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Spagnola e Covid: perché nel 1918 morivano tanti giovani e oggi gli anziani?

Federica VitalePubblicato il 4 min di lettura
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Foto CDC Unsplash

A oltre un secolo di distanza, la pandemia influenzale del 1918, conosciuta come Spagnola, e quella di Covid-19 hanno mostrato una differenza sorprendente. Entrambe hanno provocato milioni di morti, ma con profili di mortalità molto diversi. Nel 1918 furono colpiti duramente anche giovani adulti tra i 20 e i 40 anni, generalmente considerati meno vulnerabili alle infezioni respiratorie. Durante la pandemia di Covid-19, invece, il rischio di morte è aumentato soprattutto con l’età, raggiungendo i livelli più elevati tra gli anziani. Perché due virus respiratori hanno prodotto conseguenze così differenti?

La curva a W della Spagnola

Le epidemie influenzali stagionali tendono a essere particolarmente pericolose per bambini piccoli e anziani. La Spagnola del 1918, invece, presentò una caratteristica insolita: una curva di mortalità a W, con tre picchi che coinvolgevano bambini, giovani adulti e persone anziane. La mortalità tra gli adulti giovani risultò eccezionalmente elevata rispetto alle influenze precedenti. Questo fenomeno ha alimentato numerose ipotesi scientifiche, dalla particolare aggressività del virus alle condizioni sanitarie dell’epoca. Oggi gli studiosi ritengono che la spiegazione sia probabilmente legata a diversi fattori biologici e ambientali.

Il ruolo misterioso dell’immunità precedente

Una delle ipotesi più interessanti riguarda la memoria immunitaria. Le persone nate in epoche differenti avevano incontrato, durante l’infanzia, virus influenzali diversi. Alcuni ricercatori suggeriscono che l’esposizione precoce a determinati ceppi possa aver offerto una protezione parziale contro il virus del 1918. Al contrario, altre generazioni potrebbero aver sviluppato risposte immunitarie meno efficaci. Questo fenomeno, collegato al cosiddetto imprinting immunologico, potrebbe contribuire a spiegare perché l’età abbia influenzato il rischio di morte in modo tanto particolare durante la Spagnola.

Non fu soltanto colpa del virus

Nel 1918 il mondo affrontava anche le conseguenze della Prima guerra mondiale. Sovraffollamento, malnutrizione, spostamenti di truppe e condizioni igieniche precarie favorivano la diffusione delle infezioni. Inoltre, gli antibiotici non erano ancora disponibili e molte persone morirono a causa di polmoniti batteriche secondarie all’influenza. Studi successivi hanno mostrato quanto queste complicazioni abbiano contribuito alla mortalità. La particolare vulnerabilità dei giovani adulti non può quindi essere attribuita esclusivamente a un sistema immunitario troppo forte, spiegazione popolare ma scientificamente insufficiente.

Perché il Covid ha colpito soprattutto gli anziani

Con il SARS-CoV-2, responsabile del Covid-19, il quadro è stato diverso. Durante le prime fasi della pandemia, prima della diffusione dei vaccini, il rischio di ospedalizzazione e morte aumentava nettamente con l’età. Tra i fattori principali figuravano l’immunosenescenza, cioè i cambiamenti del sistema immunitario legati all’invecchiamento, e la maggiore frequenza di malattie croniche. Condizioni come diabete, patologie cardiovascolari e insufficienza renale potevano aumentare ulteriormente la vulnerabilità. Gli anziani presentavano quindi una combinazione di fattori che rendeva più difficile affrontare un’infezione grave.

Due virus con caratteristiche biologiche differenti

La Spagnola era provocata da un virus influenzale A(H1N1), mentre il Covid-19 è causato da un coronavirus. I due patogeni appartengono a famiglie differenti e interagiscono con l’organismo attraverso meccanismi biologici diversi. Il SARS-CoV-2 utilizza il recettore ACE2 per entrare nelle cellule e può provocare complicazioni respiratorie, vascolari e infiammatorie. Il virus influenzale del 1918 aveva invece caratteristiche proprie di trasmissione e patogenicità. Queste differenze contribuiscono a spiegare perché le due pandemie abbiano prodotto profili di rischio non sovrapponibili.

La scienza ha cambiato il destino delle pandemie

Un’altra differenza fondamentale riguarda le possibilità terapeutiche. Nel 1918 mancavano vaccini antinfluenzali, antibiotici e moderne terapie intensive. Durante il Covid-19, invece, la medicina ha potuto utilizzare ossigenoterapia, ventilazione assistita, farmaci specifici e successivamente vaccini efficaci contro le forme gravi. Anche il monitoraggio epidemiologico e la diagnostica molecolare hanno permesso di comprendere più rapidamente l’evoluzione della malattia. Questi progressi non hanno eliminato il rischio, ma hanno modificato profondamente le possibilità di prevenzione e trattamento rispetto a un secolo prima.

Il vero mistero è nella storia immunitaria delle generazioni

La differenza tra Spagnola e Covid dimostra che l’età non determina da sola la vulnerabilità a una pandemia. Contano il tipo di virus, le esposizioni precedenti, la risposta immunitaria, le condizioni di salute e il contesto storico. Nel 1918 i giovani adulti subirono una mortalità insolitamente elevata, mentre con il Covid-19 il rischio maggiore si concentrò inizialmente nelle fasce più anziane. Comprendere queste differenze è fondamentale per prepararsi alle future emergenze sanitarie. La lezione più importante è che ogni pandemia possiede una propria impronta biologica, e riconoscerla tempestivamente può contribuire a salvare vite.

Foto di CDC su Unsplash