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Alzheimer, la chiave per rallentarlo potrebbe nascondersi nel comodino? Cosa dice la scienza sul sonno

Federica VitalePubblicato il 4 min di lettura
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Alzheimer chiave comodino
Immagine di magnific

Potrebbe una delle strategie per proteggere il cervello dall’Alzheimer cominciare semplicemente ogni sera, quando spegniamo la luce sul comodino? La domanda nasce da un numero crescente di ricerche che collegano il sonno alla salute cerebrale. Dormire male non è soltanto una conseguenza frequente dell’invecchiamento e delle demenze: potrebbe interagire con alcuni dei processi biologici coinvolti nella neurodegenerazione. Il quadro, però, è più complesso dello slogan “dormire previene l’Alzheimer”. Le prove disponibili indicano soprattutto un rapporto bidirezionale tra sonno e malattia.

Durante il sonno il cervello non si spegne

Mentre dormiamo, il cervello continua a svolgere un’intensa attività. Cambiano il metabolismo, l’attività elettrica, la circolazione e il movimento dei liquidi. Grande interesse scientifico riguarda il cosiddetto sistema glinfatico, una rete attraverso la quale il liquido cerebrospinale e quello interstiziale partecipano all’eliminazione di prodotti del metabolismo cerebrale. Esperimenti sugli animali hanno mostrato che questo processo può essere influenzato dallo stato di sonno e veglia. Negli esseri umani, però, il funzionamento del sistema è più difficile da misurare direttamente e alcuni dettagli rimangono oggetto di ricerca.

Amiloide e sonno sembrano influenzarsi a vicenda

Uno dei protagonisti dell’Alzheimer è la beta-amiloide, proteina che può accumularsi nel cervello formando placche. Studi sull’uomo hanno osservato associazioni tra alterazioni del sonno e maggiore carico amiloide. Ancora più interessante, esperimenti di privazione del sonno hanno mostrato che persino una notte senza dormire può modificare temporaneamente i livelli o l’accumulo misurabile di beta-amiloide in determinate regioni cerebrali. Questo non significa che una notte insonne provochi l’Alzheimer: suggerisce piuttosto che il ciclo sonno-veglia interagisca con la produzione e la gestione di queste proteine.

Il sonno profondo potrebbe essere particolarmente importante

Non tutte le ore trascorse a letto sono equivalenti. L’attenzione dei ricercatori si concentra soprattutto sul sonno non-REM a onde lente, comunemente chiamato sonno profondo. In questa fase grandi popolazioni di neuroni sincronizzano la propria attività in oscillazioni lente. Studi sperimentali hanno collegato la riduzione di questo tipo di sonno a variazioni della beta-amiloide e della proteina tau. Quest’ultima, quando diventa patologica e si accumula all’interno dei neuroni, rappresenta un’altra caratteristica fondamentale dell’Alzheimer. Il sonno profondo potrebbe quindi essere uno dei punti d’incontro tra fisiologia notturna e neurodegenerazione.

Dormire bene potrebbe aumentare la resilienza del cervello

Un’altra linea di ricerca suggerisce che un buon sonno profondo possa aiutare alcune persone a mantenere prestazioni cognitive migliori nonostante la presenza di patologia amiloide. In altre parole, il sonno potrebbe contribuire alla resilienza cognitiva. È un’ipotesi affascinante perché il sonno è almeno in parte modificabile, diversamente da fattori come l’età o alcuni geni. Ma un’associazione non dimostra che aumentare artificialmente il sonno profondo rallenti l’Alzheimer: per arrivare a questa conclusione servono studi clinici progettati specificamente per misurare la progressione della malattia.

E se curassimo i disturbi che rovinano il sonno?

Qui la questione diventa particolarmente concreta. Insonnia e apnea ostruttiva del sonno possono frammentare il riposo, mentre l’apnea provoca ripetute riduzioni dell’ossigenazione. Entrambe meritano attenzione medica indipendentemente dall’Alzheimer. Alcune ricerche stanno studiando se trattare i disturbi del sonno possa produrre benefici anche sulla salute cognitiva a lungo termine. È però prematuro presentare CPAP, farmaci per l’insonnia o integratori come terapie anti-Alzheimer. Migliorare il sonno può avere numerosi benefici per la salute, ma non equivale a curare una malattia neurodegenerativa.

La soluzione non è necessariamente una pillola sul comodino

Il titolo può far pensare immediatamente alla melatonina o ai sonniferi, ma le evidenze non permettono di considerarli strumenti capaci di rallentare l’Alzheimer nella popolazione generale. Dormire più a lungo, inoltre, non significa automaticamente dormire meglio: una durata eccessiva del sonno può essere essa stessa associata a problemi di salute o rappresentare un segnale di patologie già presenti. La qualità, la regolarità e l’eventuale presenza di disturbi sono quindi importanti. Anche assumere autonomamente sedativi per “proteggere il cervello” sarebbe una conclusione non supportata dai dati e potrebbe comportare effetti indesiderati.

Il sonno potrebbe diventare parte della prevenzione, non una cura miracolosa

L’immagine della cura dell’Alzheimer nascosta nel comodino è dunque suggestiva, ma la realtà scientifica è più interessante. Sonno e neurodegenerazione sembrano comunicare in entrambe le direzioni: l’accumulo di proteine patologiche può alterare il riposo e, contemporaneamente, un sonno cronicamente disturbato potrebbe creare condizioni meno favorevoli alla salute cerebrale. La ricerca ora deve stabilire se intervenire precocemente sul sonno possa effettivamente modificare il rischio o la traiettoria della malattia. Fino ad allora, dormire bene resta una componente importante della salute generale e cerebrale, ma non un trattamento sostitutivo per l’Alzheimer. La possibile “chiave” sul comodino, quindi, non è una pillola: potrebbe essere il sonno stesso e ciò che il cervello riesce a fare mentre dormiamo.

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