può fare una grande differenza

Una delle distinzioni più importanti riguarda proprio che cosa appare sullo schermo. Programmi educativi progettati tenendo conto delle capacità cognitive dei bambini possono introdurre parole, numeri, concetti scientifici e abilità sociali. Una meta-analisi pubblicata su JAMA Pediatrics, dedicata ai bambini sotto i 12 anni, ha evidenziato che diverse caratteristiche dell’uso degli schermi possono essere associate a risultati cognitivi e psicosociali differenti. In particolare, il contesto di utilizzo e il tipo di contenuto risultano elementi importanti, mostrando perché il semplice concetto di “screen time” rischia di mettere insieme esperienze profondamente diverse.

Guardare insieme è diverso dal lasciare un bambino da solo

Un fattore particolarmente interessante è il co-viewing, cioè la presenza di un adulto che guarda e interagisce con il bambino. Il genitore può spiegare ciò che accade, fare domande, collegare una storia alla vita reale e aiutare a interpretare informazioni difficili. In questo modo lo schermo smette di essere una sorgente passiva e diventa il punto di partenza di una conversazione. L’American Academy of Pediatrics incoraggia proprio un approccio basato sulla qualità e sull’uso condiviso dei media, soprattutto nei bambini piccoli, sottolineando l’importanza di scegliere contenuti appropriati allo sviluppo.

Il problema dei bambini più piccoli

L’età rimane però fondamentale. Nei primi anni di vita, i bambini imparano soprattutto attraverso esperienze concrete: manipolare oggetti, muoversi, osservare volti e interagire con altre persone. Esiste inoltre il cosiddetto video deficit: i bambini molto piccoli possono avere più difficoltà a trasferire nel mondo reale ciò che hanno imparato attraverso una rappresentazione bidimensionale. La presenza di un adulto e l’interattività possono ridurre almeno in parte questa difficoltà. Per questo una videochiamata con i nonni non è cognitivamente equivalente allo scorrimento passivo di brevi filmati, pur avvenendo entrambe attraverso uno schermo.

Quando il digitale diventa davvero interattivo

Tablet e applicazioni hanno aggiunto un’altra possibilità: il bambino può toccare, scegliere, rispondere e ricevere feedback. Una buona applicazione educativa può adattare la difficoltà, incoraggiare la risoluzione di problemi e permettere di ripetere un esercizio. Ma “interattivo” non significa automaticamente educativo. Animazioni, suoni, pubblicità e ricompense continue possono diventare distrazioni che sottraggono attenzione proprio al contenuto da imparare. Le applicazioni più utili tendono invece a essere semplici, appropriate all’età e costruite intorno a un obiettivo preciso, evitando elementi che trasformano l’esperienza in una sequenza di stimoli senza significato.

Lo schermo diventa problematico quando sostituisce altro

La domanda decisiva potrebbe essere: che cosa non sta facendo il bambino mentre usa lo schermo? Se il digitale sostituisce sonno, movimento, gioco libero, lettura o conversazioni con adulti e coetanei, il bilancio può diventare negativo. Il sonno è particolarmente importante: utilizzare dispositivi la sera può ritardare l’addormentamento attraverso stimolazione psicologica, abitudini comportamentali e luce emessa dagli schermi. Anche l’attività fisica e il gioco tridimensionale forniscono esperienze sensoriali e motorie che un tablet non può riprodurre completamente. La tecnologia dovrebbe quindi aggiungersi alle esperienze reali, non occuparne sistematicamente lo spazio.

La scienza sta superando la guerra contro i minuti

Anche le raccomandazioni pediatriche stanno progressivamente passando da una semplice contabilità delle ore a una valutazione più ampia dell’ecosistema digitale familiare. Non significa che il tempo sia irrilevante: trascorrere molte ore ogni giorno davanti ai dispositivi aumenta inevitabilmente la probabilità di sottrarle ad altre attività. Ma due bambini con lo stesso tempo di esposizione possono vivere esperienze completamente diverse. Età, contenuti, presenza dei genitori, utilizzo durante i pasti o prima di dormire e capacità di interrompere il dispositivo senza conflitti sono tutti elementi utili per capire se la tecnologia sta diventando problematica.

Lo schermo è uno strumento, non un insegnante automatico

La conclusione è quindi meno semplice di “gli schermi fanno bene” o “gli schermi fanno male”. Un dispositivo digitale è soprattutto uno strumento e il suo effetto dipende dal modo in cui viene inserito nella vita del bambino. Contenuti educativi adeguati all’età, brevi sessioni interattive e partecipazione degli adulti possono offrire opportunità di apprendimento; consumo passivo prolungato e contenuti progettati soltanto per catturare l’attenzione presentano un profilo molto diverso. Il criterio più utile potrebbe essere chiedersi non soltanto “quanto schermo?”, ma “per fare cosa, con chi e al posto di cosa?”. È in queste risposte, più che nel cronometro da solo, che si trova la differenza tra tecnologia che distrae e tecnologia che può aiutare a imparare.