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Lavorare presto al mattino fa bene a tutti? La scienza dice di no

Federica VitalePubblicato il 4 min di lettura
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Foto Bethany Legg Unsplash

La sveglia delle 6 o delle 7 del mattino è spesso considerata il simbolo della produttività. In molte società moderne, iniziare presto la giornata viene associato a efficienza, disciplina e successo.

Ma la scienza del sonno racconta una realtà più complessa: non tutti gli esseri umani funzionano allo stesso modo nelle prime ore della giornata.

Secondo la cronobiologia, la disciplina che studia i ritmi biologici degli organismi viventi, ciascuno di noi possiede un proprio orologio interno, influenzato da fattori genetici, ambientali e comportamentali.

Alcune persone raggiungono il massimo delle proprie energie al mattino presto. Altre, invece, hanno un ritmo più lento nelle prime ore e diventano più attive nel pomeriggio o alla sera.

Mattinieri e “gufi”: i diversi cronotipi umani

Gli studiosi definiscono queste differenze attraverso il concetto di cronotipo.

Le persone con un cronotipo mattutino tendono a svegliarsi facilmente presto, hanno maggiore concentrazione nelle prime ore della giornata e preferiscono anticipare attività lavorative o impegnative.

Al contrario, i cosiddetti “gufi”, ovvero le persone con un cronotipo serotino, mostrano un picco di attenzione e creatività più tardi. Per loro, affrontare una giornata lavorativa molto presto può significare iniziare quando il cervello non ha ancora raggiunto il massimo della propria efficienza.

Questo non riguarda semplicemente una questione di abitudine o volontà: entrano in gioco i ritmi circadiani, cioè quei cicli biologici di circa 24 ore che regolano sonno, temperatura corporea, metabolismo e livelli di vigilanza.

Quando l’orologio sociale entra in conflitto con quello biologico

Il problema nasce quando gli orari imposti dalla società non coincidono con quelli del nostro organismo.

La scuola, il lavoro e molti impegni quotidiani seguono spesso un modello pensato per chi è naturalmente mattiniero. Ma per chi ha un ritmo biologico più tardivo, l’obbligo di iniziare molto presto può creare quello che gli esperti chiamano “social jet lag”.

È una sorta di fuso orario interno: il corpo segue un ritmo, mentre la società ne impone un altro.

Questo disallineamento può favorire stanchezza cronica, difficoltà di concentrazione, alterazioni dell’umore e una riduzione della qualità del sonno.

La provocazione: iniziare dopo le 10 sarebbe più naturale?

Proprio da queste osservazioni nasce una delle proposte più discusse nel campo della cronobiologia.

Il ricercatore britannico Paul Kelley ha sostenuto che molti adulti potrebbero lavorare in modo più efficace iniziando la giornata lavorativa non prima delle 10 del mattino.

Secondo questa prospettiva, posticipare l’inizio delle attività permetterebbe di rispettare maggiormente i ritmi biologici di una parte significativa della popolazione.

Si tratta però di una posizione che ha suscitato dibattito e non rappresenta un consenso unanime della comunità scientifica. Gli studi sulla produttività, sul sonno e sull’organizzazione del lavoro indicano infatti che la relazione tra orari e rendimento è complessa e varia molto da persona a persona.

Non serve un nuovo orario universale, ma più flessibilità

La questione centrale non è stabilire se le 8, le 9 o le 10 siano l’orario “perfetto”.

Il punto è riconoscere che non esiste un ritmo biologico unico valido per tutti.

Un sistema lavorativo più attento potrebbe prevedere maggiore flessibilità, consentendo alle persone di organizzare almeno in parte le proprie attività secondo i propri momenti di maggiore energia e concentrazione.

Non tutti producono meglio all’alba, così come non tutti raggiungono il massimo rendimento di sera.

Il futuro del lavoro potrebbe ascoltare di più il nostro corpo

Per molto tempo il modello dominante è stato quello dell’adattamento dell’individuo agli orari stabiliti. La ricerca sul sonno e sui ritmi circadiani suggerisce invece una prospettiva diversa: forse anche gli ambienti di lavoro dovrebbero adattarsi maggiormente alla biologia umana.

Riconoscere le differenze tra cronotipi non significa eliminare regole o organizzazione, ma comprendere che la produttività non dipende soltanto dal numero di ore trascorse davanti a una scrivania.

A volte dipende anche dal momento in cui quelle ore vengono vissute.

Perché un cervello riposato e sincronizzato con il proprio orologio interno potrebbe essere molto più efficace di uno semplicemente arrivato presto.

Foto di Bethany Legg su Unsplash